UN
MAGICO NATALE
di
Francies Cullen
24
dicembre 2012
La strada verso la vetta sembrava non avere mai fine e mentre
salivo sentivo le gambe sempre più indolenzite per la stanchezza. Non avevo più
una forma fisica idonea per affrontare
quelle marce forzate e a metà del percorso già meditavo di rinunciare. Poi
pensavo a lui, il mio splendido uomo, e le forze tornavano ad invigorirmi. Il
sole rifletteva i suoi raggi sulla neve fresca caduta durante la notte e mille
scintille di luce impedivano di tenere completamente aperti gli occhi. Di tanto
in tanto mi fermavo appoggiandomi a qualche masso per riprendere fiato e mi
guardavo intorno, scorgendo i primi contorni del panorama mozzafiato che sapevo
aspettarmi come premio sulla cima. Volevo arrivare alla meta in fretta, prima
di dovermi pentire di averci provato. Aumentai il passo convinta di poterlo
sostenere, ma ogni volta che ci provavo finivo col consumare tutta l’aria nei
polmoni ed ero costretta controvoglia a fermarmi. Mi sarebbero bastati dieci
anni di meno e sarebbe stato tutto diverso.
Cercai di non pensarci o mi sarei depressa come spesso mi
succedeva da un po’ di tempo a questa parte.
Guardai l’orologio, era presto. Un po’ di margine di tempo mi
rimaneva prima
di pranzo. Mi concessi uno stop un po’ più lungo
sedendomi su di una roccia che spuntava incredibilmente pulita tra i soffici
cumuli di neve.
Sospirai di benessere, mentre il calore del Sole del mattino
penetrava le mie ossa e la mia pelle.
Ero emozionata e lo stomaco me lo confermava.
Approfittai per mettere un po’ di protezione solare sul viso.
Spalmai la crema e lasciandomi cadere un po’ indietro trovai una
posizione comoda e chiusi gli occhi, pensando a lui, a noi, a quando eravamo
giovani e mi assopii…
24 dicembre 1982. “Al Catinaccio” Dolomiti,,
- Papà non
voglio andare a sciare anche quest’anno. -
Cercavo di convincere Charlie a desistere. Mi trascinava
sempre con sé ovunque andasse e se da bambina poteva essermi piaciuto ora che
avevo sedici anni non mi andava più.
- Tu piccola fai
quello che ti dico io…e basta! –
- Ti prego papà,
mi sono rotta di tentare in tutti modi di imparare, sono una pippa con gli sci
e oltretutto non ci sono ragazzi a quel corso. Solo vecchi imbranati. –
- Io non sono
vecchio, ok?!,Forse imbranato un po’, ma ti proibisco di dire che sono vecchio.
–
- Ok! Scusami, ma
papà dai, lasciami rimanere alla baita con gli altri ragazzi. Ci facciamo
quattro chiacchiere, una cioccolata calda e intanto tu passi la tua giornata
tranquillo, ok?-
Mi guardava con la solita aria cerbera, ma sapevo che dietro
quella maschera rude c’era il mio dolcissimo paparino. Lo sguardo si ammorbidì
e scuotendo la testa mi abbracciò davanti a tutti.
- Però stasera
ceniamo insieme, va bene? –
Mi stava lasciando libera l’intera giornata. Era molto più di
quel che speravo e dentro di me esultai…”ewwaiii”.
- Certo papi,
stai tranqui! –
- Si
“tranqui”…una parola. Vedi di stare attenta e se ti stufi di quei…ragazzi…torni
all’albergo che io poi ti raggiungo. E’ un ordine! –
- Sarà fatto
capo Swan! – Mi misi sull’attenti prendendolo in giro.
Giocare era il nostro passatempo preferito e lo adoravo per
questo.
La mamma ci aveva lasciati otto anni prima per un ragazzo di
colore conosciuto durante una vacanza premio della sua azienda e, dopo aver
raccolto le sue cose, era uscita dalla porta di casa e non l’avevamo più vista.
Per papà era stata dura, ma poi insieme stavamo davvero bene e
in breve tempo l’avevamo dimenticata. Almeno per me…era andata così.
Quella vacanza era un rito. Ogni anno tornavamo in Italia dalla
nonna e per la vigilia di Natale andavamo poi, noi due soli, sulle montagne più
belle del mondo a sciare.
Quest’anno non era diverso dagli altri, a parte il fatto che
finalmente avevo sedici anni e mi era diventato lecito muovermi da sola.
A grandi falcate mi avvicinai ai tavoli della vecchia baita,
affollati già di prima mattina da decine di persone in cerca di ristoro.
Mangiare era un obbligo, non ci si poteva rinunciare ai piatti
unici che venivano proposti, il loro profumo si sentiva fin giù sulle piste e
lo strudel di mele…mmmm…era una delizia.
Cercai Rose tra la folla accalcata alle casse e quando la
individuai mi accorsi che si stava sbracciando da due ore per farsi notare.
Risi alle sue facce buffe e velocemente la raggiunsi.
- Ce l’hai fatta
a spuntarla col vecchio allora?-
- Si! É stato
facile. Sei pronta? –
- Da una vita. Sei
fuori?!! Non aspetto altro da una settimana.-
Rose era un batuffolo rosa dalla testa ai piedi e quegli occhi
azzurri e capelli biondissimi erano un insulto alla mia esagerata bellezza.
In realtà di bello avevo soltanto il giubbotto rosso nuovo che
la nonna mi aveva regalato mossa da pietà, visto che mio padre insisteva che
indossassi sempre lo stesso da tre anni. Per il resto ero un campione di
mediocrità. Da primato proprio.
- Hai portato i
biglietti?- Le chiesi tendendole il palmo aperto.
- Certo che sì,
cosa credi! Guarda? – Mise la mano in tasca ed estrasse con una lentezza
esasperante i due biglietti per il concerto di quella sera.
- E
muovitiii, li voglio toccareee. –
Non potevo crederci…eppure sembrava che alla fine ce
l’avremmo fatta.
Allungai la mano e toccai quel sogno quasi realizzato.
- Sei sicura che
siano autentici?- La canzonai.
- Ma dico, per
chi mi hai preso? Certo che sono veri e li ho anche pagati parecchio quindi
sgancia la grana o mia madre poi sospetta.-
- Non gliel’hai
detto? –
- Perché? Tu
l’hai fatto?-
- No di certo,
mio padre mi ammazzerebbe. –
- Ecco! Nemmeno
io, anzi parliamo piano che qui intorno ci stanno tutte le sue amiche…quelle
arpie. Lo sai che quest’anno si è portata dietro tutto il gruppo? Da quando
partecipa a quei raduni di fans di quello lì sembra impazzita e non pensa ad
altro. Robbè di qua…Robbè di là, sono folli. Ce n’è una di Roma che pensa la
chiamano Sparviero Nero e un’altra mi pare si chiami Cricrila Redlips…ahahahah….A
volte mi sbudello a sentirle parlare tra loro. –
- Ma che ti
frega?Lascia che si divertano no?E poi quell’attore non è niente male. Forse un
po’ vecchio…–
- A me non
piace!
- Si certo, trovatelo
davanti e poi dimmi.-
- Ok dai
lasciamo perdere e pensiamo a cosa inventarci stasera.-
- Senti, io dico
a mia madre che dormo da te e tu dì a tuo padre lo stesso, che te ne pare?-
- E se poi si
telefonano?-
- Mia madre
starà fuori fino all’alba, lo fa ogni anno alla vigilia di Natale, poi con
quelle figurati, quindi non è un problema. Digli che se ci sono problemi chiami
l’albergo e che a mezzanotte andiamo a letto e che il telefono a casa non lo
abbiamo, insomma… inventati qualcosa. –
- D’accordo e
speriamo che vada tutto dritto .-
Trascorremmo la giornata a prendere il sole senza mettere nessuna
protezione sul viso dimenticando come ogni anno che eravamo sopra i duemila
metri e che la temperatura ingannava la potenza dei raggi. Alla sera eravamo
due peperoni, anche se nel mio caso sembrava che il sole facesse fatica a
guardarmi. Tutti dicevano che il Sole bacia i belli e forse quella palla di
fuoco giallo si era accorta che io non lo ero…meglio così…ero solo meno pallida
del solito.
Molti ragazzi si erano avvicinati con mille scuse per farci il
filo e tenerli a bada era stato divertente. Quasi tutti andavano da Rose.
Ma qualche bel fustacchione era capitato anche a me.
All’ora di cena ci separammo dandoci appuntamento per le nove e
mezzo.
Il concerto era alle dieci, ma avevamo calcolato che in venti
minuti saremmo state lì sul posto.
Mio padre era tutto gasato dalla giornata sulla neve perchè
aveva conosciuto un po’ di persone e le avrebbe riviste poi dopo cena.
Ero felice di vederlo così sereno, ne aveva bisogno e poi tutto
questo suo gasamento tornava utile pure a me.
Brontolò per una decina di minuti poco convinto, quando gli
proposi di lasciarmi dormire da Rose, ma a quanto pareva aveva anche lui dei
progetti e la cosa gli calzava a pennello.
Il piccolo albergo dove alloggiavamo era tutto addobbato di luci
e le musichette di Natale venivano diffuse da casse nascoste un po’ dappertutto,
era carino, coccolo e accogliente.
Salita in camera mi ero preparata meglio che potevo, un filo di
trucco e poi via di corsa fino a casa di Rose.
Lei aveva un appartamento affacciato alla vallata che
apparteneva a sua madre e prima ancora a suo nonno e dal vialetto innevato che
occorreva percorrere per raggiungerlo si poteva ammirare l’intera catena di
montagne maestose che quella notte sembravano avvolte da una polvere magica.
La Luna piena era alta in cielo e il tappeto di stelle brillava
in modo spettacolare.
Era troppo bello quel panorama per non fermarsi a
guardarlo.
Lo strato di neve scrocchiava sotto ai piedi e il gelo secco
sembrava entrare direttamente nelle ossa.
Quasi congelata suonai il campanello e un attimo dopo ero al
piano di sopra a discutere il nostro astutissimo piano di battaglia.
- Hai preso i
biglietti?-
- Si!
- La macchina
fotografica?
- Si!
- Il Glossy alla
fragola?-
- Oh ma la vuoi
smettere?Pensa piuttosto a cosa dire alle allupate lì fuori. Mamma, non so
perché, stasera ha le palle girate e non fa che fare domande. Quindi ti prego
non fare cazzate e cerca di essere convincente.-
- E cosa le devo
dire? –
- Non lo so, che
andiamo a sentire un coro natalizio, che tuo padre ci accompagna, che …che ne so,
improvvisa dai, che altrimenti facciamo tardi e non intendo perdermi nemmeno
una nota del concerto.-
Le sbirciai nascosta dietro un paravento.
- O mio dio,
guarda…stanno giocando a twister con un mega poster di quell’attore lì…ahahah, mi
verrà da ridere. Non so se ce la faccio.-
- L’ha portato
la Zag.-
- Chi?-
- Zagrella
qualcosa, non chiedermi come si chiama realmente perché non lo so. E’ una che
sta sempre stravaccata dappertutto, arriva prima il suo sedere e poi lei, ahahah,
fa sempre cicicocò con quella lì bionda, vedi?-
- Quella che
adesso sfrega il piede sulla foto del “pacco” di quello lì?-
-
Ahahahah…noo…quella è la Redlips, la chiamano Mistress. Sai quella che ti
dicevo stamattina alla baita, la Cricrilla. Mi fanno morire guardale, sarebbe
da restare qui a guardare loro anziché andare al concerto. La bionda che
intendevo è quella seduta accanto a mia madre, la vedi?E’ la Geo.-
- Si, la vedo, sembra
più giovane delle altre. Dio come ride, ha le lacrime agli occhi.–
- Non lo
so quanti anni abbiano, ma di testa mi sembra che non siano cresciute per
niente.-
- Però si
divertono, guarda come ridono. Pensi che anche noi saremo così da vecchie?-
- Sei pazza? Io
voglio un marito ricco e un amante focoso, altro che solo donne.-
- Però sono…-
- Adesso
smettila e entriamo in azione. Siamo già in ritardo di cinque preziosissimi
minuti.-
- Ma io volevo…-
-
SSShhhhh…basta. –
Rose mi ficcò il berretto in testa e mi fece volare la sciarpa
intorno al collo.
- Andiamo. –
- OK!-
Il piccolo salotto era colorato ed accogliente e il calore della
graziosa stuße addossata alla parete di fondo si avvertiva sulla pelle. Un
bel gruppetto di donne “mature” aveva gli occhi puntati su di noi e si
scambiavano commenti su quanto avrebbero voluto avere ancora la nostra età.
A disagio misi in azione il mio fascino e interpretai la mia
parte.
Pochi minuti di battute sconce ed eravamo fuori nella notte.
- Ce l’abbiamo
fatta, quanto manca? – Soffiai dentro ai guanti prima di infilarli.
- Abbiamo venti minuti giusti, dobbiamo far presto dai, corri.
–
La strada buia ci confondeva e ci fece perdere un po’
l’orientamento, ma in 15 minuti netti eravamo già sul posto.
Ci aspettavamo di trovare una folla accalcata per entrare ed
invece c’era solo una fila ordinata di ragazzi un po’ più grandi di noi.
- Sei sicura che
ci siano i Black Rolls vero? Non è che ti sei fumata il cervello, no?-
La vidi frugare nella tasca ed estrarre quei biglietti quasi
fossero una preziosa e rara reliquia.
- C’è scritto
qui vedi? B-L-A-C-K R-O-L-L-S, non capisco. –
- Andiamo a
vedere dai. –
Ci avvicinammo stringendoci la mano in apprensione. Era da
giorni che sognavamo questa serata e l’idea che potesse sfumare ci metteva
ansia.
Un grande cartello affisso all’ingresso diceva :
“ SPIACENTI DI INFORMARE CHE A CAUSA DEL MALTEMPO I BLACK ROLLS
STASERA NON SI ESIBIRANNO, MA LA BUONA MUSICA SARA’ COMUNQUE ASSICURATA”.
- NOOO, non ci
posso credere. – Rose aveva urlato ai sette venti e tutti si erano voltati a
guardarci.
- Che ti urli, pazza.
Certo che una scusa migliore la potevano trovare. “Maltempo”, ma se c’è
un cielo stellato da paura.-
- Non è
possibileeee…daiiii…e checcazzoooo!!!-
- Non cominciare
a dire parolacce adesso, sai che non lo sopporto.-
- Ma dico sei
fuori?Lo sai che sei davvero bacchettona? Cazzo cazzo cazzo cazzo…ehhh!-
- Non prendertela
con me per la serata buca. Potevi informarti prima. –
- Ahh adesso è
colpa mia, grazie davvero, sei proprio un’amica. –
- OOhhh
smettiamola dai e andiamo a vedere chi cavolo canta stasera. Siamo qui, quindi tanto
vale dare un’occhiata e vedere che succede là dentro. Vuoi?-
- Ffffff, che
palle però!!-
- Rooossse. –
- Nemmeno che
palle posso direee….ma che palleeee!-
Rinunciai a redimerla e senza troppo entusiasmo entrammo nel
locale. Il fumo aleggiava sopra le nostre teste come una nuvola carica di
tempesta e i fasci di luce degli spot colorati la trapassavano come lampi. Il
piccolo palco al centro era ancora vuoto, ma in sottofondo la musica dei Duran
Duran si diffondeva creando l’atmosfera. I divanetti erano mezzi vuoti e sui
tavoli ai lati sedevano solo alcune coppie e qualche compagnia mista di
ragazzi.
La delusione mi ferì.
- Che cavolo ci
facciamo qui, me lo spieghi? – Rose come al solito non aveva mezze misure e il
fatto che la serata fosse sfumata la metteva a dura prova e …metteva a dura
prova anche me che ero costretta a sopportarla.
- E dove vuoi
andare, lo sai che stasera tutti i locali sono pieni e che non abbiamo altri
soldi per andare da nessun’altra parte, quindi?-
- Si ma che palleeeee!!!-
- Roooose
smettila, sediamoci qui dai, tanto a quanto pare spazio ce n’è anche troppo. –
Ci togliemmo la giacca a vento e il resto della bardatura appoggiandolo
allo schienale delle sedie e una volta seduta cominciai a guardarmi bene intorno.
La luce era soffusa, ma sufficiente per vedere se conoscevo qualcuno da
aggiungere alla compagnia monotona di Rose. Lei intanto si stava sistemando il
trucco, peraltro perfetto, evidenziando ancor di più l’abisso che esisteva tra
me e lei. I ragazzi del gruppetto accanto al palco erano tutti voltati a
guardarla e il suo istinto da gatta morta li mise subito a fuoco.
- Io quello lo
conosco. –
- Quale?
- Quello con la
camicia a quadri e gli occhi blu.-
- Ah quello, come
tu faccia a vedergli gli occhi da qui lo sai solo tu. Sii è carino!-
- Scemaa, lo so
perchè l’ho già visto altre volte sulle piste. Una volta c’ho pure sciato
insieme. Ma tu che ne sai non ci vieni mai con me.-
- Non rompere, se non mi
va non mi va. Ti sta fissando, mmm, è già tuo! Guarda? Sbava!-
- Che stronza
che sei…smettila di prendermi per il culo!-
- Oxford? Devo
segnarmela …-
- Smettila di
rompere. Ho sete, prendiamo da bere?-
- Chiamo il
cameriere.-
Alzai la mano in direzione del ragazzo che stava lasciando un
tavolo poco lontano da noi dopo aver preso le ordinazioni. Mi fece cenno di
avermi visto e lentamente si avvicinò. La luce mise via via i tratti del suo
volto in evidenza e senza volere i muscoli del mio viso reagirono sorridendogli
in coro.
- Ciao!- Mi
disse. La voce non era da meno, un sogno.
- Ciao, abbiamo
sete. – Che cosa cretina gli avevo detto e che maleducata.
- Sono qui per
questo, ma se vuoi …ne parliamo. – Come una carezza o uno schiaffo, la sua
presenza mi fece cadere in stato di shock e il problema era che in volto mi si
leggeva ogni cosa come fosse scritta a caratteri cubitali.
- Una coca andrà
bene….per favore…e grazie.- Una deficiente.
- Una coca-andrà
-bene e…?-
- …e grazie!-
- Noo, intendevo,
la tua amica che prende?-
Arrossii fino alle ossa e imbarazzata come una cretina cercai di
non affogare nella bava che copiosa mi usciva da ogni anfratto facciale e non.
Diedi una gomitata a Rose che non staccava gli occhi di dosso al
ragazzo di prima.
- Tu che prendi,
Rose? – Non riuscivo a smettere di fissarlo, ma controvoglia fui costretta a
farlo.
- Tienimi questo!-
Rose mi mise in mano lo specchietto e senza darmi modo di deciderlo mi usò come
sostegno.
- Una birra e
limonata. – La guardai come si guarda un brufolo da schiacciare.
- Ma che
schifezza è? – Le chiesi.
- Lui lo sa, non
è vero? – Si rivolse a lui senza guardarlo, continuando a lavorare sulle sue
labbra come un pittore sulla tela.
- Ok ragazze, vado
e torno. – Strizzò l’occhio e con grande eleganza si dissolse nella nebbia di
fumo fitto del locale. L’andatura tutta dinoccolata, era tenero, ma anche un
figo della madonna.
Ore 22.30: Il portatile che papà mi aveva lasciato era grosso
come una valigetta ventiquattrore. Era un walkie- talkie molto potente ed era
l’unico motivo che lo aveva convinto a lasciarmi uscire. Iniziò ad emettere
quello strano suono sordo e dovetti precipitarmi fuori da quella stanza chiassosa
perché Charlie non sospettasse nulla sul luogo dove mi trovavo.
La giacca era rimasta sullo schienale della sedia e lì
all’aperto si moriva letteralmente di freddo.
- Pronto papà? –
La voce di mio padre era offuscata da altri rumori di fondo e all’inizio quasi
non lo riconobbi.
- Sei tu?- Gli
chiesi. Rispose urlando che non sentiva niente e questo era meglio per me.
- Va tutto bene?
– Mi finsi interessata a sapere di lui, mentre in realtà non vedevo l’ora di
tornare dentro al caldo e da quel bel ragazzo.
Iniziai a battere i piedi e a saltellare, mentre come aghi di
ghiaccio i venti notturni mi sferzavano oltrepassando la trama del maglione di
lana.
- Non ho niente
papà, solo un po’ di brividi. – Battevo i denti tanto forte che pensai si
sentisse il ticchettio fino in fondo alla valle.
Ero in silenzio che tentavo di ascoltare la voce di papà, quando
da dietro qualcuno mi avvolse con uno spesso giubbotto di piuma, caldo e meravigliosamente
profumato. Mi voltai spaventata trovandomi faccia a faccia con quel volto
splendido che poco prima mi aveva conquistata.
Sorrisi debolmente stringendomi in quel caldo e soffice rifugio,
mentre lui portava la sigaretta alla bocca assaporandone l’aroma. Lo guardavo
avvolgere le labbra intorno al filtro come se lo stesse baciando, le teneva
appena schiuse quando inspirò poi l’aria fredda che lo circondava e rimasi
incantata ad osservarlo, mentre quel sottile alito di inferno si liberava dalla
sua lingua in anelli perfetti che volteggiavano davanti ai suoi occhi luminosi
spalancati su di me. Mi accesi insieme al mozzicone che brillava tra quelle
lunghe dita ogni volta che vi si attaccava per aspirarlo…
Un sogno.
- Sii papà sono
qui, certo. Non ti devi preoccupare. Va benissimo. A più tardi.-
Non avevo sentito una parola di tutto quello che aveva detto, ma
non mi importava, né di quello, né del freddo, né del tempo che passava.
Staccai la linea e lo spensi tenendolo in mano.
Sentivo il suo sguardo addosso anche quando abbassavo gli occhi,
incapace di sostenere l’insistenza del suo troppo a lungo. Sorrideva appena,
socchiudendo gli occhi quando le lingue di fumo salivano a leccargli il viso.
Le invidiai…
- Grazie, sei…gentile.
– Balbettavo come se la lingua avesse un nodo in punta e non capivo cosa avesse
questo ragazzo di così diverso dagli altri per ridurmi in quello stato.
- Figurati, è un
piacere. – Mi guardava dritto negli occhi, scrutandomi fino a mettere a nudo
tutti i miei pensieri e mi sentii spogliata di ogni difesa.
Poche volte mi era successo di rimanere sola sola con un ragazzo
e nella maggior parte dei casi era per studiare o fare ricerche per la scuola.
Soltanto uno mi aveva fatto battere il cuore, ma al confronto di come mi
sentivo ora era stato solo un lieve palpito.
Lo vidi combattere il freddo sfregando le mani una con l’altra,
alitandovi sopra e parte di quel delizioso profumo, di respiro suo e di tabacco,
mi giunse alle narici risvegliando un piacere che non conoscevo. Fremetti.
L’ormone sessualmente instabile che viveva in me da poco tempo era in ginocchio
e chiedeva a gran voce di essere liberato.
- Sei in libera
uscita stasera? Ho sentito che parlavi con tuo padre al telefono scusami, non
ho potuto farne a meno. I tuoi lo sanno che sei qui?-
- In realtà si
tratta solo di mio padre, Charlie. Mia madre non è qui!- Parlavo quasi
sussurrando, poi me ne resi conto e mi schiarii la voce.
- E…no, non lo
sa. Mi ammazzerebbe. – Mi strinsi nelle spalle, colpevole.
- E’ la notte di
Natale questa e io sono solo qui in Italia. Sono venuto in questo posto per
sistemare delle faccende di famiglia, ma nella mia piccola casetta sono tutto
solo…purtroppo. –
- Uhh, mi
dispiace tanto. Non sei troppo giovane per occuparti di “cose di famiglia”?–
Non sapevo che pensare, non capivo dove volesse arrivare. Indagai.
- Non proprio, ho
vent’anni e la mia famiglia…beh…sono io.-
- Oh!- Sorpresa
continuavo a non capire.
- I miei sono
morti un anno fa, un incidente a Miami e quindi…-
- Scusami. Mi
dispiace tanto. –
Una dolcissima smorfia di sofferenza gli illuminò il viso scomparendo
subito dopo come una foglia soffiata via dal vento.
- Ti va se
entriamo? Si muore di freddo qui.- Eravamo immersi nel buio ed ebbi un attimo
di paura.
- Certo scusami,
non ti voglio annoiare, ti faccio strada.-
Mi prese la mano nella sua dolcemente, tanto grande e delicata
da avvolgerla completamente. Era calda e familiare, come se quel contatto fosse
già avvenuto in passato e il mio tatto l’avesse riconosciuto. Lo seguii come
un’ombra segue il proprio corpo, lasciandomi trascinare impotente verso
l’entrata del locale.
Gli tirai il braccio costringendolo a girarsi.
- Ehi! Non mi stavi annoiando per niente. - E cercai
il suo sorriso, che si aprì come un regalo.
Ammiccò strappandomi una risatina.
Non lasciò la mia mano nemmeno quando passando tra i tavoli si diresse
verso il bancone. Lo seguii senza fiatare, finchè mi prese per i fianchi e
alzandomi come un fuscello mi sedette letteralmente su un alto sgabello davanti
al palco.
- Ora stai qui e
fai il tifo per me, ok? –
Lo guardai con la “faccia da rana Kermit” continuando a non
capire, ma a parte far segno di sì con la testa non feci in tempo a dire nulla.
Con un balzo salì agile sulla piattaforma rialzata e dirigendosi
verso il centro afferrò una chitarra acustica poggiata ad un sostegno. Subito
le luci si spensero e un fascio di luce lo colpì creando un cerchio di magia
intorno a lui.
Rimasi rapita da quel che vedevo, rendendomi conto di non
conoscere nemmeno il suo nome.
Cominciò ad accarezzare le corde dolcemente, guardando verso
quel buio che nascondeva il suo pubblico e iniziò ad avvicinare il microfono
alla bocca.
Il tutto in una sequenza che mi fece ritrovare a bocca aperta.
Era di un sexy da paura.
Ero immobile ed eccitata per l’attesa.
- Salve a tutti,
come va? –
Sorrise in quel modo maledetto che avrebbe steso chiunque. I
capelli sembravano indecisi su quale direzione prendere e quel delirio di
ciglia folte faceva da splendida cornice alla luce dei suoi occhi verdi come il
bosco d’estate. Aveva tolto il maglione e se ne stava con una semplice t-shirt
nera sopra un jeans un po’ sdrucito. La fibbia argentata della cintura
risaltava su tutto quel nero…e brillava ogni volta che la luce la colpiva.
- Mi chiamo
Edward, sono americano e vengo da Miami in Florida. Volevo farvi ascoltare una
canzone che ho scritto qualche anno fa per una ragazza che popolava i miei
sogni, ma che non ha mai avuto un volto o
un nome, era solo nella mia fantasia. Ebbene ora un nome ce l’ha. - Mi fece un
cenno di inchino e arrossii da capo a piedi sorridendo con la mano davanti alla
bocca.
- Isabella,
questa canzone è per te. -
Immobilizzata dall’imbarazzo rimasi a guardare quello spettacolo
di uomo muoversi dondolando a ritmo della sua musica melodiosa, le sue mani
volteggiare sicure sulle corde che regalavano emozioni. Mi chiesi come facesse
a conoscere il mio nome , ma poi ricordai che Rose mi aveva chiamata più volte
in sua presenza. Mi piaceva sentire il suono del mio nome pronunciato dalla sua
bocca, era come velluto caldo che scivolava sulla pelle e faceva venire voglia
di chiudere gli occhi e di lasciarsi accarezzare.
Concluse troppo in fretta e quando il silenzio tornò a diventare
brusio di gente, quasi la sua voce mi mancava.
Mentre gli applausi lo accompagnavano mi raggiunse sussurrandomi
all’orecchio poche parole che bastarono a farmi sciogliere come neve al sole.
- Sei splendida
quando non sai che fare. -
Non sapevo come rispondere ad una affermazione simile e preferii
sorridere e stringermi nelle spalle senza dire nulla.
Dovevo congratularmi, dirgli che era stato fantastico, ma non so
come mai con lui dire le cose diventava troppo difficile.
- Non mi avevi
detto che avresti cantato. - Mi venne solo quello.
- E non ti ho
nemmeno detto che farò cantare anche te. -
Mi guardava con uno strano sorrisino ironico, non capii.
- Ma sei matto?
Io sono stonatissima, non ci penso proprio. -
- Sono sicuro
che con me vicino lo sapresti fare. - Lo disse talmente piano che faticai a
credere di aver capito bene.
Si era allontanato un momento per parlare con il personale
del bar e sorridendo scambiò poche
battute con loro, ricevendo complimenti e potenti pacche sulle spalle.
Sembravano amici e pensai che forse era
lì proprio per questo motivo.
Raccolse il suo maglione norvegese bianco gettandoselo sulle
spalle e come un dio che scende le scale del Paradiso si diresse verso di me
spartendo la folla. Dio com’era bello.
- Il mio lavoro
qui è finito. Avevo promesso che sarei rimasto fino alle undici. Tu che fai? –
Non stava mai fermo, continuava a dondolare sulle gambe e a
toccarsi i capelli e il viso e io
seguivo ogni suo movimento senza riuscire a staccargli gli occhi di dosso.
- Ohh, non lo so io…devo sentire Rose, la mia amica. –
Feci il gesto di indicarla al nostro tavolo, ma mi accorsi che
c’era solo la mia giacca abbandonata a se stessa e le sedie erano vuote. Ne
rimasi sorpresa anche se in effetti mi ero dileguata senza nemmeno dirle una
parola. La cercai tra la gente, puntando in direzione del gruppetto che aveva
adocchiato poco prima e infatti…era lì.
Il ragazzo fico con gli occhi blu le circondava le spalle e
stavano ridendo come dei deficienti, tipico di lei. Gli altri sembravano tutti
un po’ bevuti, ma da lontano poteva anche essere una mia impressione.
- Vieni con me?
Le chiedo se hanno dei progetti per dopo, vuoi?-
- Ok! - Mi seguì standomi addosso.
Ne sentivo la presenza fisica quasi mi toccasse la
pelle e ogni tanto avvertivo il tocco delle sue dita sfiorarmi per misurare le
distanze. Camminavo senza sapere come, portavo un piede avanti all’altro senza
sapere chi avesse dato il comando al mio corpo. Era quasi come passeggiare su
un materasso ad acqua, le gambe cedevano e dovevo impegnarmi per restare in
piedi e camminare dritta.
Quanto mi sentivo stupida.
Raggiunsi il piccolo cerchio di amici senza rendermi conto che
la sua presenza dietro mi sovrastava di molto. La cosa mi piaceva, mi dava un
senso di protezione.
Mi riaccesi in modalità ON e mi rivolsi a quella sciagurata di
Rose che stava ancora flirtando senza pudori con lo scemo di turno dagli occhi
blu.
- Ehi ciao, vedo
che ti sei trovata degli amici! –
- Ah eccoti
Bella, dov’eri finita? Sono rimasta lì come una cretina a parlare alla tua
giacca per cinque minuti prima di accorgermi che non c’eri più e la mia birra
non si è vista e ora so il perché!-
Sempre come una vera
signora Rose dava sfogo al suo repertorio da vittima immolata, anche se sapeva bene quanto la cosa mi desse
fastidio.
- Senti, cosa
vuoi fare dopo? Avete in mente qualcosa? Che so…un altro locale, un po’ di
musica? Ballare?-
- Non lo so…- Si
girò verso gli altri alzando la voce.
- Ragaaa, che si
fa dopo? Ce ne andiamo alla “Ragnatela”?-
Sapeva quanto odiassi quel posto. C’eravamo state una sola volta
l’anno precedente e tra ubriachi e strano fumo, eravamo tornate a casa così
puzzolenti che sembrava ci fossimo fatte una canna. Non ci volevo andare. Papà
se ne sarebbe subito accorto e mi avrebbe uccisa. Tutti in coro dissero che era
un’idea fantastica e questo mi impedì di aprire bocca per dire la mia.
Sbuffai innervosita voltandomi appena. Lui si abbassò quel tanto
da sfiorarmi la guancia con il calore delle sue parole.
- Ti ci porto io
se vuoi…mmhh?- Un soffio leggero e improvvisamente La ragnatela mi parve
un’idea fantastica.
- Ohh…ok!-
Sentivo la mia voce colare miele e bava insieme e mi feci schifo da sola.
- Allora dai
muoviamoci, così a mezzanotte siamo già sul posto per spararci il brindisi. - Occhi Blu aveva dato il via.
Il coro di voci confermò la proposta.
Tutti si alzarono infilandosi le giacche e i berretti.
Era fatta. Avrei avuto lui con me…con me…proprio me.
Mi avvicinai al tavolo per prendere la giacca e raccolsi tutto
quel poco che avevo abbandonato lì sopra. Papà non aveva più chiamato e la cosa
mi parve strana. Forse si stava divertendo anche lui. Glielo augurai.
- Si va?- Edward
mi raggiunse già bell’e pronto.
Il grosso giubbotto in pelle nera e una sciarpa a rigoni
colorati. Il berretto rosso era lungo e gli ricadeva di lato a modi Babbo
Natale. Buffo e irresistibile.
- Come ci
andiamo? – Rose urlò per sovrastare le altre voci e subito due dei ragazzi
della compagnia risposero di avere portato la macchina.
- Andiamo con
loro?- Mi ero rivolta ad Edward cercando di essere il più naturale possibile,
immaginando però di sembrare una pivella ridicola.
- Preferirei
seguirli col mio “gatto” se per te va bene. –
- Col tuo che?-
- La mia moto da
neve, il mio gatto personale. E’ più semplice girare per le strade piene di
neve con quel coso. Però ho posto solo per due persone, per te va bene?-
Mi andava da Dio, non potevo sperare niente di meglio.
- Certo. Non ci
sono mai salita, dev’essere una figata. –
- Beh, lo
scoprirai tra poco. –
Mi sorrise tendendomi la mano…rimasi ferma un istante, persa nel
mare verde dei suoi occhi che aspettavano solo mi tuffassi per perdermi, poi
l’afferrai decisa e insieme uscimmo dal locale.
Appena fuori fummo accolti da una forte folata di vento gelido
che sollevava la neve come polvere facendola roteare in aria in grandi vortici.
Le punte dei pini si piegavano alle carezze del vento, lasciando
cadere a terra la neve che vi si era depositata. La temperatura si era
leggermente alzata, il che faceva presagire che sarebbe presto nevicato.
Guardai Edward spalancando gli occhi con aria interrogativa.
- Non
preoccuparti. Se ci sbrighiamo riusciamo ad evitare la bufera. Le previsioni
dicevano che il tempo sarebbe cambiato, ma non pensavo potesse succedere così
in fretta. Dai vieni. –
Mi passò il braccio intorno alle spalle e a passo veloce mi
condusse dietro al locale dove venivano parcheggiati i mezzi del
personale. Rimasi a bocca aperta quando vidi di che si trattava. Quella moto
somigliava ad una slitta da quanto era grande e il colore rosso la faceva
risaltare sulla neve candida. Mancavano solo i regali appesi dietro su un
grande sacco e Babbo Natale a guidarla. Risi nascondendo la bocca coi guanti
pelosi, ma lui se ne accorse lo stesso.
- Beh che c’è?
La trovi buffa?-
Si fingeva offeso e con le mani ai fianchi mi mise il broncio.
Adorabile.
Lo avrei mangiato.
Lunghi ciuffi di capelli uscivano dal berretto a coprirgli la
fronte e qualcuno era sceso sopra agli occhi. Mi avvicinai senza pensare e
mettendomi in punta di piedi glieli tolsi da davanti.
- Ecco, così va
meglio no? – Ero serena e stargli accanto cominciava a piacermi. Non mi ero mai
sentita così bene. Mi veniva naturale.
Mi avvolse dolcemente tra le braccia sollevandomi da terra.
Sorrideva felice e gli occhi ridevano insieme a lui formando
tutto intorno adorabili piccole rughette d’espressione.
Mi sciolsi, mentre mi riappoggiava dolcemente a terra.
- Andiamo? –
Annuii.
Salì agilmente sulla moto impugnando le manopole e con due
movimenti esperti fu pronto per partire. Mi fece cenno di salire e allungando
il braccio mi aiutò nell’impresa. Manco fossi una principessa che salta in
groppa al destriero del suo principe salvatore. La sella era grande come una
poltrona e quando mi sedetti mi accorsi che si stava scaldando.
- Ma qui sotto
sono caldaaa…wow bollente, che belloooo. -
Lo vidi ridere di gusto e solo più tardi mi resi conto
della cosa che avevo urlato, vergognandomene da morire. Di solito non facevo
gaffe del genere, ma sembrava che questa serata mi ispirasse proprio.
Diede gas facendo una partenza sprintosa, tanto che mi dovetti
aggrappare a lui circondandolo in vita.
- Tieniti forte
Bella, non vorrei perderti per strada. –
- Non succederà,
vai!- Accelerò e subito prese velocità.
Fece un bel pezzo di strada lungo il limitare del bosco, poi
però lo strato di neve sulla strada divenne troppo sottile forse a causa del
sale gettato dagli spartineve e dovemmo procedere lungo un percorso fuori pista
immerso nel buio. Talvolta la Luna riappariva in cielo e la sua luce ci faceva
da guida , ma il vento, carico di nuvole grigie, la coprì poi definitivamente
lasciandoci al buio.
- Edward, ma tu
conosci la strada? Non mi sembra questa o almeno non la riconosco. –
- Credo di sì, anche
se ci sono stato solo una volta in quel posto e tre anni fa. E’ in alto vicino
alla baita, no?-
- Noo, quello è
“Il Ciondolo”ed è una birreria, non una
discoteca.-
Si fermò lasciando il motore acceso.
- Ero sicuro
fosse quello, accidenti. -
I primi grossi fiocchi cominciarono a cadere dal cielo
volteggiando sul fascio di luce del faro acceso puntato verso il bosco.
Il vento era aumentato e sferzava le cime degli alberi con più
forza. Il fischio delle folate tra i rami sovrastava persino il rumore del
motore acceso.
- Non possiamo
restare qui fuori troppo a lungo, il tempo sta peggiorando ed è meglio trovarsi
al caldo quando nevicherà sul serio.-
- Ok! Ma dove
andiamo? Fa un freddo cane. – Cominciai a preoccuparmi, avevo i brividi.
- Proviamo ad
andare avanti, dovremmo incrociare la strada principale. –
Ripartì lento, mentre la visibilità diminuiva rapidamente.
Mi strinsi a lui chiudendo gli occhi per impedire alla neve di
colpirli.
Il tempo sembrava scorrere lento e il gelo si infilava sotto ai
vestiti con le sue dita pungenti.
Bussai sulla sua spalla per farlo
girare.
- Non ce la
faccio più, manca tanto? –
- Ora ci
fermiamo, fidati di me. –
- Meno male, sto
morendo. – L’unica parte che ancora sentivo era il fondoschiena, scaldato da
quel congegno moderno.
La moto rallentò fino a fermarsi davanti ad un grande pino che
nascondeva una graziosa piccola malga che già dai contorni sembrava una
meraviglia. Non vi erano luci all’interno e la pensai disabitata.
Edward scese scivolando di lato e mi tese la mano per aiutare me
a farlo.
Non sentivo più le dita di mani e piedi e anche se non capivo
dove fossimo lo assecondai senza chiedere nulla. Il vento fischiava tra gli
arbusti producendo suoni sinistri e la neve fitta che cadeva dal cielo lo
seguiva rincorrendolo.
Non riuscii a dire nulla. Premevo le labbra serrandole per non
permettere a quel putiferio di gelo e neve di penetrarvi.
Mi condusse verso la casetta e dopo aver armeggiato per qualche
istante sulla serratura entrammo richiudendo la porta alle spalle.
- Stai ferma qui
un attimo che cerco di accendere una luce. –
- Mio Dio, ma
dove siamo? Sei sicuro che ci possiamo stare qui? E’ caldo qui dentro, ci sarà
qualcuno no? e se stanno dormendo?- Sussurravo.
Non mi rispose nessuno, mentre ascoltavo i suoi passi sulle
tavole di legno grezzo del pavimento. Via via che gli occhi si abituavano al
buio riuscivo a distinguere i contorni della stanza, accorgendomi di quanto più
grande apparisse rispetto a quel che sembrava da fuori. Il tepore mi riscaldò
producendo quegli aghi dolorosi alle mani e ai piedi, i “diavoletti” li
chiamavo io e mi tolsi i guanti per sfregarmi le dita e darmi sollievo. Stavo
ancora con la schiena appoggiata alla porta quando Edward tornò da chissà dove
con una grossa candela in mano. Lo vidi spostarsi lungo la stanza, accendendo
altre candele sparse sopra i mobili e sul pavimento.
Lo guardai stupita, non riuscendo a capire se dovessi essere
felice o spaventata. Edward era uno sconosciuto tutto sommato ed io ero lì sola
con lui, di notte e al buio. Scacciai quel pensiero non appena mi fu davanti.
Reggeva una candela che con la sua luce calda gli illuminava il viso producendo
ombre lungo il suo profilo. Si era spogliato del giubbotto e mi offriva la mano
libera sorridendo in modo timido e seducente.
Ebbi un momento di OFF lungo e sofferto.
- Benvenuta
nella mia casetta Isabella. -
Aveva il volto arrossato dal freddo e i capelli tutti
stropicciati dal berretto indossato poco prima ed un sorriso disarmante che mi
tolse ogni dubbio.
Se c’era un posto dove volevo essere era proprio lì con lui.
La sua mano prese la mia e mi lasciai guidare verso il centro
della stanza.
- E’
bellissima…davvero. –
- Ti aiuto a
togliere la giacca…sei coperta di neve. – Mi sfilò con delicatezza il giubbotto
ed io tolsi il berretto stringendolo tra le mani.
- Dallo a me, lo
metterò ad asciugare – mi disse – sei congelata. –
- Sì, ho i diavoletti. –
- Che cosa?-
Sorrise divertito. Raccolse le mie mani che sembrarono sparire nelle sue, calde
e morbide. Le avvicinò alla bocca e vi alitò sopra per scaldarle. Le appoggiò
una per parte sulle sue guance che al contatto mi parvero bollenti facendo si
che sentissi ancora più dolore.
Mi sfuggì un lamento.
- Maledetti
diavoletti, fanno un male della madonna. –
- Oh scusa!- Le
fece scivolare via dal viso poggiandole al petto.
- Non è niente…-
Rimanemmo uno di fronte all’altra, le sue mani sopra le mie.
Desideravo sentire il sapore di quelle labbra schiuse che
continuavano a sorridermi dolcemente, accarezzarle con le mie.
Avevo già baciato un ragazzo a scuola, ma il desiderio che
provavo ora per Edward era diverso, più intenso. Un’attrazione tale da farmi
tremare le gambe. Stringeva le mie mani mentre il petto seguiva il ritmo
affrettato del suo respiro. Gli occhi sembrarono colorarsi di nero, intensi, brillavano
puntati nei miei e mi ritrovai a deglutire a vuoto cercando di respirare, senza
riuscire ad allontanarmi. Scivolò con la mano sul mio viso accarezzandomi, poi
si ritrasse abbassando lo sguardo.
- Accendo il
caminetto.-
Sembrava costringersi a non guardarmi e la cosa un po’ mi ferì.
Pensai di aver fatto qualcosa di sbagliato , ma non ebbi il coraggio di
chiederglielo.
Rimasi ad osservarlo sedendomi sul grande divano rosso,
raccogliendo le gambe e abbracciando le ginocchia. Mi accorsi degli scarponi e
imprecai contro me stessa.
- Oh scusami…ho
sporcato il divano…io non volevo…oh mio dio scusami. –
In silenzio si mise in ginocchio davanti a me, appoggiando lì di
lato la legna che stringeva nelle mani. Mi sollevò lentamente una gamba
sfilando con delicatezza lo scarpone, fece lo stesso con l’altra, senza mai
staccare gli occhi dai miei.
Quel che lessi in quelle iridi vellutate mi lasciò senza
respiro…erano espressioni contrastanti, come se stesse combattendo con se
stesso per trattenerle.
Raccolse i miei piedi tra le mani sfregandoli.
- Sei congelata.
Ora accendo il fuoco e vedrai che andrà meglio. –
A gambe incrociate rimasi a fissarlo nella penombra, mentre
abile si muoveva intorno al camino e in meno di due minuti il fuoco
scoppiettava liberando nell’aria un gradevole profumo di resine e di pino.
Rimase per qualche istante a rimirarlo, come se quelle lingue di fuoco lo
trattenessero, era bellissimo. Il calore sprigionato dalle fiamme si propagò
velocemente elevando la temperatura della stanza e le mie mani si scaldarono
dicendo addio ai diavoletti. Fece un sospiro e poi tutto allegro si rivolse
dalla mia parte.
- Allora, ti va
una cioccolata rustica? –
- Rustica? Interessante.
– Ostentava un’allegria che i suoi occhi non provavano e me ne accorsi subito.
Finsi di non accorgermene e lo assecondai.
- Questa casa ha
più di cento anni e mancano molte delle comodità che conosciamo, ma offre una
vista magnifica che ora naturalmente non si vede e la cucina è stupenda, è la
parte che preferisco.- Lo vidi ritornare serio, un mezzo sorriso che i muscoli
del suo viso sembravano rifiutare.
- Mia madre
adorava questa casa e amava la vita semplice. Diceva che qui ritrovava i
piaceri delle piccole cose che in Florida non le era concesso di provare. -
Deglutì il groppo che gli si era visibilmente formato in gola. Seduto a gambe
incrociate davanti al camino. Quel ragazzo era la cosa più bella e dolce che
avessi mai visto in vita mia. Si era tolto il maglione ed era rimasto con la
sua t-shirt nera. Le linee dolci del suo viso mi attraevano in modo incredibile,
non capivo cosa fosse, sapevo soltanto che non riuscivo a staccare gli occhi da
lui.
- E’ la prima
volta che vieni qui senza… di lei? – Mi sembrò una domanda crudele non appena
la formulai e cercai di rimediare sentendomi un verme. – Perdonami, non
volevo essere…non so cosa …- Balbettai a disagio.
- Non preoccuparti, mi
piace parlare di mia madre. L’ho sempre chiamata con il suo nome di battesimo
sai? Fin da bambino. Era una specie di gioco che poi è durato nel tempo. Esme
era una madre meravigliosa, ma anche un’amica per me. - Nel parlare di quella donna
gli si illuminarono gli occhi e quel sorriso che prima si nascondeva nel
dolore, era sbocciato nelle sue labbra calde regalandomi il piacere di starlo a
guardare mentre dava il meglio di sé.
- Lo posso solo
immaginare, io non sono stata fortunata quanto te. La mia se n’è andata quando
ero piccola per seguire i suoi sogni e non l’ho più rivista da allora. Non so
nemmeno dove sia e con chi. –
- Avevo capito
che fossi qui con i tuoi genitori e non solo con tuo padre.
- E invece siamo
noi due soltanto, ma stiamo bene. Papà è una brava persona e insieme facciamo
davvero di tutto. A lei non penso mai, è quasi come se non fosse mai esistita.
– Pronunciare quelle parole mi fece male, forse non era vero, ma nel mio cuore
preferivo pensare che lo fosse.
Si sistemò sul tappeto mettendosi seduto e appoggiando le
braccia sopra le ginocchia. Le mani unite giocavano ad intrecciare le dita,
come quando da bambini si fanno i giochini.
- Esme aveva sempre sognato di venire a invecchiare
qui con mio padre, una volta che io fossi andato a vivere per conto mio. Aveva
già fatto un sacco di progetti su come sistemare la casa, il giardino qui
davanti…che in estate immaginava come un’esplosione di fiori colorati. Ma
soprattutto aveva a cuore il Natale e voleva tanto che tutto fosse perfetto,
semplice…ma perfetto.–
Mi sorrise un po’ imbarazzato. Si era lasciato andare ed io
scoprivo ogni istante di più quanto mi piacesse starlo a sentire. La sua voce
era come un balsamo per l’anima, una carezza che arrivava dritta al cuore e
quando rimaneva in silenzio mi accorgevo che mi mancava.
- Aveva un desiderio che non
era mai riuscita a realizzare per tempo e che si era ripromessa di mettere in
opera quest’anno. Io sono qui per
questo. –
Di nuovo quel velo di dolore oscurò il bagliore di gioia di poco
prima e io non potevo che rimanere spettatore di quel divenire inconsapevole.
Sospirò e fece una pausa. Sollevò gli occhi guardandomi
intensamente. Cercava di dirmi qualcosa, ma non riusciva ad esprimerlo a parole.
I suoi occhi erano un lago di solitudine e cercava conforto tuffandoli nei
miei.
Non resistetti e mi avvicinai per accarezzarlo.
- Sono
sicura che tua madre ne sarà felice, qualsiasi cosa sia…lei lo saprà. – Mi misi
in ginocchio dietro di lui e avvolgendogli le braccia intorno al collo lo
strinsi dolcemente tuffando il viso sull’incavo del collo. Il conforto che
provai mi fece bene al cuore. Tutto quel che facevo con lui mi pareva naturale,
come se già lo avessimo vissuto insieme altre volte. Sollevai il viso
stampandogli un sonoro bacio sulla guancia. Lui voltò la testa verso di me e
sorrise apertamente, come se il sole fosse tornato a splendergli intorno.
- Ho dimenticato
la tua cioccolata, vieni con me. –
- Dove? – Si
sollevò da terra e allungò la mano per aiutare me ad alzarmi.
- Nella mia
stanza preferita. – Afferrò una candela.
Mano nella mano mi fece strada e fatti due scalini mi ritrovai
nella grande cucina accogliente e intima. Il fuoco scoppiettava nella stufa a
legna e sopra c’era una pentola d’acqua grandissima che bolliva lenta.
- Non ti
spaventare per il disordine, non sono il massimo come uomo di casa. – C’erano
alcuni piatti nel lavandino di pietra e il tavolo mezzo apparecchiato. Accese
le candele della stanza e si mise ad armeggiare sopra il fuoco.
- Non lo vedo
nemmeno, non ti preoccupare. Posso aiutarti? –
Cercai di avvicinarmi , ma non me lo permise.
- Non se ne
parla, siediti e aspetta, in due minuti sarà tutto pronto…spero.- La stanza
era calda e confortevole. Le pareti erano bianche come la neve e coperte di
pentole di rame e vecchi attrezzi di legno per la cucina. Le travature sul
soffitto erano molto spesse e nel centro pendevano alcuni addobbi dorati che roteavano
sospinti dal calore che proveniva dalla stufa. Emettevano piccoli fasci di luce
riflessa che giocavano sulle pareti formando disegni astratti. Sembravano
stelle cadenti e mi ritrovai ad osservarle incantata.
- Ecco la tua
cioccolata…Cucciola. – Mise la tazze sopra al tavolo e scavalcò la panca
alzando la gamba prima di sedervici sopra.
- Cucciola? Mmm…è
carino. – Rise afferrando la sua e tenendola tra le mani.
- Esme mi
chiamava così e a me piaceva tanto. Era un modo affettuoso di dirmi che ero il
suo bambino. – Non aveva vergogna di raccontare le proprie emozioni ed
era strano osservare come gli venisse facile farlo.
- Tua madre era
una donna fortunata, aveva te. –
Lo dissi senza pensare, era il cuore che parlava.
- Grazie, sei
gentile. – Fece una pausa sorseggiando la sua cioccolata, rigirandosi poi la
tazza tra le mani.
- Io sono
fortunato a poter stare qui con te, mi fai stare bene. Ne avevo davvero
bisogno. Sono contento che tu sia venuta.– Era sincero…glielo si leggeva negli
occhi splendidi che teneva sempre fissi nei miei. Me ne godevo ogni sfumatura create
dalle ombre proiettate nella stanza dalle candele accese…e quello scintillio
era ipnotico.
- Ne sono felice
davvero. Sto bene anch’io. – Gli risposi.
Il vecchio orologio a cucù avvertiva che mancavano cinque minuti
alla mezzanotte e Edward si affrettò ad alzarsi e mi sfiorò la mano.
- E’ ora, vieni
con me. – Sorrideva complice, sapendo che non avevo la più pallida idea di cosa
stesse dicendo.
Mi guidò davanti alla grande finestra che dava sul giardino,
dove in quel momento scendeva una copiosa nevicata in grande stile. Il buio
circondava la casa e l’atmosfera grigia copriva qualsiasi visuale. Tutto
appariva immutabile, tranne il grande albero che, smosso dal vento, sembrava
ballare contento sotto una doccia di ghiaccio, vestendosi via via di quei
fiocchi candidi.
- Ora rimani qui
e non smettere di guardare lì fuori, ok? – Era eccitato mentre si infilava la
giacca e il berretto, tralasciando il maglione che era rimasto a terra sul
tappeto bianco.
- Ma dove vai?
Lì fuori si gela…- contagiata e curiosa volevo sapere cosa stesse tramando.
- E’ una
sorpresa…shhh…zitta e vedrai. – Mi strizzò l’occhio prima di uscire, gettandosi
la sciarpa teatralmente al collo. Era da mangiare.
- Tu sei
pazzooo…- Gli urlai a tutto fiato mentre usciva e continuai a ridere anche
quando scomparve dietro la casa.
Passarono un paio di minuti nei quali il silenzio veniva
spezzato soltanto dal tranquillo crepitio della legna sul camino. Continuavo a
guardare fuori, dimentica di tutto, di mio padre, di Rose e del fatto che fossi
lì tutta sola con quel ragazzo stupendo. Mi si stringeva il cuore quando
pensavo a lui e mi riempiva la testa, il petto, lo stomaco e lo sentivo vicino
come se fosse sempre stato accanto a me, mentre in realtà lo conoscevo appena .e
non capivo come questo potesse accadere.
Ricordai le parole che mia nonna mi diceva sempre.
”Non sarai tu a trovare l’amore, ma è l’amore che troverà te” e
a quel pensiero sorrisi.
All’improvviso dove prima c’era il buio scoppio una luce che in
principio mi colse impreparata e chiusi gli occhi. Riaprendoli però rimasi a
bocca aperta. Il grande albero sembrava aver preso improvvisamente vita e
brillava ondeggiando al vento quasi la cosa lo divertisse. Mille scintille
bianche lo vestivano di luce lasciando piccole scie che pennellavano il buio.
- Ohh Mio Dio…-
Dissi al vuoto che avevo intorno portandomi le dita davanti alla bocca.
Tutto in realtà sembrò prendere vita nel giardino o forse era
soltanto frutto della mia immaginazione. Il vento turbinava trascinando i
soffici fiocchi di neve in vortici verso il cielo e poi di nuovo a terra come
se non li volesse lasciar andare e quella luce li avvolgeva accompagnandoli.
Vidi Edward al limitare del giardino sorridere con le lacrime
agli occhi, lo sguardo sollevato ad ammirare la sua opera, le braccia strette
intorno al corpo. Muoveva le labbra come se fosse in preghiera, mentre la neve
giocava intorno a lui ricoprendolo di un sottile strato candido.
Si girò verso di me incontrando il mio sguardo fisso su di lui e
sorridendo mi raggiunse. Aprii la porta per accoglierlo, mentre lui sbatteva i piedi sotto al porticato
di legno liberandosi della neve che lo aveva ricoperto.
Entrò e richiusi la porta alle sue spalle.
- Tu sei pazzo
davvero, ma quel pino è davvero spettacolare, lasciatelo dire. Non ho mai visto
un albero di Natale più bello. –
Si tolse in fretta giacca e berretto.
- Dici che si
veda giù a valle? – Le lacrime ancora gli rigavano il viso, ma il sorriso era
aperto e incontenibile. Si sfilò gli scarponi saltellando su un piede solo, di
fretta, per non perdersi quello spettacolo che al di là del vetro sembrava impossibile
potesse durare a lungo.
- Credo che si
veda in tutta la Val di Fassa, fino a Moena. Ma come hai fatto? E’ enorme, ci
saranno migliaia di luci, e la corrente?-
- Abbiamo un
grosso generatore che mio padre ha fatto portare l’ultima volta che siamo stati
qui. La mamma era stanca di girare sempre con le candele e diceva che un Natale
senza luci non è Natale. Non avevamo fatto in tempo a metterlo in funzione lo
scorso anno e quindi…Era questo che voleva Esme per il suo Natale perfetto e io
sono venuto qui proprio per poter esaudire questo suo desiderio. -
Il sorriso stava scomparendo. Non permisi alla malinconia di
rovinargli il momento.
- Vieni, aiutami
a spostare un po’ il divano. –
- Che vuoi fare?
– Mi guardava sorpreso, ma almeno l’avevo distratto.
- Lo mettiamo un
pochino più indietro così possiamo guardare fuori e scaldarci al fuoco nello
stesso tempo. – Sollevò le sopracciglia in quel modo buffo che già adoravo e
sorridendo sghembo mise mano alla sponda del divano. Lo sollevammo di poco e
con breve sforzo fu in posizione.
- Ecco fatto.
Ora va bene. –
Mi ero messa le mani ai fianchi tutta fiera della mia idea. Lui
mi osservava in silenzio. Incontrai quello sguardo profondo e mi sentii subito
riscaldare. C’era calore e amore dentro ai suoi occhi, una passione che lo
spingeva a compiere gesti sempre mettendoci il cuore. Amavo quello che vi
leggevo e lasciai che entrassero dentro me.
- Sei bellissima
, lo sai? –
Non riuscii a trattenere un largo sorriso impacciato,
mentre ancora una volta lui senza vergogna metteva a nudo le sue emozioni. Feci
altrettanto.
- Anche tu sei
bellissimo, ma penso tu questo già lo sappia. -
Scoppiammo a ridere come due sciocchi, dissolvendo così il
momento di imbarazzo.
- Sarai
congelato, dai rimettiti questo. -
Raccolsi il maglione che aveva lasciato a terra porgendoglielo.
Lui lo afferrò, ma lo mise da parte.
- Prendo la
coperta del Buon Ricordo, aspetta. –
Lo vidi scomparire nel corridoio e fare di corsa le scale che
portavano al piano superiore. Pochi minuti e riapparve sulla soglia con un
grande plaid rosso imbottito di pelliccia candida e cercava di aprirlo ancor
prima di arrivare al divano.
- Aspetta che ti
aiuto. –
Pochi passi e lo raggiunsi afferrando un lembo che trascinava a
terra. Subito il contatto con quella soffice pelliccia mi procurò piacere e non
resistetti a portarlo al viso per godere della morbidezza.
- Mmmhh che
meraviglia. E’ una favola. –
Si lasciò cadere sul divano e vi spinse anche me, coprendoci poi
entrambi con quella nuvola vaporosa. Subito il tepore si fece sentire, generato
dal calore dei nostri corpi. Non avevo mai provato quanto fosse gradevole un
manto di pelliccia.
Sollevò il braccio mettendolo intorno alle mie spalle ed io mi
accoccolai sul suo petto come la più naturale cosa di questo mondo. Sollevai le
gambe stendendole sul divano e sospirai serena. Non mi ero mai sentita così
felice.
L’orologio alla parete suonò i rintocchi della mezzanotte, anche
se in realtà le lancette segnavano mezzanotte e dieci.
Sollevammo entrambi lo sguardo verso quel gradevole suono e poi
ci guardammo.
- Buon Natale
Isabella. – Gli occhi suoi brillavano di una luce intensa, ne rimasi
prigioniera.
Mi allungai avvicinandomi e lo baciai sulla guancia. Subito il
contatto mi fece fremere e un brivido intenso mi corse lungo tutto il corpo.
Faticavo a respirare e privarmi di quel piacere mi provocava sofferenza. Di
nuovo i nostri sguardi si sfiorarono e per un attimo il tempo si fermò. Vi
lessi gratitudine, desiderio, rispetto e una dolcezza tale da sentirmi persa,
completamente disarmata.
Lentamente avvicinò le sue labbra alle mie, rimanendo poi
sospeso ad un soffio, indeciso, quasi volesse chiedermi il permesso di farlo.
- Buon Natale a te, Edward. – E lasciai mi accogliesse tra le
braccia, mentre le nostre bocche si allacciavano in un lungo bacio
appassionato.
Avevo perso il contatto con la realtà…lo spazio, il tempo. Seguivo
il suo corpo come se da quello dipendesse anche l’esistenza del mio ed ogni
gesto nasceva da solo, guidato da un istinto naturale che non dipendeva
più da me.
Accarezzai il suo petto sollevando poi la maglietta per
toccargli la pelle. Sentivo il suo respiro aumentare e le sue mani circondarmi
leggere come se il suo tocco fosse una lunga carezza. Sospinta da una forza
incontrollabile esplorai il suo corpo con le mani, le labbra…tutta la mia
pelle. Il profumo di lui mi faceva sentire a casa…come se l’avessi riconosciuto
e potessi finalmente goderne.
Lui si stese accanto a me senza mai smettere di baciarmi.
Sentivo le sue grandi mani stringermi a lui con urgenza, come se perdere il
contatto lo facesse soffrire. Sfilai la sua maglietta, mentre i gemiti della
passione accompagnavano i nostri gesti.
- Oh Bella, sei
meravigliosa…- Un sussurro roco, lasciato cadere sulle mie labbra come miele.
Ero così che mi faceva sentire…meravigliosa.
Le braccia di lui che mi premevano sul suo petto e il sapore
dolce della sua bocca e della sua lingua che instancabile penetrava dentro la
mia giocando a farmi perdere la testa. L’esigenza di avere di più divenne
insostenibile e dentro me dovevo decidere se fare quel passo importante, unico
in una intera vita che avrebbe oltrepassato un limite oltre il quale non si
poteva retrocedere. Sentivo la sua eccitazione premere contro il mio ventre, ma
non aveva chiesto di più, continuava incessante a coprirmi di carezze.
- Edward…-
Sospirai il suo nome sulle sue labbra e lui gemette.
Scese a baciarmi il collo, mentre i brividi percorrevano il mio
corpo rincorrendosi. Baci profondi, graffiati coi denti, il mio corpo
reagiva…urlando il bisogno di avere di più….e ancora…
Si stese sopra di me cercando di non pesarmi addosso e
appoggiandosi ai gomiti raccolse il mio viso tra le mani…infilando le lunghe
dita tra i capelli che sciolti giacevano scomposti sul cuscino e intorno al mio
viso arrossato dall’eccitazione. Mi costrinse a guardarlo negli occhi e
sorridendo scosse la testa.
- Non so cosa ti
abbia portata nella mia vita Isabella, ma se tu non fossi qui ora non so cosa
avrei fatto stasera. –
Mi sfiorò le labbra dolcemente con le dita, guardandole come si
guarda un’opera d’arte, mi sentivo bellissima.
- Sei il regalo
di Natale più bello che abbia mai ricevuto. - Vi pose un bacio leggero.
Accoccolai il mio viso sulle sue grandi mani, cercando le sue
carezze, chiudendo gli occhi per assaporarne il piacere e riaprendoli poi per
nutrirmi dei suoi occhi pieni di desiderio.
- Edward, non
vorrei essere in nessun altro posto, voglio solo te, qui e ora…-
Gemette non appena pronunciai quelle parole, le labbra aperte, il
fiato caldo dei suoi sospiri ad eccitarmi. Lasciò che i nostri corpi
aderissero uno all’altro stendendo il suo peso sopra il mio. Lo strinsi forte
accogliendolo e godendo di poterlo sentire così vicino.
Fece per alzarmi il maglione, poi si fermò.
- Posso? – in
risposta lo aiutai a farlo e subito dopo sfilai la sua maglietta per sentire la
sua pelle a contatto con la mia. Non avevo freni, volevo appagare quel bisogno
di lui che mi stava soffocando. Dovevo sapere cosa si provava a lasciarsi
andare al desiderio, ad unirsi con lui, l’unico che mi avesse mai fatto sentire
a quel modo.
- Oh Bella, sei stupenda.
Oddio non posso…- continuava ad esplorare il mio corpo che si accendeva di
nuove emozioni ad ogni tocco, le sue labbra sul mio seno accarezzavano lente, una
dolce tortura. Mi muovevo inconsapevolmente sotto di lui e la cosa sembrò
eccitarlo ancora di più. Premeva il bacino strofinandolo su di me e scoppiai
dalla voglia di sentire cosa si provasse ad averlo dentro. Non avevo mai fatto
l’amore, non ne avevo nemmeno mai provato così intenso il desiderio e questa
smania impetuosa che mi aveva travolta mi stava guidando come fossi una cieca che
cerca la sua meta. Volevo lui…lo volevo tanto.
Abbassai le mani cercando la fibbia della sua cintura, armeggiai
per slacciarla e sciolsi il primo bottone. Lui si sollevò guardandomi.
- Sei sicura? Ti
desidero da morire Bella, ma non voglio che…-
- SShhhh, non
dire niente, ti prego. Vieni qui e fammi scoprire cosa si prova a fare l’amore.
Soltanto ti prego, non farmi male.-
- Come potrei
farlo cucciola. Non ne sarei capace. Lo vuoi davvero? –
Lo fissai e in risposta feci scendere la mano fino a toccarlo.
Lo accarezzai sopra la stoffa dei pantaloni e lui gemette ancora e ancora.
Strinse gli occhi , mordendosi le labbra.
- Lo voglio
anch’io…tu non sai quanto…- Ansimava eccitandomi.
Con cura mi fece scivolare lungo i fianchi i pantaloni e li
tolse poggiandoli di lato. Rimasi nuda, senza pudori.
In piedi si tolse tutto e rimase gloriosamente nudo davanti a me,
senza vergogna, libero da ogni stupido timore. Prese la coperta di pelliccia
stendendola davanti al caminetto che ancora avvolto dalle fiamme scaldava sia
l’aria che l’atmosfera. Mi prese entrambe le mani e mi condusse di fronte al
fuoco.
Sentivo sotto ai piedi nudi il tappeto soffice.
Lasciai che mi guardasse, accarezzata dai suoi occhi mi sentivo
donna e quella sensazione nuova mi faceva sentire potente.
Guardavo le curve del suo corpo come se le avessi sempre
conosciute e mi confermavano ogni istante di più che quel che stavo facendo era
la cosa giusta. Mi avvicinai, lui fece lo stesso e finalmente i nostri corpi si
toccarono, pelle contro pelle, appagando ogni mia più fervida fantasia.
Era perfetto, era bellissimo.
Lasciai che mi guidasse e ci stendemmo sopra quel vello caldo
rimanendo abbracciati.
Non aveva fretta, godeva di ogni dettaglio con la calma di chi
sa amare davvero. Esplorò il mio corpo, baciandomi, aiutandomi a scoprire
sensazioni che non potevo nemmeno immaginare. La sua lingua descriveva bene quel
che fossero i miei desideri, li seguiva
quasi li ascoltasse direttamente nella mia mente e mi lasciai andare.
Volli fare lo stesso…e scesi sul suo corpo scoprendo con quanta
naturalezza assecondassi le sue esigenze. Sentirlo godere e gemere mi rendeva
felice, mi eccitava. Lo accolsi nella mia bocca scoprendo di amare ogni parte
di lui, di volerlo come non mi credevo capace.
Adoravo il suo corpo e fremevo in attesa del momento in cui lo
avrei sentito entrarmi dentro, riempirmi…diventare mio, completarmi.
Eccitati e col respiro spezzato ci ritrovammo uno sull’altro col
fiato corto.
Lui mi sorrise ancora una volta, mentre aprivo le gambe per
accoglierlo e si lasciò scivolare dentro di me con delicatezza…facendo una
leggera pressione quando incontrò quell’ultimo ostacolo naturale che mi
impediva ancora di essere donna. Fu solo un istante, un sottile dolore che
scomparve dalla memoria non appena fu completamente dentro di me.
Rimase fermo, in attesa di vedere la mia reazione.
Il sorriso immenso che gli regalai lo fece gioire e cominciò a
muoversi dolcemente dentro di me portandomi in Paradiso. Non seppi più dov’ero,
ne cosa fosse la mia vita prima di questo. Lo strinsi forte mentre mi baciava
il collo e il viso senza darmi tregua. Incontenibile, l’emozione mi fece
venire le lacrime agli occhi che tenevo stretti per non distrarmi da quel che
sentivo. Quando li riaprii rimasi sorpresa di scoprire che anche lui stava
piangendo in silenzio e ci ritrovammo stretti uno all’altra, sorpresi di quanto
il destino ci avesse riservato in quella magica notte di Natale. Quasi come un
miracolo ci aveva fatti incontrare e ora ci aveva legati per sempre in quel
tenero ricordo.
- Ti voglio bene
Edward.-
- Ti voglio bene
anch’io cucciola.-
Ridendo felici ci arrotolammo sulla coperta, chiacchierando, facendo
ancora l’amore, raccontandoci le nostre vite e i nostri sogni, finché il fuoco
pian piano si spense…
24 dicembre 2012
Mi svegliai di soprassalto, provando ancora quella sensazione di
rimpianto per l’emozione che il sogno mi aveva regalato. Mi aveva portato
indietro nel tempo e il sapore dolce del ricordo mi costrinse a sorridere.
Il Sole nel frattempo si era nascosto tra le nuvole e un soffio
di aria pungente mi penetrò dal collo infilandosi sotto ai vestiti. Rabbrividii
e guardai allarmata l’orologio…ero in ritardo.
Mi sollevai constatando di avere tutte le ossa rotte.
Addormentarmi su quella pietra non era stata una grande idea. Misi lo zainetto
in spalla e mi feci coraggio. Mi arrampicai lungo l’ultimo tratto che mi
divideva dalla meta e quando raggiunsi la cima avevo il fiatone ed ero tutta
sudata con le guance in fiamme.
Il piccolo maso era sempre lì, sempre uguale, nascosto dietro al
grande albero che in quei trent’anni aveva visto più volte ripetersi quella
stessa scena.
Edward era in piedi sotto al porticato, intento a posizionare le
luci lungo il bordo della tettoia che dava sul giardino. Mi vide da lontano e
riconobbi il suo sorriso anche se in realtà lo vedevo poco.
Lasciò cadere quel che aveva in mano e mi venne incontro con
passo deciso.
Non smetteva di sorridermi ed io non potevo che fare altrettanto,
contagiata come sempre dal suo immutato carisma.
Gli anni lo avevano reso ancora più sexy e i capelli ingrigiti
dal tempo gli davano quel tocco di eleganza e classe che mi faceva impazzire.
Le poche rughe che aveva in volto lo rendevano interessante e ogni anno mi
chiedevo cosa avessi fatto nella vita per meritarmi un uomo così meraviglioso
accanto.
-Ciao cucciola, ti sei addormentata anche stavolta?- Mi baciò,
prima di prendere lui lo zainetto e metterlo sulle sue spalle.
- Ti prego non ricordarmelo, mi sembra di aver dormito sui
chiodi. Eppure ci sono rimasta poco…credo.–
-Ahaha.. Non cambiare mai amore mio, cosa sarebbe il Natale
senza di te, non lo voglio nemmeno pensare. –
- Che c’é? Mi prendi in giro?Non ti permettere sai?–
- Ma se aspetto tutto l’anno per poterlo fare. E’ una
tradizione, lo sai. Come la tua folle mania di andare a valle a piedi per
prendere il dolce di Natale. –
- Lo sai che i ragazzi lo adorano. –
- Certo , ma sono grandi abbastanza per andarci da soli…non
credi?-
- Pensi che non sia più in grado di farlo da me? Che sia troppo
vecchia?-
Mi ero messa in posizione di guerra, mani ai fianchi e sguardo
da dura.
Lui mi venne vicino e mi passò il braccio intorno alla vita.
Si avvicinò all’orecchio e sussurrò appena, perchè sentissi solo
io.
- No cucciola, è
che vorrei poter stare solo con te almeno un paio d’ore. Non ti andrebbe di
giocare un po’?-
Esibì il suo sguardo assassino.
- Sei un porco.-
- Non dire quella
parola che mi eccito.- Rideva mordicchiandomi l’orecchio.
- Oh insomma
smettila, se ci vedono i tuoi figli cosa penseranno?-
- - Che la loro
mamma è un gran pezzo di gnocca e che papà non resiste, la deve baciare. – Mi
stampò un bacio e si allontanò soddisfatto. Lo inseguii arrancando sui piedi
doloranti.
- Edward Cullen
tu sei l’uomo più maledettamente sexy ed impertinente che abbia mai conosciuto,
ma senti…- Mi affiancai per parlargli più piano.
- Te la ricordi
la prima volta che siamo stati qui?-
- Certo. Conservo
ancora la coperta come prova della tua verginità. –
- Ahahaha, quanto
sei scemo. Davvero ce l’hai ancora? –
- Certamente, cosa
credi? Io sono un uomo all’antica. –
- Ahh sii? Quindi
quella sera ti sei comportato da gentiluomo?-
- Senza ombra di
dubbio. Tu me lo hai chiesto e io te l’ho dato...Tutto! Un vero gentiluomo, sì!
–
- Il tuo
concetto di galanteria non lascia dubbi all’immaginazione.-
- Direi di no, sai
che sono limpido come il vetrocamera della nostra suite al Palace hotel di
Miami.-
- Sii? Quindi
doppio e di spessore, e cos’altro? –
- Resistente e
duro come la roccia, vuoi provarmi ? –
- Ma che hai
oggi? Sei particolarmente eccitabile. MMhh, mi piace. –
- E non hai
ancora visto niente…- Mi strizzò l’occhio e scomparve dentro casa per riporre
lo zaino.
Al calar del sole i nostri figli Esme e Charlie erano già
in preparativi per uscire. Ormai quasi ventenni erano soliti andare nei
locali con gli amici e lasciare noi, poveri vecchi, soli in quella casetta
sperduta. Un po’ prima della mezzanotte ci salutarono scomparendo nella
notte con la motoslitta nuova di zecca. Li guardammo allontanarsi appiccicati
al vetro della finestra.
- Quest’anno ci
hanno abbandonati prima ancora di farci gli auguri …ormai li abbiamo persi. –
La nostalgia dei Natali andati cominciava a farsi sentire, forse sull’onda di
quel sogno che mi aveva riportato alla mia gioventù.
- Forse hanno voglia di
lasciarci soli, non credi? In fondo ce lo meritiamo. – Mi abbracciava
avvolgendomi da dietro, mentre guardavo da quella stessa finestra di trent’anni
prima.
- Ti ricordi
ancora di me quando ero appena una bambina?-
- Quella bambina
è ancora qui con me, non la vedi?- E mi segnò il riflesso di noi due sul vetro.
Come davanti ad uno specchio sorrisi a quei ragazzi ormai cresciuti,
rimpiangendo un po’ l’innocenza e la dolcezza di quei giorni perduti per sempre.
Mi voltai per abbracciarlo e dolcemente lo baciai.
Nascondeva la mano dietro la schiena e curiosa lo costrinsi a
mostrarmela. Stringeva un grosso pacco che mi porse come un tesoro sorridendo
complice.
- Ta taaa…Una
cosa per te. –
- Non si era
detto niente regali? Non è giusto, io non ho preso niente. –
- Nemmeno io, aprilo,
è per tutti e due. –
Scartai il grosso pacco appoggiandolo al divano rosso ormai un
po’ sgangherato e urlai di meraviglia trovandomi tra le mani la grossa
coperta di pelliccia di tanti anni prima. Mi vennero le lacrime e non seppi
trattenermi.
- Allora era
vero, l’avevi conservata. Oddio Edward, che meraviglia. -La portai al viso
coccolandomi e annusandola, cercando di sentire se imprigionato vi fosse ancora
il profumo di noi due giovani amanti.
- Non c’è nulla
di te che non conservi come un tesoro amore mio. –
Abbracciò me e la coperta insieme.
- E non lo farò mai. Ti amo cucciola. -
- Oh Pazzo eri e pazzo sei rimasto, ma ti amo così tanto anch’io
Edward Cullen…che non so cosa farei senza di te. - Piansi di felicità
baciandolo, mentre fuori in giardino allo scoccare della mezzanotte il grande
albero si accese ricreando il calore e la magia di sempre.
- Buon Natale amore mio. –
- Lo sarà cucciola…lo sarà! –
Prese la coperta dalle mie braccia e come un matador la lanciò
in aria per aprirla e stenderla davanti al camino.
…..Fu uno dei Natali più belli della mia vita……<3

Favolosa, mi è piaciuta tanto! Il nominare anche le ragazze poi è stato geniale e mi ha fatto divertire un sacco, è proprio così che le immagino quando si ritrovano.
RispondiEliminaConcordissimo, mi è piaciuto tantissimo il "tributo" alle ragazze e in effetti me l'immagino proprio così ahahahah
RispondiEliminaBellissima storia, all'inizio ho temuto che fosse successo qualcosa di tragico ma poi l'evolversi è stata una meravigliosa sorpresa.
Grazie per questo regalo!!!
Un Bacio
JB
Ho letto questa storia diversi anni fa, quando ancora non conoscevo nessuna di voi o vi conoscevo a stento. L'ho amata allora e l'ho amata adesso rileggendola e godendomela come la prima volta o forse di più perchè adesso i riferimenti erano più inquadrati. Una storia bellissima. complimenti.
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