sabato 3 gennaio 2015

" Un Natale... famoso! " by Paola Pellegrini




UN NATALE...FAMOSO!
di
Paola Pellegrini


La giornata sul set era stata molto lunga e faticosa, per fortuna giocavo in casa, ossia a Los Angeles, la città dove vivevo.
Ero stanco, ma prima di tornare nel monolocale dove abitavo, dovevo assolutamente passare in lavanderia a fare il bucato oppure nei giorni seguenti avrei dovuto girare nudo.
Magari alle mie fans la cosa non sarebbe dispiaciuta, ma io ci tenevo alla mia incolumità.
Nonostante fossi un attore ricco e famoso, non avevo personale di servizio che sbrigasse per me questo genere di incombenze, per cui dovevo arrangiarmi da solo.
In fondo ero rimasto lo stesso ragazzo semplice che anni prima era partito da Londra per tentare la sorte in America.
Quando arrivai alla lavanderia, la trovai quasi vuota.
Quasi vuota, ma non deserta, infatti c'erano un paio di ragazze che quando mi videro chiesero subito foto e autografo. Fui felice di accontentarle anche se sapevo che ormai la mia tranquillità poteva dirsi conclusa.
Infatti nemmeno dieci minuti dopo, fuori dal locale si era assiepata una discreta folla: fans, curiosi e...gli odiati paparazzi.
Entrai nel panico perchè sapevo bene che quei maledetti avvoltoi stavano facendo di tutto per scoprire dove abitassi da quando avevo venduto la maestosa villa in cui avevo convissuto con la mia ex.
Facendo più veloce che potevo, raccattai tutta la mia roba, ripromettendomi di tornare in un altro momento...avrei dovuto tenere addosso gli stessi abiti, ma pazienza.
Appena misi piede fuori, si levò un assordante coro di: "Ed,Ed,Ed" .
In qualche modo riuscii a raggiungere l'auto, misi in moto imprecando: sapevo che i paparazzi mi avrebbero seguito, però avrei fatto di tutto per riuscire a seminarli.
Guardai nello specchietto retrovisore per accertarmi se mi fossero davvero alle calcagna e ciò che vidi mi fece saltare il cuore in gola ed accapponare la pelle.
Una ragazzina si era gettata davanti alla macchina dei cacciatori di scoop e loro l'avevano urtata facendola cadere, era a terra e si stringeva una gamba.
Feci una brusca inversione ad U (come automobilista facevo schifo ed ironia della sorte nel film che stavo girando interpretavo un'autista) e tornai indietro.
Mi fermai con un gran stridore di freni e scesi di corsa.
-Siete impazziti! Avete così tanta voglia di braccarmi come fossi un animale da arrivare ad investire una ragazzina? Sparite immediatamente se non volete guai, grossi guai- urlo ai due reporter che hanno la decenza di abbassare la testa, salire in macchina ed andarsene.
Mi chino sulla ragazza preoccupato e le chiedo:
-Ti sei fatta male? Vuoi che ti porti all'ospedale?-
Mi guarda con gli occhioni color cioccolato spalancati ed impauriti
-No no, ti prego all'ospedale no- dice.
-Ok va bene, ma sei sicura di non esserti fatta troppo male?-
-No è solo una botta tranquillo-
-Allora ti accompagno a casa.-
-No no davvero, non importa- sembrava quasi spaventata.
-Insisto- le dissi perentorio.
Per tutta risposta nei suoi occhi spuntarono grossi lacrimoni.
-Ehi piccola, che succede?-le chiesi addolcendo il tono
-Io non ce l'ho una casa!-
Solo allora mi accorsi del suo aspetto trasandato, vestiti laceri e sporchi.
-Senti facciamo così: sali in macchina e mi dici dove devo portari, ok?- lo chiesi con un sorriso per non farla agitare ulteriormente.
Annuì e mi seguì in silenzio fino alla vettura.
Durante il tragitto che mi aveva indicato la vidi arrossire spesso mentre mi guardava
ed alla fine le chiesi che cosa c'era.
-Sei ancora più bello dal vivo che nei film, Edward Cullen- disse a voce così bassa che faticai a sentirla.
Risi di gusto a questa sua affermazione.
-Ti ringrazio...-
-Isabella, mi chiamo Isabella, ma preferisco essere chiamata Bella.-
-Così tu sai chi sono...come...voglio dire se non hai una casa...- mi interruppi non sapendo bene come continuare.
-Se ti conosco il merito è di Lauren, lei è la proprietaria di un piccolo cinema qui in zona e piuttosto che perdere un tuo film, rinuncia a proiettare i grandi filmoni che fanno tanto pubblico. Lei è una tua grandissima fan e sa tutto di te. Parla di te talmente tanto che ha contagiato anche i miei amici e me- concluse in un soffio.
Mi fece segno di accostare di fronte ad un vecchio magazzino fatiscente, chiaramente abbandonato e quando aveva già una mano sulla maniglia, pronta a scendere disse:
-L' ho fatto di proposito...buttarmi davanti all'auto di quelli intendo, io non volevo che ti seguissero e ti tormentassero, ho pensato che così avrebbero dovuto per forza fermarsi.-
Non aveva quasi finito di parlare che era già scesa come un fulmine, sparendo all'interno dell'edificio.
Scesi anche io e la rincorsi. Appena la raggiunsi la fermai prendendole un braccio e facendola voltare verso di me.
-Ma che cosa ti è passato per la testa? Potevi farti male sul serio- la sgridai.
I suoi occhi si riempiro di lacrime all'istante e cominciò a singhiozzare, tirando su con il naso.
- Tu sei il mio attore preferito e... e... sei una delle poche cose belle che ho, vedere i tuoi film mi rende felice e per qualche ora non penso a tutto lo schifo che è la mia vita...così io volevo fare una cosa per te, aiutarti...-
Sentii il cuore stringersi in una morsa e l'abbracciai stratta per consolarla.
Appena si fu calmata mi prese per mano e ci addentrammo verso il fondo dello stabile.
Stupito misi a fuoco un grande stanzone dove c'erano una decina circa di ragazzini.
Tutti erano intenti a fare qualcosa. C'erano vecchi scatoloni, materassi sgangherati ed un paio di alti bidoni di latta che fungevano da stufe.
-Io vivo qui e questa è la mia famiglia- disse alzando la testa e guradandomi con fierezza.
I ragazzi tralasciarono le loro occupazioni e si bloccarono stupiti a guardarmi con la bocca aperta.
Isabella raccontò loro in breve quanto era successo e a me raccontò della passione di tutti loro per me. Di come questa signora Lauren li lasciasse entrare nel suo piccolo cinema a scaldarsi nelle sere particolarmente fredde o quando qualcuno di loro era ammalato e di come lei li avesse contagiati con la sua passione.
Tutti insieme in un accavallarsi confuso di voci, vollero raccontarmi le loro storie. Ognuna di esse molto triste. Erano storie che narravano di povertà, abusi, morte.
Si fidarono di me e mi dissero di essere scappati chi da casa, chi da vari istituti e di come si fossero uniti per aiutarsi e superare insieme le difficoltà che erano davvero molte nelle loro condizioni.
Li ascoltai senza fiatare, sconvolto. Avevo come l'impressione di riemergere dopo un giro di centrifuga in lavatrice, tanto mi sentivo squassato dentro.
Promisi di tornare a trovarli e di mantenere il segreto almeno per il momento.
Una volta nel mio appartamento, non feci che pensare a quei ragazzi e decisi di agire. Essere famosi aveva anche dei vantaggi: potevo vantare molte conoscenze che non mi avrebbero negato un favore.
Con l'aiuto dei miei managers Rosalie e Jasper Hale organizzai una grande festa per la Vigilia di Natale e contattai la dirigente di un'istituto a cui spesso avevo fatto beneficenza che sapeva come muoversi in questo campo.
Il giorno dopo tornai al magazzino e spiegai ai ragazzi che essendo adulto, ora che conoscevo la loro situazione non potevo lasciare che continuassero a vivere in quel modo, erano minorenni, ma promisi che la sistemazione che avevo trovato loro sarebbe stata magnifica, nulla a che vedere con gli infidi istituti dai quali molti di loro provenivano. All'inizio non la presero bene e si sentirono un po' traditi, ma poi capirono che agivo per il meglio e in questo aiutò forse anche il sapere della bella festa che avevo organizzato per loro.
La sera della Vigilia il salone che avevo affittato era ricco di addobbi.
Il posto d'onore l'aveva un grande abete alto fino al soffitto, sotto al quale misi regali per tutti i miei protetti.
Avevo anche ingaggiato un servizio di catering che si occupò di preparare una grande quantità di leccornie.
Alla musica avrei pensato personalmente insieme ad alcuni amici: Rob, Bobby, Marcus e Sam.
Ci divertimmo tutti un sacco ed io ebbi l'immenso dono di sapere che alla fine della festa i miei nuovi amici sarebbero stati accolti in un posto sicuro, dove ci sarebbe stato chi si sarebbe preso cura di tutti loro egregiamente.

Per una volta, solo una, lo feci: allo scoccare della mezzanotte, quando arrivò Natale, levai il mio calice e sottovoce mormorai... GRAZIE PAPARAZZI!

giovedì 1 gennaio 2015

" The End " by Aly Fa




The End

di 

Aly Fa


Nota Autrice: Questa è l’ultima OS di una serie di piccole Shot che ho già pubblicato in altra sede. Avevo pensato di riportarvele tutte, ma sarebbe stata una cosa lunga da leggere.
Può essere letta anche da sola, dato che si riesce a comprendere il tutto benissimo.
Buona lettura.


Apro la porta di casa e, d’istinto, sorrido.
Una luce tenue avvolge l’appartamento, fuori è buio e sono solo le cinque di pomeriggio; la televisione ha il volume basso e crea giochi di luce strani nella stanza, mentre musiche di Natale fanno da sottofondo ai classici film che da giorni vengono trasmessi. Appoggio le chiavi sul tavolinetto, facendo meno rumore possibile,appendo il cappotto e tolgo le scarpe sul tappeto per non lasciare le impronte sul pavimento per colpa della neve che ho calpestato. Lancio un’occhiata nel salone e mi fiondo in bagno a lavarmi le mani, prima di raggiungere i miei amori sul divano.
-Ehi, sei a casa! – sussurra mia moglie, voltandosi quando prendo posto sul divano di fianco a lei, le accarezzo dolcemente la guancia e sorrido teneramente. Prendo tra le dita il piede della mia piccola principessa che dorme beata tra le braccia della mamma e mi si riempie il cuore di amore. Questa è la mia famiglia. Margot è nata un mese fa, insieme a lei Samuel; quando all’ecografia ci dissero che erano due gemelli io e Bella non sapevamo se scoppiare a ridere o metterci a piangere dalla gioia.
-Papà! - Caroline si alza dal tappeto, dove stava guardando il film con tanta concentrazione e si butta su di me, abbracciandomi stretto e baciandomi le guance.
-Pulcina! Hai fatto la brava oggi?
-Sì, la maesta ha fatto fale i disegni… poi ho giocato con Thomas… abbiamo costuito un castello!- Mi godo il racconto della sua giornata all’asilo, la coccolo e le presto tutta l’attenzione che merita e poi le bacio la testolina. Stranamente la scuola materna dove va Caroline ha tenuto aperto anche questa mattina, per la gioia dei genitori che si trovano indaffarati con i regali di Natale e la preparazione della cena della Vigilia. Il dirigente scolastico ha pensato di festeggiare oggi con i bimbi, facendo arrivare un Babbo Natale che portasse loro dei piccoli doni, cioccolatini o bambolotti per rendere tutti quanti felici. E’ stata una splendida iniziativa, soprattutto perché ha permesso a noi adulti di gestirci mezza giornata senza figli a casa. Almeno gli altri. Io ho lavorato e Bella aveva comunque i gemelli, ma non ci possiamo lamentare.
-Ed hai aiutato la mamma con i fratellini?-mi sorride e piega la testa ad accennare un sì dolce e composto. Avevamo il timore che Caroline prendesse male le attenzioni che inevitabilmente sarebbero state date a Margot e Samuel, invece siamo riusciti a farle comprendere che non sarebbe cambiato nulla.Ricordo ancora quel pomeriggio.

Flashback

“Pulcina, vieni qui, sulle gambe di papà…devo dirti una cosa!”
Ormai Bella aveva un pancione enorme e Caroline era sempre più curiosa di toccare e poggiare l’orecchio in attesa che i fratellini parlassero con lei. Era curiosa, tenera ed estremamente dolce.
Si arrampicò sul divano e prese posto tra le mie braccia, lasciandomi un bacio sulla guancia e appoggiando la testa sulla spalla.
“Sai, tra poco avrai due fratellini da coccolare sempre, tutto il tempo che vuoi. Loro ti vorranno sempre bene…e tu ne vorrai tanto, tanto a loro.” Iniziai, per poi far continuare il discorso a Bella. “Per i primi tempi saranno piccoli, piccoli, non riusciranno a fare nulla e piangeranno spesso. Bisogna cambiargli il pannolino e non potranno giocare tanto con te…poi però cresceranno e saranno i tuoi compagni di giochi sempre” Lei ci guardava curiosa, con la faccina corrucciata per cercare di capire ogni cosa che le stavamo dicendo.
“Quando nasceranno avranno bisogno di tante cure, dovranno sempre stare in braccio o nella culletta, perché non sapranno camminare. Dovranno dormire in camera di mamma e papà perché piangono spesso la notte, perché sono piccoli e devono mangiare tanto per crescere… e poi hanno bisogno di tante attenzioni da parte nostra…”
“E io?” domandò giunti al punto Caroline.
“E tu dovrai sempre farli sentire coccolati. Se piangono proverai ad accarezzarli e farli smettere, se gli cade il ciuccio dovrai rimetterglielo e se non si calmano verrai a chiamare me o la mamma…”
“E chi coccola me?”
“Noi amore…” aveva risposto Bella accarezzandole una gamba.
“Per i primi tempi i tuoi fratellini dovranno avere tanta attenzione pulcina, ma tu resterai sempre con noi, ci aiuterai e ti coccoleremo e ti faremo il bagnetto e ti ameremo sempre. Ricordalo Caroline…sempre. Anche se ci saranno i tuoi fratellini che avranno bisogno di tante cure e di essere sempre in braccio…noi ti vorremo sempre bene, tanto, tantissimo. Ti ameremo sempre e cercheremo di ricordartelo. Ma non devi essere gelosa, d’accordo? Noi ci saremo…sempre pulcina!” si era stretta addosso al mio corpo annuendo, dandoci la speranza che non ci sarebbero stati problemi con lei.

Fine Flashback

Quando, due mesi fa, nacquero prematuri di qualche settimana Samuel e Margot temevamo il peggio, cercavamo di dividerci in modo che uno di noi stesse sempre con Caroline, che non si sentisse mai messa da parte; poi con calma e tranquillità, una settimana dopo il loro ritorno a casa, abbiamo provato a farla interagire di più con i suoi fratelli. Si è dimostrata paziente, dolce e comprensiva, vive tutto come un gioco, probabilmente, ma è fantastica e si accontenta del tempo che riusciamo a darle. Noi, dal canto nostro, cerchiamo di fare ogni cosa, dividendoci tra la casa, il lavoro, Caroline e i due gemellini.
-Margot ha pianto tanto oggi… - mi dice Bella quando ho finito di chiacchierare con Caroline, pur mantenendola tra le mie braccia.
-Come mai? E’ stata male?
-Non lo so, era agitata. Ci ho messo tanto per farla calmare…Piangeva così forte che Samuel si è svegliato più volte. Caroline si divertiva a muovere la carrozzina piano piano, e con il dondolio Sam si è addormentato. Sei stata brava amore di mamma! – dice Bella accarezzando la gambina di Caroline.-Margot invece nulla. Non voleva mangiare, non aveva mal di pancia…Non lo so.– guardava la piccola e le accarezzava le manine con un dito.
-Io lo so pecchèMagot non stava bene… - mormora piano la mia pulcina con gli occhi assonnati e la testina appoggiata al mio petto; adora starmi in braccio e essere coccolata da me, ed io mi sento speciale. Ma la sensazione di benessere scivola via, sostituita dalla parte ansiosa dopo le sue parole. Ci voltiamo ad osservarla, chiedendoci silenziosamentecome mai, spaventati che possa essere successo qualcosa e nessuno dei due se ne sia accorto, io perché fuori casa, Bella per tutte le cose che doveva fare. Stringe forte le mani sulla mia camicia e tenta di tenere gli occhi aperti, difficilmente.
-E’ successo qualcosa pulcina? Non hai chiamato la mamma? – scuote la testa alla mia domanda. –Patatina, ascolta…se è successo qualcosa alla tua sorellina devi dircelo, se sta male dobbiamo farla vedere da un dottore. – cerco di farla ragionare dolcemente.
-No…
-Caroline, mi sto preoccupando. Le hai fatto qualcosa?! – l’accusa di Bella, a voce alta e ansiosa, sveglia Caroline completamente; sgrana gli occhi e la guarda con il labbruccio tremolante, a breve sarà inconsolabile a causa del pianto. Cerco di accarezzarle dolcemente i capelli per farla calmare, le sussurro di continuo “Shhh” abbracciandola stretta, ma presto sento le lacrime bagnare la mia camicia. Mi alzo dal divano ammonendo Bella con lo sguardo e porto Caroline nella sua cameretta, sedendomi sul letto con lei ancora in braccio.
-Pulcina, ehi…non fare così. Calmati piccola…guardami… Voglio vedere i tuoi occhi bellissimi e non solo i tuoi capelli. – tira su la testa ma le sue guance colate di lacrime mi stringono il cuore. E’ sempre così quando piange, per qualsiasi motivo, mi sento male già solo quando vedo la sua espressione triste…quando piange poi mi sento inutile. –Cosa è successo?
-La mamma vuole più bene a Magot che a me! – sputa fuori in un sussurro ferito che indubbiamente ferisce anche me.
-Non è vero pulcina…Non dire così! La mamma è solo preoccupata perché la tua sorellina sta male. Se stessi male anche tu, lei sarebbe preoccupata allo stesso modo…Mi credi piccola? – scuote la testa e i suoi piccoli boccoli si muovono con lei. Sospiro forte e chiudo per un secondo gli occhi, cercando di trovare un’idea per convincere mia figlia del fatto che sua madre l’ama sempre allo stesso modo.
-La mamma…la mamma è cattiva con me! – dice ancora.
-Non è cattiva, è solo preoccupata. Se vedessi la mamma stare male…saresti preoccupata piccola? – lei annuisce confermando la mia tesi. –E se Samuel e Margot stessero male, saresti preoccupata? – lei ci pensa un secondo poi annuisce ancora, con fervore. –Ora puoi capirci tesoro? So che sei piccola…ma la mamma è solo preoccupata. Sono sicuro che non voleva alzare la voce e che adesso sarà di là, molto triste perché le manchi e si sentirà in colpa perché ti ha fatta piangere… andiamo di là con lei? – scuote la testa e le mie speranze di risolvere questo pasticcio in breve si spengono.
-Oggi…la mamma non è venuta a pendemmi all’asilo… - la guardo stupito, avevo detto a Bella che doveva andare lei, perché avevo una riunione importantissima per definire dei dettagli di un progetto e non potevo assolutamente rimandare. Era l’ultimo giorno di lavoro prima della chiusura natalizia dello studio e non potevo davvero fare in altro modo. –E’ venuto lo zio Jazz…La mamma si è dimenticata di me.
Sospiro forte nuovamente e ormai la mia testa conosce solo un unico movimento, negare silenziosamente, consapevole che se Jasper si trovava lì davanti, Bella doveva avercelo mandato.
-Pulcina…ma tu hai chiesto alla mamma perché è venuto lo zio a prenderti e non lei? – fa di no con la testa e io cerco di prenderla in contropiede e salvare mia moglie. –E allora perché non andiamo a chiederglielo adesso? Sono sicuro che c’è un motivo se non è venuta lei…andiamo a chiederglielo? Vieni con me? – annuisce ma si stringe con le manine attorno al mio collo e con le gambine attorno alla schiena, un chiaro segno che non vuole lasciarmi neppure per raggiungere il salotto. Prendo posto di nuovo al fianco di Bella sul divano, con Caroline che nasconde il volto nel mio collo. Mia moglie mi guarda con uno sguardo tristissimo, pensando di aver combinato un gran pasticcio, ed effettivamente poteva davvero essere un bel casino.
-Amore… - Bella prova a chiamare la piccola, voltandosi verso di noi e mettendo una gamba sul divano, mentre tiene salda la piccola Margot con un braccio e l’altro accarezza la schiena di Caroline. –Tesoro della mamma…ti chiedo scusa. Puoi guardarmi e farmi un sorriso? Mi dispiace di aver alzato la voce…sono solo preoccupata. Margot è così piccola e se sta male non può dirmelo…tu invece sei grande e sai parlare. Mi dispiace tanto amore mio, non volevo farti piangere. Mi perdoni? – Caroline alza gli occhi su sua madre e ci pensa su. Poi scuote la testa in segno negativo. Ancora una volta. Sto iniziando ad odiare questo movimento! A mia moglie scende una lacrima, che penso di spazzare via con dolcezza accarezzandole la guancia. Odio vedere piangere anche lei!
-Sei cattiva con me. Ti sei dimenticata di venile a pendemmi oggi!
Bella mi guarda con gli occhi sgranati e l’unica cosa che posso fare è alzare le spalle, come a volere indicare che non so cosa sia successo.
-Amore ma…c’era lo zio Jasper, non eri da sola…
-Dovevi venile tu! – afferma con più forza Caroline.
-Lo so amore, lo so! Hai ragione…ma sono andata a controllare che l’elfo di Babbo Natale avesse consegnato la tua letterina, e che avesse l’indirizzo giusto dove far portare i regali per te. E sai, con tutti i bambini che ci sono c’era tanta gente e ho fatto tardi! Pensa che ho lasciato Margot e Samuel con lo zio Emmett! – fa una faccia strana e la piccola si mette a ridere. Bella era andata a ritirare i regali per Caroline. Li avevamo ordinati, perché erano finiti nel negozio di giocattoli e per fortuna erano arrivati oggi o sarebbe stato un vero dramma. –L’elfo di Babbo Natale mi ha anche dato una caramella di zucchero, la vuoi? – Caroline scuote la testa e sorride accarezzando il piedino di sua sorella.
-Puoi dallo a Magot! Io ne ho mangiate tante…lei no! – non posso fare a meno di rideredi cuore, scuotendo la testa e accarezzando la schiena della mia piccola.
-Pulcina, la tua sorellina non può mangiare le caramelle. E’ ancora piccola. Beve solo il latte della mamma…o il biberon. – mi guarda confusa ma poi sorride e annuisce. Caroline ha proprio l’indole della sorella, sarà fantastica con i gemellini.
-Allora, mi perdoni amore mio?
-Si…pelò teniamo la calamella peMagot? – il volto di Bella si apre in un sorriso e lascia una carezza dolce a sua figlia chiedendole ancora scusa. In quel momento Samuel inizia a piangere. Caroline scende dalle mie gambe sistemandosi sul divano di fianco alla mamma, intuendo che tocca a me andare a prendere il mio piccolo ometto.
-Ciao piccolino! Abbiamo fatto grandi dormite oggi, eh?! Hai fame? – piange, piange forte, immagino che abbia fame perché ormai ho iniziato a riconoscere i vari tipi di pianto. Cullandolo un po’ torno sul divano.
-Si avrà fame! Tieni tu la piccola? – Caroline ci guarda imbambolata e curiosa, le sorrido ma lei sembraassorta nei suoi pensieri. Prendo tra le braccia Margot e passo il piccolo Samuel a Bella che sbottona la camicia e attacca al seno il mio ometto. Caroline si fissa con lo sguardo sulla scena, un po’ come me. Ancora non mi sono abituato. E’ meraviglioso osservarla, il piccolo chiude la manina sul seno, a volte chiude gli occhi altre li tiene aperti. Bella non può disturbarlo in nessun modo, perché inizia a piangere, mentre Margot se ne frega e continua a ciucciare la sua pappa.
Quando allatta in camera da letto passo tutto il mio tempo ad osservarla, mi sono innamorato di lei altre cento volte. Il suo corpo con la gravidanza è diventato più morbido, quasi burroso e abbracciarla e accarezzarla è meraviglioso. Non ho mai sopportato quei corpi troppo magri, dove la pelle accarezza le ossa e quando posi una mano sul corpo senti la consistenza dell’osso sotto. Amo invece il corpo di Bella, il suo ventre ancora un po’ pronunciato, i fianchi leggermente tondeggianti, le cosce morbide e il seno gonfio. Lo amo ogni giorno di più. Ho cercato di farglielo capire in molti modi, lei continua a dire che non è vero, che quando si guarda allo specchio si vede grassa; io quando la guardo vedo la donna più sensuale che conosco. Non riusciamo a stare da soli da molto tempo, dovremmo accontentarci di qualche sveltina chiusi in bagno quando i gemelli e Caroline dormono, ma è sempre difficile perché pare abbiano un radar per quei momenti. Così spesso dobbiamo accontentarci di carezze approfondite sotto le lenzuola e prontamente, quando ci spingiamo un po’ più in là, quando è il momento di togliersi i vestiti ed entrare in lei, Margot e Samuel piangono.
Desidero affondare dentro mia moglie e perdermici, desidero amarla e farle capire quanto il suo corpo mi eccita, ma con i gemelli che piangono e il timore di essere beccati da Caroline è quasi impossibile. Distolgo la mente da quei pensieri o rischio di mettermi davvero in imbarazzo di fronte a mia figlia.
Caroline guarda me e poi di nuovo Bella che allatta e si acciglia. E’ la prima volta che mia moglie allatta i piccoli davanti ai suoi occhi.
-Che fai mamy?
-Quando i bambini sono piccoli, amore, bevono il latte dal seno della mamma…Sai anche i cagnolini lo fanno. Ti ricordi i cagnolini della tua amichetta Jessica? – Lei annuisce e poi guarda me curiosa e dubbiosa, sto per scoppiare a ridere immaginando i pensieri che frullano nella sua testolina.
-Tu non fai mangiare Margot e Samuel? – mi trattengo a stento dal ridere, così come Bella e muovo la testa in segno negativo. –Solo la mamy?
-Si pulcina, solo mamma! – sorride a annuisce, alle volte immagino che nella sua testa ci dia degli stupidi o che ci reputi strani! Ora mi chiedo quando ricomincerà con le domande, è troppo curiosa! La televisione funziona ancora, ma nessuno è interessato a quello che trasmette.

-Posso tenele in blaccio la miasolellina? – io e Bella ci guardiamo stupiti da quella richiesta dolce e così spontanea. Sorridiamo e annuiamo in sincrono.
-Certo pulcina, ma devi sederti in braccio mio. La tua sorellina pesa e tu hai le braccine delicate, non possiamo farla cadere… Così ti aiuto io va bene lo stesso?
-Si, voglio solo abbaccialla come fate voi con me. – Bella le fa una carezza sulla testa e le lascia un bacio dolcissimo ed io sposto il braccio con il quale tengo la piccola per permettere a Caroline di sedersi su di me.
-Allora, un braccino si deve tenere sotto la testina, perché è molto delicata e non può farsi male. Se la tieni così la proteggi. L’altro braccino si deve tenere così, la sua schiena non è forte come la tua e si muove tanto e così la tieni dritta e lei non si fa male… - le mostro e le posiziono la sua sorellina tra le braccia, voltandomi con il loro peso verso Bella, in modo che possa essere presente anche lei, in qualche modo, a quel momento. Poi, sicuro che non le possa cadere e che, nel caso, erano entrambe sul divano lascio piano le mie braccia dalla presa e l’osservo. –Senti quanto è pesante,pulcina?
-Si…Ho paula…e se cade? – l’avvolgo anche con le mie braccia e le lascio un bacio sulla testina.
-E’ per quello che non puoi tenerla in braccio da sola amore, quando sarete più grandi entrambe si, ma adesso no. Se vuoi abbracciare Samuel e Margot però puoi sempre chiedere a me o alla mamma, va bene? – lei muove in segno affermativo la testa, emozionata per quel primo vero contatto con la sua sorellina.
-E’ bellissima papà…
-E’ vero pulcina…anche tu lo sei, e sei una sorella meravigliosa. Saprai prenderti cura di loro molto bene. Ti ameranno tantissimo. Come io e la mamma ti amiamo già. – sospiro e accarezzo le sue manine, sotto le mie.
-Ora vuoi dirci cosa aveva Margot oggi? Sai se è successo qualcosa? – mormora Bella un po’ commossa dalla scena, decidendo che quello è il momento giusto per approfondire il discorso di prima. Caroline alza gli occhi distraendosi un secondo solo, poi torna a guardare la sua sorellina e a sorridere.
-Non c’ela papà. Quando non c’è papà Magot è tliste. Anche Samuel. E Anche io. Se c’è papà siamo tutti felici. – il cuore mi si stringe in una morsa dolce e Bella mi sorride teneramente, mentre io piego la testa all’indietro, cercando di non far scendere le lacrime.
-Lo penso anche io tesoro mio… - dice Bella allungando una mano e accarezzando il piedino di Caroline.
-Pulcina…lo sai che ti amo tanto tanto tanto tanto tanto? – le sussurro nell’orecchio, come se fosse un segreto, ma in realtà sono solo allo stremo della mia resistenza. Riescono a farmi emozionare sempre, ogni giorno di questa nuova vita, mi batte forte il cuore ogni volta che mi chiama papà, o che sale sul lettone e si stringe a me, o quando mi abbraccia e mi dice che mi vuole bene. Trattengo a stento le lacrime, ogni volta. Mi guarda dolcemente e si allunga per darmi un bacio sulla guancia.
-Sei il migliole papà del mondo. E ti voglio tantissimissimissimo bene!

~ ~ ~ ~

Quel pomeriggio non c’era nulla di più che volevo se non restare su quel divano, la mia famiglia attorno a me e due dei miei tesori più grandi tra le braccia. Amavo Caroline con tutto me stesso, era mia figlia esattamente come lo erano Margot e Samuel e cercavo di farglielo capire sempre, di ricordarle che ci eravamo scelti e che quel giorno del campeggio era ancora chiuso nel mio cuore, come il ricordo più prezioso che possedevo.

Bella si occupò di preparare Caroline per la cena con la mia famiglia, io sistemai i gemelli nella carrozzina prima di infilarmi sotto la doccia per una rinfrescata veloce.
Dopo poco eravamo già in macchina, Caroline sul seggiolone osservava i gemelli dormire al suo fianco nelle cullette.
-Mamy, anche io quando elo piccola stavo semple nella…nella callozzina?
-Certo amore, sempre! – si ferma un attimo per raccogliere i pensieri e poi ridacchia tra sé. -Pensa che una volta io e zia Alice eravamo andate al centro commerciale per comprare un regalo a nonna Esme e tu piangevi e piangevi, non smettevi mai di lamentarti… così la zia Alice ti prese in braccio cercando di calmarti mentre io pagavo al negozio. Era così impegnata a farti smettere di piangere che si è dimenticata la carrozzina nel negozio e la commessa ci è corsa dietro per tutto il centro commerciale! – ride mentre racconta l’episodio con mia sorella. Sì, è esattamente da lei fare una cosa del genere! Mi trovo a sorridere, senza sapere il motivo, ma tanto non importa, ultimamente mi trovo sempre con il sorriso sulle labbra senza sapere il perché.

Al momento in cui arrivai a casa di Alice, dove si sarebbe tenuta la cena della Vigilia, la porta si aprì in gran fretta e mia zia uscì di casa in velocità, insieme a Carlisle per raggiungere la nostra auto. Ancora prima di poter tirare via la cintura e scendere, i gemelli erano dentro casa, solo con la parte alta della carrozzina e le ruote ancora in baule, mentre Bella faceva scendere Caroline dal seggiolone.
-Pulcina, ricordati sempre che i nonni ti amano tantissimo e che sono presi a fare le coccole ai tuoi fratellini perché è come se per loro fossero dei giocattoli nuovi. – cercai di spiegare alla mia principessa mentre lei guardava a terra con sguardo deluso. Avevo capito subito quanto ci fosse rimasta male che i nonni, o almeno quelli che per lei erano sempre stati dei nonni, non l’avevano degnata di uno sguardo e si fossero preoccupati solo dei gemelli.
-Ogni volta che siamo qui… gli zii fanno le coccole a Magot e Samuel e io gioco con le mie bambole e sono semple da sola… - vidi la boccuccia chiudersi e tremare e mi si strinse il cuore. Mi accucciai fino alla sua altezza, le porsi la mano che lei prese subito e con l’altra le tirai su delicatamente il volto fino a guardarla negli occhi.
-Ti prometto che oggi starò sempre con te pulcina, sempre. Margot e Samuel hanno già tante persone che giocano con loro…oggi ce ne stiamo io e te, che ne dici?! – fece solo un debole segno del capo e mi seguì dentro casa mentre Bella procedeva dietro di noi con lo scheletro delle carrozzine.
Emmett, Rosalie, i miei zii e Jasper erano tutti attorno ai due fagottini che dormivano beatamente nelle loro cullette. Bisbigliavano piano, facendo commenti carichi di zucchero e mielosi, un po’ come quando mi trovo da solo nei miei pensieri e li guardo dormire in camera da letto. Caroline lascia la mia mano, improvvisamente, e toglie il cappotto appoggiandolo delicatamente sulla poltrona, mi perdo a guardare i suoi boccoli che si agitano mentre lei si siede e prende posto a fianco al suo cappotto, giocando con le due bambole che si è portata da casa. Bella è già in cucina ad aiutare Alice con il cibo e mi accorgo davvero delle sensazioni di Caroline guardando tutto da una prospettiva esterna. L’hanno davvero ignorata. Non le hanno dato un bacio, né una carezza sui capelli, neppure un saluto sorridente e allegro; se ne stanno tutti lì, attorno ai due fagotti che dormono, bisbigliando come comari.
Passo il mio tempo, prima del pranzo, a far muovere e parlare una delle due bambole, gioco con Caroline, cercando di ignorare la fitta al petto che sento irrimediabilmente trafiggermi. Vedere il suo visino così triste e così abbattuto mi fa star male. Il momento del pranzo è il più tragico. Credo che Bella si sia accorta di ciò che succede a sua figlia, per quello ha deciso di posizionarla tra me e lei, e non al suo solito posto di fianco alla zia Alice, mentre mangia. Ma la mia principessa non mangia neppure una forchettata di tutte le pietanze che mia zia e mia sorella si sono impegnate a cucinare, giocherella con la forchetta sul piatto, con il musetto triste e fa passare la fame anche a me.
-Ehi principessa, che ne dici se andiamo sul divano a guardare qualche cartone animato prima della messa? Anche io non ho fame… - le dico accarezzandole i boccoli leggeri sulla testolina. Annuisce mesta e scende dalla sedia precedendomi. Bella mi ringrazia silenziosamente e tutti si domandano curiosi il perché di quell’ammutinamento.
Sistemo Caroline sulle mie gambe ed accendo la tv. La sera della vigilia, per fortuna, fanno un mare di cartoni animati e questa sera abbiamo raperonzolo.
A metà del cartone ancora non ha detto una parola, cosa strana per la mia piccola, ma appena mi volto per vedere cosa c’è che non va noto che ha due lacrimoni che scendono lungo le guance.
-Ehi pulcina…che succede?
-Voglio andale a casa… mi polti a casa papi? – mi volto a guardare Bella, che se ne sta seduta al tavolo e ci guarda lanciandoci brevi occhiate. Quando i nostri occhi si incontrano so già che ha capito, sospira e prende un piatto con lo sformato di pasta portandolo verso di noi.
-Che fate qui da soli? Non vi va di mangiare lo sformato che adorate? – Caroline scuote la testa, nascondendo il volto sul mio petto e dando le spalle alla televisione. –Amore…devi mangiare qualcosa, fallo per me e per papà, poi andiamo a casa… va bene?
La bimba muove di nuovo la testa in senso negativo ed io sospiro forte.
-Ho capito! Tu hai voglia di dolci… vero?! Allora sai che facciamo? Andiamo in cucina e ci tagliamo una bella fetta della torta che ho portato da casa…va bene pulcina?! – Bella cerca di salvare quello che rimane della cena, senza troppo successo. Caroline scuote ancora la testa e non ci vedo via di uscita.
-Amore di mamma, puoi spiegarmi cosa succede?
-Sono semple sola, voglio andale a casa. Qui non mi vuole bene nessuno… - dice con il labbro tremulo mentre si strofina gli occhi con i pugni chiusi. Vedo Bella sgranare gli occhi e voltarsi verso la nostra famiglia, tutti impegnati ad osservarci in silenzio, mentre Esme coccola Samuel e Rosalie si bea dei sorrisi di Margot. Si volta verso di me, accarezzando i capelli a sua figlia e mi sorride dolcemente scuotendo la testa, come se fossi io quello scemo della famiglia, che non ha capito nulla.
-Tesoro di mamma, ascoltami bene… tutti ti vogliono bene, te ne vogliono tantissimo. Devi capire però che Margot e Samuel sono due bambini piccoli e gli zii e i nonni trovano divertente giocare con loro… - si stanno facendo dei discorsi assurdi, la sera di Natale poi, che si dovrebbe passare in allegria e serenità. Tenta anche lei con un approccio pragmatico, ma non si rende conto che quello che dice Caroline ha un fondo di verità. Abbiamo tentato di non farla sentire esclusa, ma se gli zii e i nonni pensano a farle sentire e notare le preferenze verso i suoi fratelli, come vivrà questo rapporto? Male, malissimo.
Alzo le spalle, la bimba farà fatica a capire queste cose, e io non so come aiutarla ora. Dobbiamo parlarne insieme agli altri, ma questo non è il momento.
Quando poche ore più tardi torniamo dalla messa di mezzanotte, faticando a tenere con noi Caroline senza farla scoppiare in un pianto profondo, ed è il momento di scartare i regali, Caroline sale in braccio a me e si stringe forte forte.
-Amore di mamma, vieni…vieni accanto all’albero…ci sono molti regali per te! – Bella cerca di spronarla ma la principessa non si schioda dalle mie braccia. Mi sento un po’ stanco e quindi prendo posto sul divano per guardare la scena e tenere al sicuro la piccola.
-Non vieni ad aprire i regali? – le chiede Esme guardandola confusa. Caroline scuote la testa e le volta le spalle. –Ma cosa le succede? – chiede a bassa voce rivolta a Bella, che si trova di fianco all’albero come lei.
-E’ arrabbiata perché crede che non le vogliate più bene, dato che date sempre attenzione a Margot e Samuel e neppure la degnate di uno sguardo. Stasera quando siamo arrivati non vi siete preoccupati di salutarla, darle un bacio o una carezza…e questo a mio avviso è gravissimo. Fatichiamo molto, io ed Edward, per farle sentire il nostro affetto e che nulla è cambiato anche se ci sono due presenze in più e voi invece… la fate sentire esclusa e lei ci sta male. Non è stupida, capisce e anche se all’inizio non vi faceva notare nulla, adesso ne soffre. So che per voi non è una vera nipote e che probabilmente non vi interessa più di tanto… ma per lei siete l’unica famiglia che ha conosciuto e non ne conosce altre. Vi pregherei di essere meno scostanti e più partecipativi anche con lei, più affettuosi… ha bisogno delle stesse attenzioni che riservate ai gemelli, forse di più. – si allontana dopo il suo discorso e ci raggiunge sul divano, coccolando sua figlia con dei baci sulla testa e delle carezze.
Il silenzio che segue è quasi imbarazzante.
Fino a quando non compare davanti ai miei occhi un pacco grande, tutto colorato di rosso ed oro e dietro ad esso Alice se ne sta inginocchiata.
-Ehi piccola, ti volti a farmi un sorriso? Ho una cosa tutta per te… - mia figlia scuote la testa e allora mia sorella si avvicina tirandole piano un ricciolino. –Sto parlando con te! Vuoi che continuo a tirarti i capelli per farmi dare retta? Ti ricordi quando eri più piccolina e tiravi i capelli a me e a zia Rose quando non ti ascoltavamo?! – Caroline ridacchia sul mio collo. –Allora se non ti giri il pacco enorme che ho tra le mani lo regalo alla tua mamma… va bene?! – Caroline si gira di scatto, saltando sulla mia pancia e procurandomi un piccolo dolore, ma niente può contro la soddisfazione e la serenità nel vedere il sorriso sul volto.
-E’ pel me?
-Si…tutto per te. Aprilo! –lo scarta direttamente dalle mani della zia e quando si trova la scatola di fronte gridacchia. –E’ l’armadio dei vestiti delle bambole. Babbo Natale sapeva che ne volevi uno uguale come quello mio e te l’ha portato…bello vero? – scende dalle mie gambe e si lancia su mia sorella ringraziandola. Alice è l’unica che forse non le ha mai fatto sentire il distacco così come gli altri, e la ringrazierò sempre per questo. –Vieni con me sotto l’albero ad aprire tutti i regali? Che ne dici…? – Caroline mi guarda e poi guarda Bella e si avvicina.
-Con voi… - ci porge le mani e ci alziamo trainati da lei.
Quando siamo vicini ai pacchetti regali Esme si abbassa a livello della principessa e la prende tra le braccia.
-Piccola, scusaci! – mia zia si commuove mentre chiede scusa ad una bambina così piccola, rendendosi conto di quanto è stata male per il loro comportamento. –Noi ti vogliamo bene, ti amiamo tanto. Tanto tanto. Davvero! E’ solo che Margot e Samuel sono così piccoli e…
-Anche quando eri piccola tu, così piccola io e nonna Esme passavamo ogni minuto possibile a coccolarti, sai? La mamma ti portava qui e passavamo ore a guardarti dormire. E’ una cosa normale… capita sempre quando nasce un bambino nuovo in famiglia. Ma non per questo noi non ti vogliamo più bene…
-Te ne vogliamo tanto piccola, tantissimo… sempre! Ci perdoni? – Tra le parole di Esme e quelle di Carlisle mi sono commosso pure io. Caroline si volta a guardarmi dubbiosa, ma vedo già il luccichio nei suoi occhi, è intelligente come poche bimbe. Annuisco solo e lei si getta al collo di Esme stringendola forte.
-Vi peddono tutti! Pelò adesso legali! Legali!

Molte ore più tardi, dopo aver preparato una tazza di latte caldo a Caroline, contornata di una bella fetta doppia di torta e del buon miele, una favola lunga perché non riusciva a dormire e dopo aver cambiato i gemelli, finalmente riesco a stendermi a letto. Il tempo di mettermi sotto le coperte e il telefono vibra sul comodino.

“Raggiungimi. B”

E’ entrata in bagno qualche minuto fa, dopo aver rimboccato le coperte a Caroline e lavato la tazza e i biberon dei piccoli. Non volevo disturbarla, anche se l’idea di infilarmi sotto la doccia con lei era chiaramente allettante. Do un’occhiata ai gemelli e, preso il piccolo trasmettitore per portarlo con me, mi dirigo da Bella. Il bagno è avvolto dal vapore e la luce tenue di una abat-jour posizionata sul pavimento sotto il lavandino rende tutto magico.
-Niente candele, mi dispiace! – mi volto verso la voce di mia moglie, immersa fino al collo nell’acqua bollente della vasca. Mi sorride maliziosa e non posso fare a meno che ricambiare.
-Non ho bisogno delle candele per quello che ho in mente… sei una visione meravigliosa! – arrossisce, nonostante tutto il tempo passato insieme, nonostante i momenti di passione sfrenata che ci sono stati dalla nostra prima volta, nonostante sia mia moglie. Fa uscire la mano dall’acqua e con l’indice mi invita a raggiungerla. Tolgo la maglietta e i pantaloni in gran fretta, facendo seguire anche i boxer e le calze. Entro con i piedi nell’acqua calda e prima che possa fare un altro movimento mi ferma.
-Siediti sul bordo, lì dove c’è l’asciugamano. – Dietro di me, in effetti, è posizionato sul bordo di ceramica un asciugamano, piegato con cura. Seguo le sue direttive e nel momento in cui prendo posto lei si muove, mettendosi a gattoni tra le mie gambe. A quanto pare le candele non servono neppure a lei, per scaldare l’atmosfera.
-Dio come sei bella! – i capelli raccolti sulla nuca, con qualche ciuffo che scivola dalla pinza ora bagnato, le accarezzano il collo dolcemente, proprio come vorrei fare io. Le spalle chiare e il seno luccicanti per le gocce di acqua sulla pelle, il volto arrossato, è un insieme meraviglioso.
Si avvicina ancora di più in ginocchio, accarezzandomi le gambe partendo dalla caviglia, sale, sale, ancora di più. Quando raggiunge il mio bacino si ferma, disegnando con le unghie piccole scie che arrivano fino al mio membro. Mi sento già su di giri. Il suo dito passa lentamente sulla mia lunghezza, con l’unghia mi fa venire i brividi e l’espressione serena e concentrata del suo viso, con il luccichio malizioso negli occhi mi fanno desiderare di prenderla e sbatterla al muro per scoparla fino a domani. E invece sto al suo gioco, alla sua tortura, alle sue mani che lente compiono un movimento prima verso l’alto e poi verso il basso, le sue mani calde, la sua pelle morbida, gli occhi che alternano da guardare il mio sesso e i miei occhi. Non so quanto resisterò prima di afferrarle la testa per sentire la sua bocca avvolgermi. Apro la bocca e gemo piano, non ho intenzione di svegliare i piccoli che dormono e interrompere tutto il programma che mia moglie ha in testa.
Si avvicina ancora di più, sempre di più, la sua bocca bacia le mie cosce e le ossa del bacino, mentre una delle sue mani stimola i testicoli e l’altra aumenta il movimento.
-Ti piace? – mormora tra un bacio e l’altro. Non è mai stata così insicura, probabilmente è ancora colpa della convinzione che non sia poi così eccitante con le sue forme. Devo trovare il modo di farglielo capire una volta per tutte. Non posso gemere forte, non posso parlare perché non ho il controllo di niente. Annuisco solo, incapace di fare di più.
-Ti piace? – domanda ancora una volta, ma senza aspettare la mia risposta la sua bocca si chiude attorno alla punta del mio membro. Sbatto la testa all’indietro, sul muretto che divide la vasca dal resto del bagno e mi sento pervadere da un piacere immenso. La sua bocca, quanto mi era mancata! Scende piano a inghiottirmi tutto, risalendo lentamente. Ripete il movimento mentre le dita stuzzicano ancora i testicoli e l’altra mano copre la parte di me dove la sua bocca non arriva.
E’ inevitabile farmi scappare un gemito di pura goduria, inevitabile perché le sensazioni che sto provando non le controllo più e mi sento in paradiso.
Gli occhi aperti a guardare la Venere che mi sta tra le gambe e che succhia, succhia facendomi tremare e rabbrividire. I pensieri completamente evaporati, le mani a stringere il bordo della vasca.
-Ti prego… - mi lascio sfuggire a voce mozzata.
Mi guarda, confusa, mentre aumenta il ritmo dei suoi movimenti e piano la lingua si intrufola a stimolare quel piccolo pezzetto di pelle che sa farmi morire. Gemo, quando vorrei gridare. Stringo il bordo della vasca, quando vorrei afferrarle la testa e piegarla al mio volere.
-Ti prego Bella… - dico ancora in un sussurro roco.
Non so neppure io cosa voglio, figuriamoci se lo può sapere lei.
Stacca la mano dalle mie palle per raggiungere la mia sul bordo della vasca, se la posiziona sul collo e mi lancia un’occhiata eloquente.
-Ti farei male piccola… continua tu… - cerco di controllarmi e le accarezzo dolcemente la pelle morbida del collo, ma quando rallenta i movimenti, facendomi impazzire, cedo. Inizio a darle il ritmo spingendo la tua testa su di me, veloce, forte, alzando anche il bacino per andarle incontro. Sento le pareti della sua gola accogliermi e mi manda in bestia. Aumento ancora di più il ritmo, grugnendo e mischiando parole incomprensibili, mentre le sue unghie si conficcano nella carne delle mie cosce.
-Bella… Bella… Bella… - non resisto più, mi lascio andare, chiudo gli occhi e getto la testa all’indietro cercando di aprire la bocca e soffiare fuori tutta l’aria, silenziosamente, mentre il bacino si muove in sincrono nelle ultime spinte nella bocca di mia moglie e lei mi accoglie, ingoiando il mio seme e rendendomi l’uomo più felice al mondo.
Le accarezzo la testa mentre mi riprendo e lei si appoggia alle mie gambe, immergendosi un po’ in acqua per scaldarsi. Scivolo trascinandola sul mio petto e l’abbraccio stretta.
Nel silenzio di quella camera non passa molto tempo prima di riprendere coscienza del momento, la sua mano si intreccia alla mia, scendendo lungo il suo corpo e guidandomi tra le sue gambe. Con i pensieri ancora un po’ annebbiati mi faccio guidare, muovo le dita sulla sua femminilità, bagnandomi dei suoi umori. La accarezzo, muovo piano le dita, dolcemente, a ritmo costante e quando raggiungo il suo piccolo fascio di nervi porto l’altra mano sul suo seno, massaggiandolo piano ed ottenendo piccoli gemiti sussurrati. Bella non è molto silenziosa, so che potrebbe svegliare i piccoli e rovinarci la festa. Quando aumento il ritmo delle dita sul clitoride salgo con la mano a spostarle il volto in modo che possa baciarla. Sarà veloce, voglio farla venire velocemente, sento già i brividi sul suo corpo e le sue gambe che tremano; poi voglio perdermi in lei, spingere, spingere fino a quando non mi implora di smettere, fino a quando le gambe reggono.
La bacio, le lingue si mescolano insieme, sento il mio sapore sulla sua lingua e al solo pensiero di ciò che è accaduto poco fa mi torna duro. Succhio la sua lingua, ci gioco, mordo le sue labbra e quando premo più forte e muovo in circolo le dita velocemente, le sue mani si stringono sulle mie spalle ed io soffoco i gemiti del suo orgasmo con la mia bocca.
Non le do il tempo di riprendersi, la giro e la faccio mettere a cavalcioni su di me, entrando in lei con una sola spinta e tenendo una mano sulla sua bocca. Appoggio la testa indietro, dove c’è ancora l’asciugamano, ormai bagnato, che mi ripara dal bordo della vasca. Lei si muove, cavalcandomi, e gettando la testa indietro sento che cavalca anche le sensazioni dell’orgasmo di prima. l’avvicino al mio volto e con i denti mordo la pelle dal collo al seno, fino a succhiare dolcemente uno dei due capezzoli. Il sapore del latte mi invade la bocca e devo staccarmi per riprendere fiato per le sensazioni provate. Alzo le gambe e lei si appoggia salendo e scendendo sempre di più su di me e mentre le mie mani si chiudono sui suoi fianchi per darle il ritmo lei si chiude la bocca con le sue e getta indietro la testa sconvolta da un altro orgasmo. La osservo, perdendomi nei suoi occhi chiusi, nei capelli sempre più bagnati, nel volto arrossato. Cercando di non scivolare la tengo stretta a me ed esco dalla vasca, il tappeto mi permette di non scivolare troppo e il muro dietro di lei, dove ci sono gli accappatoi attaccati, è la superficie più vicina che voglio sperimentare. La sua schiena tocca al stoffa dell’accappatoio mentre io spingo, e spingo, e spingo sempre più forte. La testa abbandonata sul muro, mentre la impalo con forza e mi perdo dentro di lei. Le sue gambe si stringono attorno alla mia vita, le dita passano tra i capelli, gli occhi lucidi di piacere, la pelle brillante per le gocce d’acqua rimaste addosso, che scivolano via a causa delle mie spinte forti e la sua vagina che si stringe attorno a me ancora una volta. Le stringo il sedere, le mie dita pare vogliano strapparglielo via dalla forza che uso, e lei esplode attorno a me. Non riusciamo a trattenerci, i gemiti ormai non sono più sussurrati, la passione è scoppiata e non ci ferma più nessuno, fino a quando entrambi non siamo pienamente soddisfatti.
La faccio scendere, i suoi piedi toccano terra, la tengo per il bacino perché è instabile e le gambe le tremano, ma non ho intenzione di farmi scoraggiare da questo; ho abbastanza forza ed energia per entrambi. Il grande specchio a mezza parete del bagno ci permette di guardarci.Quando lo vidi per la prima volta impazzì del tutto, volevo assolutamente provarlo, dimenticandomene ogni volta. Adesso invece…avevo tutta l’intenzione di sperimentarlo. La guidai, girandola verso il muro, mi da le spalle; il suo sedere morbido mi tocca il bacino e non posso fare a meno di osservarlo e desiderare di averla ancora e ancora e ancora. Mi piego su di lei sussurrandole “Guarda lo specchio” e con lentezza, mentre lei volta il viso verso destra, entro dentro di lei. Osservo i nostri corpi riflessi sullo specchio, si muovono, io mi muovo e le sensazioni sono amplificate quando le dita della mano sinistra di Bella si intrecciano alle mie sul muro, le nostre fedi si scontrano facendo un lieve rumore. La guardo, il volto rosso e acceso per il piacere, le gambe che tremano e il seno che sbatte sul muro freddo per le mie spinte. La sua mano appoggiata al muro per tenersi e la bocca aperta in un’espressione di pura estasi.
Non resisto. La vista di noi due così, il mio membro che entra dentro di lei e i suoi capezzoli duri che sfregano sul muro mi esalta. Sento montare l’orgasmo e non ho intenzione di fermarmi questa volta. Il baby-phone non suona, Caroline non è ancora entrata in camera ed io ho tutta l’intenzione di godere come mai prima. Aumento le spinte, più a fondo, più veloci, gli occhi di Bella non riescono a stare aperti ma li forza per guardarci nello specchio. Guardarla così mi fa venire voglia di osservarla per ore in preda al piacere, vorrei guardarla e guardarla e guar… Mi è venuta un’idea. Esco da lei, velocemente la giro e la bacio.
-Mi ami? – le chiedo sorridendo. Lei mi scocca un’occhiataccia contraddetta. –Allora rendimi felice… - Annuisce confusa, con il fiatone. Mi avvicino allo specchio tenendola per mano, mi inginocchio invitandola a fare lo stesso, la posiziono davanti a me, il volto rivolto allo specchio. La faccio sedere sul mio membro, la sensazione di esserle dentro, ancora una volta, è sempre magica. Con una mano le apro le ginocchia, in modo che il suo sesso sia quasi visibile nell’immagine riflessa… Geme, è erotismo allo stato puro.
Le posiziono le mani sul bacino, iniziando a muovermi, mentre lei ci guarda allo specchio. Sto già per venire così, non oso immaginare quando le chiederò di rendermi contento.
Le bacio il collo, la mordo e arrivo al suo orecchio. “Toccati. Toccati per me. Toccati guardandoci nello specchio.” Sgrana gli occhi ma la sua mano scende sul suo corpo, fino a raggiungere il suo sesso tra le gambe e le dita iniziano a muoversi. Fatico a tenere il ritmo delle mie spinte, sono rapito dalla scena, sono eccitato all’inverosimile e sento i fuochi d’artificio scoppiare.
-Dio come sei bella. Come sei sexy… Guardati… Guardati! – geme, e i movimenti delle sue dita si fanno più veloci. –Guai se dici ancora una volta che non sei bella, o che sei grassa o che non sei attraente. Sei così…sei così dannatamente… perfetta! – grugnisco, ormai al limite.
-Spingi Edward! Spingi! – non me lo faccio ripetere due volte, muovo il bacino in alto, muovendo anche il suo corpo velocemente, le sue dita continuano a stimolarsi mentre i miei occhi si annebbiano sulla scena di fronte a me. Il suo corpo trema, sussulta, le sue pareti si stringono attorno a me ed io esplodo dentro di lei, riempiendola del mio seme caldo.
Si appoggia al mio petto, io con la testa mi appoggio alla sua spalla. Tiro un enorme sospiro e… dal baby-phone inizia un lamento.
-Vado io… - dico alzandomi, ma il secondo lamento arriva in un batter d’occhio e Bella ridacchia. Ci vestiamo degli accappatoi in gran fretta, lavandoci entrambi le mani e raggiungendo le culle.
Con i piccoli in braccio ci stendiamo sul letto, sotto le coperte, Bella allatta Margot mentre Samuel si perde a giocare con il mio dito.
-Mamy, papi…- Caroline entra dalla porta con il suo passetto strascicato e strofinandosi gli occhietti chiusi dal sonno. –Ho sentito piangeleMagot e Samuel…
-Si, hanno fame…e tu come mai sei sveglia? – chiedo dolcemente.
-Mi hanno svegliata…posso dolmile con voi? – guardo Bella maliziosamente, abbiamo avuto fortuna stasera.
-Certo pulcina, salta su! – le faccio posto in mezzo a noi e appoggia la testa sul mio braccio.
-Ti amo Edward. – sussurra mia moglie sorridendo.
-Ti amo Bella, e Buon Natale.



Il calore della stanza si propaga sui loro corpi raffreddati dal pavimento, gli accappatoi rendono i movimenti difficili, ma le coperte li scaldano. Hanno ancora nel corpo le emozioni di pochi istanti prima, il tremore delle gambe e i brividi sulla pelle per il piacere provato. I loro tesori più grandi sul letto, protetti e amati. Una famiglia splendida si stringe in un abbraccio caloroso e unito la sera di Natale, il sorriso e la serenità sui loro volti è forse il miglior augurio e regalo di sempre… un inaspettato, quanto meraviglioso, regalo di Natale è in arrivo, anche se nessuno dei cinque ne è ancora a conoscenza!

The End


" Un Magico Natale " by Francies Cullen




UN MAGICO NATALE

di

Francies Cullen


24 dicembre 2012

La strada verso la vetta sembrava non  avere mai fine e mentre salivo sentivo le gambe sempre più indolenzite per la stanchezza. Non avevo più una forma  fisica idonea per affrontare quelle marce forzate e a metà del percorso già meditavo di rinunciare. Poi pensavo a lui, il mio splendido uomo, e le forze tornavano ad invigorirmi. Il sole rifletteva i suoi raggi sulla neve fresca caduta durante la notte e mille scintille di luce impedivano di tenere completamente aperti gli occhi. Di tanto in tanto mi fermavo appoggiandomi a qualche masso per riprendere fiato e mi guardavo intorno, scorgendo i primi contorni del panorama mozzafiato che sapevo aspettarmi come premio sulla cima. Volevo arrivare alla meta in fretta, prima di dovermi pentire di averci provato. Aumentai il passo convinta di poterlo sostenere, ma ogni volta che ci provavo finivo col consumare tutta l’aria nei polmoni ed ero costretta controvoglia a fermarmi. Mi sarebbero bastati dieci anni di meno e sarebbe stato tutto diverso.
Cercai di non pensarci o mi sarei depressa come spesso mi succedeva da un po’ di tempo a questa parte.
Guardai l’orologio, era presto. Un po’ di margine di tempo mi rimaneva prima di pranzo. Mi concessi uno stop un po’ più lungo sedendomi su di una roccia che spuntava incredibilmente pulita tra i soffici cumuli di neve.
Sospirai di benessere, mentre il calore del Sole del mattino penetrava le mie ossa e la mia pelle.
Ero emozionata e lo stomaco me lo confermava.
Approfittai per mettere un po’ di protezione solare sul viso.
Spalmai la crema e lasciandomi cadere un po’ indietro trovai una posizione comoda e chiusi gli occhi, pensando a lui, a noi, a quando eravamo giovani e mi assopii…

24 dicembre 1982. “Al Catinaccio” Dolomiti,,

-         Papà non voglio andare a sciare anche quest’anno. -
Cercavo di convincere Charlie a desistere. Mi trascinava sempre con sé ovunque andasse e se da bambina poteva essermi piaciuto ora che avevo sedici anni non mi andava più.
-         Tu piccola fai quello che ti dico io…e basta! –
-         Ti prego papà, mi sono rotta di tentare in tutti modi di imparare, sono una pippa con gli sci  e oltretutto non ci sono ragazzi a quel corso. Solo vecchi imbranati. –
-         Io non sono vecchio, ok?!,Forse imbranato un po’, ma ti proibisco di dire che sono vecchio. –
-         Ok! Scusami, ma papà dai, lasciami rimanere alla baita con gli altri ragazzi. Ci facciamo quattro chiacchiere, una cioccolata calda e intanto tu passi la tua giornata tranquillo, ok?-
Mi guardava con la solita aria cerbera, ma sapevo che dietro quella maschera rude c’era il mio dolcissimo paparino. Lo sguardo si ammorbidì e scuotendo la testa mi abbracciò davanti a tutti.
-         Però stasera ceniamo insieme, va bene? –
Mi stava lasciando libera l’intera giornata. Era molto più di quel che speravo e dentro di me esultai…”ewwaiii”.
-         Certo papi, stai tranqui! –
-         Si “tranqui”…una parola. Vedi di stare attenta e se ti stufi di quei…ragazzi…torni all’albergo che io poi ti raggiungo. E’ un ordine! –
-         Sarà fatto capo Swan! – Mi misi sull’attenti prendendolo in giro.
Giocare era il nostro passatempo preferito e lo adoravo per questo.
La mamma ci aveva lasciati otto anni prima per un ragazzo di colore conosciuto durante una vacanza premio della sua azienda e, dopo aver raccolto le sue cose, era uscita dalla porta di casa e non l’avevamo più vista.
Per papà era stata dura, ma poi insieme stavamo davvero bene e in breve tempo l’avevamo dimenticata. Almeno per me…era andata così.
Quella vacanza era un rito. Ogni anno tornavamo in Italia dalla nonna e per la vigilia di Natale andavamo poi, noi due soli, sulle montagne più belle del mondo a sciare.
Quest’anno non era diverso dagli altri, a parte il fatto che finalmente avevo sedici anni e mi era diventato lecito muovermi da sola.
A grandi falcate mi avvicinai ai tavoli della vecchia baita, affollati già di prima mattina da decine di persone in cerca di ristoro.
Mangiare era un obbligo, non ci si poteva rinunciare ai piatti unici che venivano proposti, il loro profumo si sentiva fin giù sulle piste e lo strudel di mele…mmmm…era una delizia.
Cercai Rose tra la folla accalcata alle casse e quando la individuai mi accorsi che si stava sbracciando da due ore per farsi notare.
Risi alle sue facce buffe e velocemente la raggiunsi.
-         Ce l’hai fatta a spuntarla col vecchio allora?-
-         Si! É stato facile. Sei pronta? –
-         Da una vita. Sei fuori?!! Non aspetto altro da una settimana.-
Rose era un batuffolo rosa dalla testa ai piedi e quegli occhi azzurri e capelli biondissimi erano un insulto alla mia esagerata bellezza.
In realtà di bello avevo soltanto il giubbotto rosso nuovo che la nonna mi aveva regalato mossa da pietà, visto che mio padre insisteva che indossassi sempre lo stesso da tre anni. Per il resto ero un campione di mediocrità. Da primato proprio.
-         Hai portato i biglietti?- Le chiesi tendendole il palmo aperto.
-         Certo che sì, cosa credi! Guarda? – Mise la mano in tasca ed estrasse con una lentezza esasperante i due biglietti per il concerto di quella sera.
-          E muovitiii, li voglio toccareee. –
Non potevo crederci…eppure sembrava  che alla fine ce l’avremmo fatta.
Allungai la mano e toccai quel sogno quasi realizzato.
-         Sei sicura che siano autentici?- La canzonai.
-         Ma dico, per chi mi hai preso? Certo che sono veri e li ho anche pagati parecchio quindi sgancia la grana o mia madre poi sospetta.-
-         Non gliel’hai detto? –
-         Perché? Tu l’hai fatto?-
-         No di certo, mio padre mi ammazzerebbe. –
-         Ecco! Nemmeno io, anzi parliamo piano che qui intorno ci stanno tutte le sue amiche…quelle arpie. Lo sai che quest’anno si è portata dietro tutto il gruppo? Da quando partecipa a quei raduni di fans di quello lì sembra impazzita e non pensa ad altro. Robbè di qua…Robbè di là, sono folli. Ce n’è una di Roma che pensa la chiamano Sparviero Nero e un’altra mi pare si chiami Cricrila Redlips…ahahahah….A volte mi sbudello a sentirle parlare tra loro. –
-         Ma che ti frega?Lascia che si divertano no?E poi quell’attore non è niente male. Forse un po’ vecchio…–
-         A me non piace!
-         Si certo, trovatelo davanti e poi dimmi.-
-         Ok dai lasciamo perdere e pensiamo a cosa inventarci stasera.-
-         Senti, io dico a mia madre che dormo da te e tu dì a tuo padre lo stesso, che te ne pare?-
-         E se poi si telefonano?-
-         Mia madre starà fuori fino all’alba, lo fa ogni anno alla vigilia di Natale, poi con quelle figurati, quindi non è un problema. Digli che se ci sono problemi chiami l’albergo e che a mezzanotte andiamo a letto e che il telefono a casa non lo abbiamo, insomma… inventati qualcosa. –
-         D’accordo e speriamo che vada tutto dritto .-
Trascorremmo la giornata a prendere il sole senza mettere nessuna protezione sul viso dimenticando come ogni anno che eravamo sopra i duemila metri e che la temperatura ingannava la potenza dei raggi. Alla sera eravamo due peperoni, anche se nel mio caso sembrava che il sole facesse fatica a guardarmi. Tutti dicevano che il Sole bacia i belli e forse quella palla di fuoco giallo si era accorta che io non lo ero…meglio così…ero solo meno pallida del solito.
Molti ragazzi si erano avvicinati con mille scuse per farci il filo e tenerli  a bada era stato divertente. Quasi tutti andavano da Rose.
Ma qualche bel fustacchione era capitato anche a me.
All’ora di cena ci separammo dandoci appuntamento per le nove e mezzo.
Il concerto era alle dieci, ma avevamo calcolato che in venti minuti saremmo state lì sul posto.
Mio padre era tutto gasato dalla giornata sulla neve perchè aveva conosciuto un po’ di persone e le avrebbe riviste poi dopo cena.
Ero felice di vederlo così sereno, ne aveva bisogno e poi tutto questo suo gasamento tornava utile pure a me.
Brontolò per una decina di minuti poco convinto, quando gli proposi di lasciarmi dormire da Rose, ma a quanto pareva aveva anche lui dei progetti e la cosa gli calzava a pennello.
Il piccolo albergo dove alloggiavamo era tutto addobbato di luci e le musichette di Natale venivano diffuse da casse nascoste un po’ dappertutto, era carino, coccolo e accogliente.
Salita in camera mi ero preparata meglio che potevo, un filo di trucco e poi via di corsa fino a casa di Rose.
Lei aveva un appartamento affacciato alla vallata che apparteneva a sua madre e prima ancora a suo nonno e dal vialetto innevato che occorreva percorrere per raggiungerlo si poteva ammirare l’intera catena di montagne maestose che quella notte sembravano avvolte da una polvere magica.
La Luna piena era alta in cielo e il tappeto di stelle brillava in modo spettacolare.
Era troppo bello quel panorama  per non fermarsi a guardarlo.
Lo strato di neve scrocchiava sotto ai piedi e il gelo secco sembrava entrare direttamente nelle ossa.
Quasi congelata suonai il campanello e un attimo dopo ero al piano di sopra a discutere il nostro astutissimo piano di battaglia.
-         Hai preso i biglietti?-
-         Si!
-         La macchina fotografica?
-         Si!
-         Il Glossy alla fragola?-
-         Oh ma la vuoi smettere?Pensa piuttosto a cosa dire alle allupate lì fuori. Mamma, non so perché, stasera ha le palle girate e non fa che fare domande. Quindi ti prego non fare cazzate e cerca di essere convincente.-
-         E cosa le devo dire? –
-         Non lo so, che andiamo a sentire un coro natalizio, che tuo padre ci accompagna, che …che ne so, improvvisa dai, che altrimenti facciamo tardi e non intendo perdermi nemmeno una nota del concerto.-
Le sbirciai nascosta dietro un paravento.
-         O mio dio, guarda…stanno giocando a twister con un mega poster di quell’attore lì…ahahah, mi verrà da ridere. Non so se ce la faccio.-
-         L’ha portato la Zag.-
-         Chi?-
-         Zagrella qualcosa, non chiedermi come si chiama realmente perché non lo so. E’ una che sta sempre stravaccata dappertutto, arriva prima il suo sedere e poi lei, ahahah, fa sempre cicicocò con quella lì bionda, vedi?-
-         Quella che adesso sfrega il piede sulla foto del “pacco” di quello lì?-
-         Ahahahah…noo…quella è  la Redlips, la chiamano Mistress. Sai quella che ti dicevo stamattina alla baita, la Cricrilla. Mi fanno morire guardale, sarebbe da restare qui a guardare loro anziché andare al concerto. La bionda che intendevo è quella seduta accanto a mia madre, la vedi?E’ la Geo.-
-         Si, la vedo, sembra più giovane delle altre. Dio come ride, ha le lacrime agli occhi.–
-          Non lo so quanti anni abbiano, ma di testa mi sembra che non siano cresciute per niente.-
-         Però si divertono, guarda come ridono. Pensi che anche noi saremo così da vecchie?-
-         Sei pazza? Io voglio un marito ricco e un amante focoso, altro che solo donne.-
-         Però sono…-
-         Adesso smettila e entriamo in azione. Siamo già in ritardo di cinque preziosissimi minuti.-
-         Ma io volevo…-
-         SSShhhhh…basta. –
Rose mi ficcò il berretto in testa e mi fece volare la sciarpa intorno al collo.
-         Andiamo. –
-         OK!-
Il piccolo salotto era colorato ed accogliente e il calore della graziosa stuße addossata alla parete di fondo si avvertiva sulla pelle. Un bel gruppetto di donne “mature” aveva gli occhi puntati su di noi e si scambiavano commenti su quanto avrebbero voluto avere ancora la nostra età.
A disagio misi in azione il mio fascino e interpretai la mia parte.
Pochi minuti di battute sconce ed eravamo fuori nella notte.
-         Ce l’abbiamo fatta, quanto manca? – Soffiai dentro ai guanti prima di infilarli.
-         Abbiamo venti  minuti giusti, dobbiamo far presto dai, corri. –
La strada buia ci confondeva e ci fece perdere un po’ l’orientamento, ma in 15 minuti netti eravamo già sul posto.
Ci aspettavamo di trovare una folla accalcata per entrare ed invece c’era solo una fila ordinata di ragazzi un po’ più grandi di noi.
-         Sei sicura che ci siano i Black Rolls vero? Non è che ti sei fumata il cervello, no?-
La vidi frugare nella tasca ed estrarre quei biglietti quasi fossero una preziosa e rara reliquia.
-         C’è scritto qui vedi? B-L-A-C-K  R-O-L-L-S, non capisco. –
-         Andiamo a vedere dai. –
Ci avvicinammo stringendoci la mano in apprensione. Era da giorni che sognavamo questa serata e l’idea che potesse sfumare ci metteva ansia.
Un grande cartello affisso all’ingresso diceva :
“ SPIACENTI DI INFORMARE CHE A CAUSA DEL MALTEMPO I BLACK ROLLS STASERA NON SI ESIBIRANNO, MA LA BUONA MUSICA SARA’ COMUNQUE ASSICURATA”.

-         NOOO, non ci posso credere. – Rose aveva urlato ai sette venti e tutti si erano voltati a guardarci.
-         Che ti urli, pazza. Certo che una scusa migliore la potevano trovare. “Maltempo”, ma se c’è  un cielo stellato da paura.-
-         Non è possibileeee…daiiii…e checcazzoooo!!!-
-         Non cominciare a dire parolacce adesso, sai che non lo sopporto.-
-         Ma dico sei fuori?Lo sai che sei davvero bacchettona? Cazzo cazzo cazzo cazzo…ehhh!-
-         Non prendertela con me per la serata buca. Potevi informarti prima. –
-         Ahh adesso è  colpa mia, grazie davvero, sei proprio un’amica. –
-         OOhhh smettiamola dai e andiamo a vedere chi cavolo canta stasera. Siamo qui, quindi tanto vale dare un’occhiata e vedere che succede là dentro. Vuoi?-
-         Ffffff, che palle però!!-
-         Rooossse. –
-         Nemmeno che palle posso direee….ma che palleeee!-
Rinunciai a redimerla e senza troppo entusiasmo entrammo nel locale. Il fumo aleggiava sopra le nostre teste come una nuvola carica di tempesta e i fasci di luce degli spot colorati la trapassavano come lampi. Il piccolo palco al centro era ancora vuoto, ma in sottofondo la musica dei Duran Duran si diffondeva creando l’atmosfera. I divanetti erano mezzi vuoti e sui tavoli ai lati sedevano solo alcune coppie e qualche compagnia mista di ragazzi.
La delusione mi ferì.
-         Che cavolo ci facciamo qui, me lo spieghi? – Rose come al solito non aveva mezze misure e il fatto che la serata fosse sfumata la metteva a dura prova e …metteva a dura prova anche me che ero costretta a sopportarla.
-         E dove vuoi andare, lo sai che stasera tutti i locali sono pieni e che non abbiamo altri soldi per andare da nessun’altra parte, quindi?-
-         Si ma che palleeeee!!!-
-         Roooose smettila, sediamoci qui dai, tanto a quanto pare spazio ce n’è anche troppo. –
Ci togliemmo la giacca a vento e il resto della bardatura appoggiandolo allo schienale delle sedie e una volta seduta cominciai a guardarmi bene intorno. La luce era soffusa, ma sufficiente per vedere se conoscevo qualcuno da aggiungere alla compagnia monotona di Rose. Lei intanto si stava sistemando il trucco, peraltro perfetto, evidenziando ancor di più l’abisso che esisteva tra me e lei. I ragazzi del gruppetto accanto al palco erano tutti voltati a guardarla e il suo istinto da gatta morta li mise subito a fuoco.
-         Io quello lo conosco. –
-         Quale?
-         Quello con la camicia a quadri e gli occhi blu.-
-         Ah quello, come tu faccia a vedergli gli occhi da qui lo sai solo tu. Sii è carino!-
-         Scemaa, lo so perchè l’ho già visto altre volte sulle piste. Una volta c’ho pure sciato insieme. Ma tu che ne sai non ci vieni mai con me.-
-  Non rompere, se non mi va non mi va. Ti sta fissando, mmm, è già tuo! Guarda? Sbava!-
-         Che stronza che sei…smettila di prendermi per il culo!-
-         Oxford? Devo segnarmela …-
-         Smettila di rompere. Ho sete, prendiamo da bere?-
-         Chiamo il cameriere.-
Alzai la mano in direzione del ragazzo che stava lasciando un tavolo poco lontano da noi dopo aver preso le ordinazioni. Mi fece cenno di avermi visto e lentamente si avvicinò. La luce mise via via i tratti del suo volto in evidenza e senza volere i muscoli del mio viso reagirono sorridendogli in coro.
-         Ciao!- Mi disse. La voce non era da meno, un sogno.
-         Ciao, abbiamo sete. – Che cosa cretina gli avevo detto e che maleducata.
-         Sono qui per questo, ma se vuoi …ne parliamo. – Come una carezza o uno schiaffo, la sua presenza mi fece cadere in stato di shock e il problema era che in volto mi si leggeva ogni cosa come fosse scritta a caratteri cubitali.
-         Una coca andrà bene….per favore…e grazie.- Una deficiente.
-         Una coca-andrà -bene e…?-
-         …e grazie!-
-         Noo, intendevo, la tua amica che prende?-
Arrossii fino alle ossa e imbarazzata come una cretina cercai di non affogare nella bava che copiosa mi usciva da ogni anfratto facciale e non.
Diedi una gomitata a Rose che non staccava gli occhi di dosso al ragazzo di prima.
-         Tu che prendi, Rose? – Non riuscivo a smettere di fissarlo, ma controvoglia fui costretta a farlo.
-         Tienimi questo!- Rose mi mise in mano lo specchietto e senza darmi modo di deciderlo mi usò come sostegno.
-         Una birra e limonata. – La guardai come si guarda un brufolo da schiacciare.
-         Ma che schifezza è? – Le chiesi.
-         Lui lo sa, non è vero? – Si rivolse a lui senza guardarlo, continuando a lavorare sulle sue labbra come un pittore sulla tela.
-         Ok ragazze, vado e torno. – Strizzò l’occhio e con grande eleganza si dissolse nella nebbia di fumo fitto del locale. L’andatura tutta dinoccolata, era tenero, ma anche un figo della madonna.
Ore 22.30: Il portatile che papà mi aveva lasciato era grosso come una valigetta ventiquattrore. Era un walkie- talkie molto potente ed era l’unico motivo che lo aveva convinto a lasciarmi uscire. Iniziò ad emettere quello strano suono sordo  e dovetti precipitarmi fuori da quella stanza chiassosa perché Charlie non sospettasse nulla sul luogo dove mi trovavo.
La giacca era rimasta sullo schienale della sedia e lì all’aperto si moriva letteralmente di freddo.
-         Pronto papà? – La voce di mio padre era offuscata da altri rumori di fondo e all’inizio quasi non lo riconobbi.
-         Sei tu?- Gli chiesi. Rispose urlando che non sentiva niente e questo era meglio per me.
-         Va tutto bene? – Mi finsi interessata a sapere di lui, mentre in realtà non vedevo l’ora di tornare dentro al caldo e da quel bel ragazzo.
Iniziai a battere i piedi e a saltellare, mentre come aghi di ghiaccio i venti notturni mi sferzavano oltrepassando la trama del maglione di lana.
-         Non ho niente papà, solo un po’ di brividi. – Battevo i denti tanto forte che pensai si sentisse il ticchettio fino in fondo alla valle.
Ero in silenzio che tentavo di ascoltare la voce di papà, quando da dietro qualcuno mi avvolse con uno spesso giubbotto di piuma, caldo e meravigliosamente profumato. Mi voltai spaventata trovandomi faccia a faccia con quel volto splendido che poco prima mi aveva conquistata.
Sorrisi debolmente stringendomi in quel caldo e soffice rifugio, mentre lui portava la sigaretta alla bocca assaporandone l’aroma. Lo guardavo avvolgere le labbra intorno al filtro come se lo stesse baciando, le teneva appena schiuse quando inspirò poi l’aria fredda che lo circondava e rimasi incantata ad osservarlo, mentre quel sottile alito di inferno si liberava dalla sua lingua in anelli perfetti che volteggiavano davanti ai suoi occhi luminosi spalancati su di me. Mi accesi insieme al mozzicone che brillava tra quelle lunghe dita ogni volta che vi si attaccava per aspirarlo…
Un sogno.
-         Sii papà sono qui, certo. Non ti devi preoccupare. Va benissimo. A più tardi.-
Non avevo sentito una parola di tutto quello che aveva detto, ma non mi importava, né di quello, né del freddo, né del tempo che passava.
Staccai la linea e lo spensi tenendolo in mano.
Sentivo il suo sguardo addosso anche quando abbassavo gli occhi, incapace di sostenere l’insistenza del suo troppo a lungo. Sorrideva appena, socchiudendo gli occhi quando le lingue di fumo salivano a leccargli il viso.
Le invidiai…
-         Grazie, sei…gentile. – Balbettavo come se la lingua avesse un nodo in punta e non capivo cosa avesse questo ragazzo di così diverso dagli altri per ridurmi in quello stato.
-         Figurati, è un piacere. – Mi guardava dritto negli occhi, scrutandomi fino a mettere a nudo tutti i miei pensieri e mi sentii spogliata di ogni difesa.
Poche volte mi era successo di rimanere sola sola con un ragazzo e nella maggior parte dei casi era per studiare o fare ricerche per la scuola. Soltanto uno mi aveva fatto battere il cuore, ma al confronto di come mi sentivo ora era stato solo un lieve palpito.
Lo vidi combattere il freddo sfregando le mani una con l’altra, alitandovi sopra e parte di quel delizioso profumo, di respiro suo e di tabacco, mi giunse alle narici risvegliando un piacere che non conoscevo. Fremetti. L’ormone sessualmente instabile che viveva in me da poco tempo era in ginocchio e chiedeva a gran voce di essere liberato.
-         Sei in libera uscita stasera? Ho sentito che parlavi con tuo padre al telefono scusami, non ho potuto farne a meno.  I tuoi lo sanno che sei qui?-
-         In realtà si tratta solo di mio padre, Charlie. Mia madre non è qui!- Parlavo quasi sussurrando, poi me ne resi conto e mi schiarii la voce.
-         E…no, non lo sa. Mi ammazzerebbe. – Mi strinsi nelle spalle, colpevole.
-         E’ la notte di Natale questa e io sono solo qui in Italia. Sono venuto in questo posto per sistemare delle faccende di famiglia, ma nella mia piccola casetta sono tutto solo…purtroppo. –
-         Uhh, mi dispiace tanto. Non sei troppo giovane per occuparti di “cose di famiglia”?– Non sapevo che pensare, non capivo dove volesse arrivare. Indagai.
-         Non proprio, ho vent’anni e la mia famiglia…beh…sono io.-
-         Oh!- Sorpresa continuavo a non capire.
-         I miei sono morti un anno fa, un incidente a Miami e quindi…-
-         Scusami. Mi dispiace tanto. –
Una dolcissima smorfia di sofferenza gli illuminò il viso scomparendo subito dopo come una foglia soffiata via dal vento.
-         Ti va se entriamo? Si muore di freddo qui.- Eravamo immersi nel buio ed ebbi un attimo di paura.
-         Certo scusami, non ti voglio annoiare, ti faccio strada.-
Mi prese la mano nella sua dolcemente, tanto grande e delicata da avvolgerla completamente. Era calda e familiare, come se quel contatto fosse già avvenuto in passato e il mio tatto l’avesse riconosciuto. Lo seguii come un’ombra segue il proprio corpo, lasciandomi trascinare impotente verso l’entrata del locale.
Gli tirai il braccio costringendolo a girarsi.
-         Ehi!  Non mi stavi annoiando per niente. - E cercai il suo sorriso, che si aprì come un regalo.
Ammiccò strappandomi una risatina.
Non lasciò la mia mano nemmeno quando passando tra i tavoli si diresse verso il bancone. Lo seguii senza fiatare, finchè mi prese per i fianchi e alzandomi come un fuscello mi sedette letteralmente su un alto sgabello davanti al palco.
-         Ora stai qui e fai il tifo per me, ok? –
Lo guardai con la “faccia da rana Kermit” continuando a non capire, ma a parte far segno di sì con la testa non feci in tempo a dire nulla.
Con un balzo salì agile sulla piattaforma rialzata e dirigendosi verso il centro afferrò una chitarra acustica poggiata ad un sostegno. Subito le luci si spensero e un fascio di luce lo colpì creando un cerchio di magia intorno a lui.
Rimasi rapita da quel che vedevo, rendendomi conto di non conoscere nemmeno il suo nome.
Cominciò ad accarezzare le corde dolcemente, guardando verso quel buio che nascondeva il suo pubblico e iniziò ad avvicinare il microfono alla bocca.
Il tutto in una sequenza che mi fece ritrovare a bocca aperta.
Era di un sexy da paura.
Ero immobile ed eccitata per l’attesa.
-         Salve a tutti, come va? –
Sorrise in quel modo maledetto che avrebbe steso chiunque. I capelli sembravano indecisi su quale direzione prendere e quel delirio di ciglia folte faceva da splendida cornice alla luce dei suoi occhi verdi come il bosco d’estate. Aveva tolto il maglione e se ne stava con una semplice t-shirt nera sopra un jeans un po’ sdrucito. La fibbia argentata della cintura risaltava su tutto quel nero…e brillava ogni volta che la luce la colpiva.
-         Mi chiamo Edward, sono americano e vengo da Miami in Florida. Volevo farvi ascoltare una canzone che ho scritto qualche anno fa per una ragazza che popolava i miei sogni,  ma che non ha mai avuto un volto o un nome, era solo nella mia fantasia. Ebbene ora un nome ce l’ha. - Mi fece un cenno di inchino e arrossii da capo a piedi sorridendo con la mano davanti alla bocca.
-         Isabella, questa canzone è per te. -
Immobilizzata dall’imbarazzo rimasi a guardare quello spettacolo di uomo muoversi dondolando a ritmo della sua musica melodiosa, le sue mani volteggiare sicure sulle corde che regalavano emozioni. Mi chiesi come facesse a conoscere il mio nome , ma poi ricordai che Rose mi aveva chiamata più volte in sua presenza. Mi piaceva sentire il suono del mio nome pronunciato dalla sua bocca, era come velluto caldo che scivolava sulla pelle e faceva venire voglia di chiudere gli occhi e di lasciarsi accarezzare.
Concluse troppo in fretta e quando il silenzio tornò a diventare brusio di gente, quasi la sua voce mi mancava.
Mentre gli applausi lo accompagnavano mi raggiunse sussurrandomi all’orecchio poche parole che bastarono a farmi sciogliere come neve al sole.
-         Sei splendida quando non sai che fare. -
Non sapevo come rispondere ad una affermazione simile e preferii sorridere e stringermi nelle spalle senza dire nulla.
Dovevo congratularmi, dirgli che era stato fantastico, ma non so come mai con lui dire le cose diventava troppo difficile.
-         Non mi avevi detto che avresti cantato. - Mi venne solo quello.
-         E non ti ho nemmeno detto che farò cantare anche te. -
Mi guardava con uno strano sorrisino ironico, non capii.
-         Ma sei matto? Io sono stonatissima, non ci penso proprio. -
-         Sono sicuro che con me vicino lo sapresti fare. - Lo disse talmente piano che faticai a credere di aver capito bene.
 Si era allontanato un momento per parlare con il personale del bar e sorridendo scambiò  poche battute con loro, ricevendo complimenti e potenti pacche sulle spalle. Sembravano amici  e pensai che forse era lì proprio per questo motivo.
Raccolse il suo maglione norvegese bianco gettandoselo sulle spalle e come un dio che scende le scale del Paradiso si diresse verso di me spartendo la folla. Dio com’era bello.
-         Il mio lavoro qui è finito. Avevo promesso che sarei rimasto fino alle undici. Tu che fai? –
Non stava mai fermo, continuava a dondolare sulle gambe e a toccarsi i capelli e il viso e  io seguivo ogni suo movimento senza riuscire a staccargli gli occhi di dosso.
-         Ohh,  non lo so io…devo sentire Rose,  la mia amica. –
Feci il gesto di indicarla al nostro tavolo, ma mi accorsi che c’era solo la mia giacca abbandonata a se stessa e le sedie erano vuote. Ne rimasi sorpresa anche se in effetti mi ero dileguata senza nemmeno dirle una parola. La cercai tra la gente, puntando in direzione del gruppetto che aveva adocchiato poco prima e infatti…era lì.
Il ragazzo fico con gli occhi blu le circondava le spalle e stavano ridendo come dei deficienti, tipico di lei. Gli altri sembravano tutti un po’ bevuti, ma da lontano poteva anche essere una mia impressione.
-         Vieni con me? Le chiedo se hanno dei progetti per dopo, vuoi?-
-         Ok!  - Mi seguì standomi addosso.
 Ne sentivo la presenza fisica  quasi mi toccasse la pelle e ogni tanto avvertivo il tocco delle sue dita sfiorarmi per misurare le distanze. Camminavo senza sapere come, portavo un piede avanti all’altro senza sapere chi avesse dato il comando al mio corpo. Era quasi come passeggiare su un materasso ad acqua, le gambe cedevano e dovevo impegnarmi per restare in piedi e camminare dritta.
Quanto mi sentivo stupida.
Raggiunsi il piccolo cerchio di amici senza rendermi conto che la sua presenza dietro mi sovrastava di molto. La cosa mi piaceva, mi dava un senso di protezione.
Mi riaccesi in modalità ON e mi rivolsi a quella sciagurata di Rose che stava ancora flirtando senza pudori con lo scemo di turno dagli occhi blu.
-         Ehi ciao, vedo che ti sei trovata degli amici! –
-         Ah eccoti Bella, dov’eri finita? Sono rimasta lì come una cretina a parlare alla tua giacca per cinque minuti prima di accorgermi che non c’eri più e la mia birra non si è vista e ora so il perché!-
Sempre come una vera signora Rose dava sfogo al suo repertorio da vittima immolata, anche se sapeva bene quanto la cosa mi desse fastidio.
-         Senti, cosa vuoi fare dopo? Avete in mente qualcosa? Che so…un altro locale, un po’ di musica? Ballare?-
-         Non lo so…- Si girò verso gli altri alzando la voce.
-         Ragaaa, che si fa dopo? Ce ne andiamo alla “Ragnatela”?-
Sapeva quanto odiassi quel posto. C’eravamo state una sola volta l’anno precedente e tra ubriachi e strano fumo, eravamo tornate a casa così puzzolenti che sembrava ci fossimo fatte una canna. Non ci volevo andare. Papà se ne sarebbe subito accorto e mi avrebbe uccisa. Tutti in coro dissero che era un’idea fantastica e questo mi impedì di aprire bocca per dire la mia.
Sbuffai innervosita voltandomi appena. Lui si abbassò quel tanto da sfiorarmi la guancia con il calore delle sue parole.
-         Ti ci porto io se vuoi…mmhh?- Un soffio leggero e improvvisamente La ragnatela mi parve un’idea fantastica.
-         Ohh…ok!- Sentivo la mia voce colare miele e bava insieme e mi feci schifo da sola.
-         Allora dai muoviamoci, così a mezzanotte siamo già sul posto per spararci il brindisi. - Occhi Blu aveva dato il via.
Il coro di voci confermò la proposta.
Tutti si alzarono infilandosi le giacche e i berretti.
Era fatta. Avrei avuto lui con me…con me…proprio me.
Mi avvicinai al tavolo per prendere la giacca e raccolsi tutto quel poco che avevo abbandonato lì sopra. Papà non aveva più chiamato e la cosa mi parve strana. Forse si stava divertendo anche lui. Glielo augurai.
-         Si va?- Edward mi raggiunse già bell’e pronto.
 Il grosso giubbotto in pelle nera e una sciarpa a rigoni colorati. Il berretto rosso era lungo e gli ricadeva di lato a modi Babbo Natale. Buffo e irresistibile.
-         Come ci andiamo? – Rose urlò per sovrastare le altre voci e subito due dei ragazzi della compagnia risposero di avere portato la macchina.
-         Andiamo con loro?- Mi ero rivolta ad Edward cercando di essere il più naturale possibile, immaginando però di sembrare una pivella ridicola.
-         Preferirei seguirli col mio “gatto” se per te va bene. –
-         Col tuo che?-
-         La mia moto da neve, il mio gatto personale. E’ più semplice girare per le strade piene di neve con quel coso. Però ho posto solo per due persone, per te va bene?-
Mi andava da Dio, non potevo sperare niente di meglio.
-         Certo. Non ci sono mai salita, dev’essere una figata. –
-         Beh, lo scoprirai tra poco. –
Mi sorrise tendendomi la mano…rimasi ferma un istante, persa nel mare verde dei suoi occhi che aspettavano solo mi tuffassi per perdermi, poi l’afferrai decisa e insieme uscimmo dal locale.
Appena fuori fummo accolti da una forte folata di vento gelido che sollevava la neve come polvere facendola roteare in aria in grandi vortici.
Le punte dei pini si piegavano alle carezze del vento, lasciando cadere a terra la neve che vi si era depositata. La temperatura si era leggermente alzata, il che faceva presagire che sarebbe presto nevicato.
Guardai Edward spalancando gli occhi con aria interrogativa.
-         Non preoccuparti. Se ci sbrighiamo riusciamo ad evitare la bufera. Le previsioni dicevano che il tempo sarebbe cambiato, ma non pensavo potesse succedere così in fretta. Dai vieni. –
Mi passò il braccio intorno alle spalle e a passo veloce mi condusse dietro al locale  dove venivano parcheggiati i mezzi del personale. Rimasi a bocca aperta quando vidi di che si trattava. Quella moto somigliava ad una slitta da quanto era grande e il colore rosso la faceva risaltare sulla neve candida. Mancavano solo i regali appesi dietro su un grande sacco e Babbo Natale a guidarla. Risi nascondendo la bocca coi guanti pelosi, ma lui se ne accorse lo stesso.
-         Beh che c’è? La trovi buffa?-
Si fingeva offeso e con le mani ai fianchi mi mise il broncio.
Adorabile.
Lo avrei mangiato.
Lunghi ciuffi di capelli uscivano dal berretto a coprirgli la fronte e qualcuno era sceso sopra agli occhi. Mi avvicinai senza pensare e mettendomi in punta di piedi glieli tolsi da davanti.
-         Ecco, così va meglio no? – Ero serena e stargli accanto cominciava a piacermi. Non mi ero mai sentita così bene. Mi veniva naturale.
Mi avvolse dolcemente tra le braccia sollevandomi da terra.
Sorrideva felice e gli occhi ridevano insieme a lui formando tutto intorno adorabili piccole rughette d’espressione.
Mi sciolsi, mentre mi riappoggiava dolcemente a terra.
-         Andiamo? – Annuii.
Salì agilmente sulla moto impugnando le manopole e con due movimenti esperti fu pronto per partire. Mi fece cenno di salire e allungando il braccio mi aiutò nell’impresa. Manco fossi una principessa che salta in groppa al destriero del suo principe salvatore. La sella era grande come una poltrona e quando mi sedetti mi accorsi che si stava scaldando.
-         Ma qui sotto sono caldaaa…wow bollente, che belloooo. -
 Lo vidi ridere di gusto e solo più tardi mi resi conto della cosa che avevo urlato, vergognandomene da morire. Di solito non facevo gaffe del genere, ma sembrava che questa serata mi ispirasse proprio.
Diede gas facendo una partenza sprintosa, tanto che mi dovetti aggrappare a lui circondandolo in vita.
-         Tieniti forte Bella, non vorrei perderti per strada. –
-         Non succederà, vai!- Accelerò e subito prese velocità.
Fece un bel pezzo di strada lungo il limitare del bosco, poi però lo strato di neve sulla strada divenne troppo sottile forse a causa del sale gettato dagli spartineve e dovemmo procedere lungo un percorso fuori pista immerso nel buio. Talvolta la Luna riappariva in cielo e la sua luce ci faceva da guida , ma il vento, carico di nuvole grigie, la coprì poi definitivamente lasciandoci al buio.
-         Edward, ma tu conosci la strada? Non mi sembra questa o almeno non la riconosco. –
-         Credo di sì, anche se ci sono stato solo una volta in quel posto e tre anni fa. E’ in alto vicino alla baita, no?-
-         Noo, quello è “Il Ciondolo”ed è una birreria,  non una discoteca.-
Si fermò lasciando il motore acceso.
-         Ero sicuro fosse quello, accidenti. -
I primi grossi fiocchi cominciarono a cadere dal cielo volteggiando sul fascio di luce del faro acceso puntato verso il bosco.
Il vento era aumentato e sferzava le cime degli alberi con più forza. Il fischio delle folate tra i rami sovrastava persino il rumore del motore acceso.
-         Non possiamo restare qui fuori troppo a lungo, il tempo sta peggiorando ed è meglio trovarsi al caldo quando nevicherà sul serio.-
-         Ok! Ma dove andiamo? Fa un freddo cane. – Cominciai a preoccuparmi, avevo i brividi.
-         Proviamo ad andare avanti, dovremmo incrociare la strada principale. –
Ripartì lento, mentre la visibilità diminuiva rapidamente.
Mi strinsi a lui chiudendo gli occhi per impedire alla neve di colpirli.
Il tempo sembrava scorrere lento e il gelo si infilava sotto ai vestiti con le sue dita pungenti.
     Bussai sulla sua spalla per farlo girare.
-         Non ce la faccio più, manca tanto? –
-         Ora ci fermiamo, fidati di me. –
-         Meno male, sto morendo. – L’unica parte che ancora sentivo era il fondoschiena, scaldato da quel congegno moderno.
La moto rallentò fino a fermarsi davanti ad un grande pino che nascondeva una graziosa piccola malga che già dai contorni sembrava una meraviglia. Non vi erano luci all’interno e la pensai disabitata.
Edward scese scivolando di lato e mi tese la mano per aiutare me a farlo.
Non sentivo più le dita di mani e piedi e anche se non capivo dove fossimo lo assecondai senza chiedere nulla. Il vento fischiava tra gli arbusti producendo suoni sinistri e la neve fitta che cadeva dal cielo lo seguiva rincorrendolo.
Non riuscii a dire nulla. Premevo le labbra serrandole per non permettere a quel putiferio di gelo e neve di penetrarvi.
Mi condusse verso la casetta e dopo aver armeggiato per qualche istante sulla serratura entrammo richiudendo la porta alle spalle.
-         Stai ferma qui un attimo che cerco di accendere una luce. –
-         Mio Dio, ma dove siamo? Sei sicuro che ci possiamo stare qui? E’ caldo qui dentro, ci sarà qualcuno no? e se stanno dormendo?- Sussurravo.
Non mi rispose nessuno, mentre ascoltavo i suoi passi sulle tavole di legno grezzo del pavimento. Via via che gli occhi si abituavano al buio riuscivo a distinguere i contorni della stanza, accorgendomi di quanto più grande apparisse rispetto a quel che sembrava da fuori. Il tepore mi riscaldò producendo quegli aghi dolorosi alle mani e ai piedi, i “diavoletti” li chiamavo io e mi tolsi i guanti per sfregarmi le dita e darmi sollievo. Stavo ancora con la schiena appoggiata alla porta quando Edward tornò da chissà dove con una grossa candela in mano. Lo vidi spostarsi lungo la stanza, accendendo altre candele sparse sopra i mobili e sul pavimento.
Lo guardai stupita, non riuscendo a capire se dovessi essere felice o spaventata. Edward era uno sconosciuto tutto sommato ed io ero lì sola con lui, di notte e al buio. Scacciai quel pensiero non appena mi fu davanti. Reggeva una candela che con la sua luce calda gli illuminava il viso producendo ombre lungo il suo profilo. Si era spogliato del giubbotto e mi offriva la mano libera sorridendo in modo timido e seducente.
Ebbi un momento di OFF lungo e sofferto.
-         Benvenuta nella mia casetta Isabella. - 
Aveva il volto arrossato dal freddo e i capelli tutti stropicciati dal berretto indossato poco prima ed un sorriso disarmante che mi tolse ogni dubbio.
Se c’era un posto dove volevo essere era proprio lì con lui.
La sua mano prese la mia e mi lasciai guidare verso il centro della stanza.
-         E’ bellissima…davvero. –
-         Ti aiuto a togliere la giacca…sei coperta di neve. – Mi sfilò con delicatezza il giubbotto ed io tolsi il berretto stringendolo tra le mani.
-         Dallo a me, lo metterò ad asciugare – mi disse – sei congelata. –
-         Sì, ho i diavoletti. –
-         Che cosa?- Sorrise divertito. Raccolse le mie mani che sembrarono sparire nelle sue, calde e morbide. Le avvicinò alla bocca e vi alitò sopra per scaldarle. Le appoggiò una per parte sulle sue guance che al contatto mi parvero bollenti facendo si che sentissi ancora più dolore.
Mi sfuggì un lamento.
-         Maledetti diavoletti, fanno un male della madonna. –
-         Oh scusa!- Le fece scivolare via dal viso poggiandole al petto.
-         Non è niente…-
Rimanemmo uno di fronte all’altra, le sue mani sopra le mie.
Desideravo sentire il sapore di quelle labbra schiuse che continuavano a sorridermi dolcemente, accarezzarle con le mie.
Avevo già baciato un ragazzo a scuola, ma il desiderio che provavo ora per Edward era diverso, più intenso. Un’attrazione tale da farmi tremare le gambe. Stringeva le mie mani mentre il petto seguiva il ritmo affrettato del suo respiro. Gli occhi sembrarono colorarsi di nero, intensi, brillavano puntati nei miei e mi ritrovai a deglutire a vuoto cercando di respirare, senza riuscire ad allontanarmi. Scivolò con la mano sul mio viso accarezzandomi, poi si ritrasse abbassando lo sguardo.
-         Accendo il caminetto.-
Sembrava costringersi a non guardarmi e la cosa un po’ mi ferì. Pensai di aver fatto qualcosa di sbagliato , ma non ebbi il coraggio di chiederglielo.
Rimasi ad osservarlo sedendomi sul grande divano rosso, raccogliendo le gambe e abbracciando le ginocchia. Mi accorsi degli scarponi e imprecai contro me stessa.
-         Oh scusami…ho sporcato il divano…io non volevo…oh mio dio scusami. –
In silenzio si mise in ginocchio davanti a me, appoggiando lì di lato la legna che stringeva nelle mani. Mi sollevò lentamente una gamba sfilando con delicatezza lo scarpone, fece lo stesso con l’altra, senza mai staccare gli occhi dai miei.
Quel che lessi in quelle iridi vellutate mi lasciò senza respiro…erano espressioni contrastanti, come se stesse combattendo con se stesso per trattenerle.
Raccolse i miei piedi tra le mani sfregandoli.
-         Sei congelata. Ora accendo il fuoco e vedrai che andrà meglio. –
A gambe incrociate rimasi a fissarlo nella penombra, mentre abile si muoveva intorno al camino e in meno di due minuti il fuoco scoppiettava liberando nell’aria un gradevole profumo di resine e di pino. Rimase per qualche istante a rimirarlo, come se quelle lingue di fuoco lo trattenessero, era bellissimo. Il calore sprigionato dalle fiamme si propagò velocemente elevando la temperatura della stanza e le mie mani si scaldarono dicendo addio ai diavoletti. Fece un sospiro e poi tutto allegro si rivolse dalla mia parte.
-         Allora, ti va una cioccolata rustica? –
-         Rustica? Interessante. – Ostentava un’allegria che i suoi occhi non provavano e me ne accorsi subito. Finsi di non accorgermene e lo assecondai.
-         Questa casa ha più di cento anni e mancano molte delle comodità che conosciamo, ma offre una vista magnifica che ora naturalmente non si vede e la cucina è stupenda, è la parte che preferisco.- Lo vidi ritornare serio, un mezzo sorriso che i muscoli del suo viso sembravano rifiutare.
-         Mia madre adorava questa casa e amava la vita semplice. Diceva che qui ritrovava i piaceri delle piccole cose che in Florida non le era concesso di provare. - Deglutì il groppo che gli si era visibilmente formato in gola. Seduto a gambe incrociate davanti al camino. Quel ragazzo era la cosa più bella e dolce che avessi mai visto in vita mia. Si era tolto il maglione ed era rimasto con la sua t-shirt nera. Le linee dolci del suo viso mi attraevano in modo incredibile, non capivo cosa fosse, sapevo soltanto che non riuscivo a staccare gli occhi da lui.
-         E’ la prima volta che vieni qui senza… di lei? – Mi sembrò una domanda crudele non appena la formulai e cercai di rimediare sentendomi un verme. – Perdonami, non volevo essere…non so cosa …- Balbettai a disagio.
-       Non preoccuparti, mi piace parlare di mia madre. L’ho sempre chiamata con il suo nome di battesimo sai? Fin da bambino. Era una specie di gioco che poi è durato nel tempo. Esme era una madre meravigliosa, ma anche un’amica per me. - Nel parlare di quella donna gli si illuminarono gli occhi e quel sorriso che prima si nascondeva nel dolore, era sbocciato nelle sue labbra calde regalandomi il piacere di starlo a guardare mentre dava il meglio di sé.
-         Lo posso solo immaginare, io non sono stata fortunata quanto te. La mia se n’è andata quando ero piccola per seguire i suoi sogni e non l’ho più rivista da allora. Non so nemmeno dove sia e con chi. –
-         Avevo capito che fossi qui con i tuoi genitori e non solo con tuo padre.
-         E invece siamo noi due soltanto, ma stiamo bene. Papà è una brava persona e insieme facciamo davvero di tutto. A lei non penso mai, è quasi come se non fosse mai esistita. – Pronunciare quelle parole mi fece male, forse non era vero, ma nel mio cuore preferivo pensare che lo fosse.
Si sistemò sul tappeto mettendosi seduto e appoggiando le braccia sopra le ginocchia. Le mani unite giocavano ad intrecciare le dita, come quando da bambini si fanno i giochini.
-   Esme aveva sempre sognato di venire a invecchiare qui con mio padre, una volta che io fossi andato a vivere per conto mio. Aveva già fatto un sacco di progetti su come sistemare la casa, il giardino qui davanti…che in estate immaginava come un’esplosione di fiori colorati. Ma soprattutto aveva a cuore il Natale e voleva tanto che tutto fosse perfetto, semplice…ma perfetto.–
Mi sorrise un po’ imbarazzato. Si era lasciato andare ed io scoprivo ogni istante di più quanto mi piacesse starlo a sentire. La sua voce era come un balsamo per l’anima, una carezza che arrivava dritta al cuore e quando rimaneva in silenzio mi accorgevo che mi mancava.
-      Aveva un desiderio che non era mai riuscita a realizzare per tempo e che si era ripromessa di mettere in opera quest’anno.  Io sono qui per questo. –
Di nuovo quel velo di dolore oscurò il bagliore di gioia di poco prima e io non potevo che rimanere spettatore di quel divenire inconsapevole.
Sospirò e fece una pausa. Sollevò gli occhi guardandomi intensamente. Cercava di dirmi qualcosa, ma non riusciva ad esprimerlo a parole. I suoi occhi erano un lago di solitudine e cercava conforto tuffandoli nei miei.
Non resistetti e mi avvicinai per accarezzarlo.
-      Sono sicura che tua madre ne sarà felice, qualsiasi cosa sia…lei lo saprà. – Mi misi in ginocchio dietro di lui e avvolgendogli le braccia intorno al collo lo strinsi dolcemente tuffando il viso sull’incavo del collo. Il conforto che provai mi fece bene al cuore. Tutto quel che facevo con lui mi pareva naturale, come se già lo avessimo vissuto insieme altre volte. Sollevai il viso stampandogli un sonoro bacio sulla guancia. Lui voltò la testa verso di me e sorrise apertamente, come se il sole fosse tornato a splendergli intorno.
-         Ho dimenticato la tua cioccolata, vieni con me. –
-         Dove? – Si sollevò da terra e allungò la mano per aiutare me ad alzarmi.
-         Nella mia stanza preferita. – Afferrò una candela.
Mano nella mano mi fece strada e fatti due scalini mi ritrovai nella grande cucina accogliente e intima. Il fuoco scoppiettava nella stufa a legna e sopra c’era una pentola d’acqua grandissima che bolliva lenta.
-         Non ti spaventare per il disordine, non sono il massimo come uomo di casa. – C’erano alcuni piatti nel lavandino di pietra e il tavolo mezzo apparecchiato. Accese le candele della stanza e si mise ad armeggiare sopra il fuoco.
-         Non lo vedo nemmeno, non ti preoccupare. Posso aiutarti? –
Cercai di avvicinarmi , ma non me lo permise.
-         Non se ne parla, siediti e aspetta, in due minuti sarà tutto pronto…spero.-  La stanza era calda e confortevole. Le pareti erano bianche come la neve e coperte di pentole di rame e vecchi attrezzi di legno per la cucina. Le travature sul soffitto erano molto spesse e nel centro pendevano alcuni addobbi dorati che roteavano sospinti dal calore che proveniva dalla stufa. Emettevano piccoli fasci di luce riflessa che giocavano sulle pareti formando disegni astratti. Sembravano stelle cadenti e mi ritrovai ad osservarle incantata.
-         Ecco la tua cioccolata…Cucciola. – Mise la tazze sopra al tavolo e scavalcò la panca alzando la gamba prima di sedervici sopra.
-         Cucciola? Mmm…è carino. – Rise afferrando la sua e tenendola tra le mani.
-         Esme mi chiamava così e a me piaceva tanto. Era un modo affettuoso di dirmi che ero il suo bambino. – Non aveva vergogna di raccontare le proprie  emozioni ed era strano osservare come gli venisse facile farlo.
-         Tua madre era una donna fortunata, aveva te. –
Lo dissi senza pensare, era il cuore che parlava.
-         Grazie, sei gentile. – Fece una pausa sorseggiando la sua cioccolata, rigirandosi poi la tazza tra le mani.
-         Io sono fortunato a poter stare qui con te, mi fai stare bene. Ne avevo davvero bisogno. Sono contento che tu sia venuta.– Era sincero…glielo si leggeva negli occhi splendidi che teneva sempre fissi nei miei. Me ne godevo ogni sfumatura create dalle ombre proiettate nella stanza dalle candele accese…e quello scintillio era ipnotico.
-         Ne sono felice davvero. Sto bene anch’io. – Gli risposi.
Il vecchio orologio a cucù avvertiva che mancavano cinque minuti alla mezzanotte e Edward si affrettò ad alzarsi e mi sfiorò la mano.
-         E’ ora, vieni con me. – Sorrideva complice, sapendo che non avevo la più pallida idea di cosa stesse dicendo.
Mi guidò davanti alla grande finestra che dava sul giardino, dove in quel momento scendeva una copiosa nevicata in grande stile. Il buio circondava la casa e l’atmosfera grigia copriva qualsiasi visuale. Tutto appariva immutabile, tranne il grande albero che, smosso dal vento, sembrava ballare contento sotto una doccia di ghiaccio, vestendosi via via di quei fiocchi candidi.
-         Ora rimani qui e non smettere di guardare lì fuori, ok? – Era eccitato mentre si infilava la giacca e il berretto, tralasciando il maglione che era rimasto a terra sul tappeto bianco.
-         Ma dove vai? Lì fuori si gela…- contagiata e curiosa volevo sapere cosa stesse tramando.
-         E’ una sorpresa…shhh…zitta e vedrai. – Mi strizzò l’occhio prima di uscire, gettandosi la sciarpa teatralmente al collo. Era da mangiare.
-         Tu sei pazzooo…- Gli urlai a tutto fiato mentre usciva e continuai a ridere anche quando scomparve dietro la casa.
Passarono un paio di minuti nei quali il silenzio veniva spezzato soltanto dal tranquillo crepitio della legna sul camino. Continuavo a guardare fuori, dimentica di tutto, di mio padre, di Rose e del fatto che fossi lì tutta sola con quel ragazzo stupendo. Mi si stringeva il cuore quando pensavo a lui e mi riempiva la testa, il petto, lo stomaco e lo sentivo vicino come se fosse sempre stato accanto a me, mentre in realtà lo conoscevo appena .e non capivo come questo potesse accadere.
Ricordai le parole che mia nonna mi diceva sempre.
”Non sarai tu a trovare l’amore, ma è l’amore che troverà te” e a quel pensiero sorrisi.
All’improvviso dove prima c’era il buio scoppio una luce che in principio mi colse impreparata e chiusi gli occhi. Riaprendoli però rimasi a bocca aperta. Il grande albero sembrava aver preso improvvisamente vita e brillava ondeggiando al vento quasi la cosa lo divertisse. Mille scintille bianche lo vestivano di luce lasciando piccole scie che pennellavano il buio.
-         Ohh Mio Dio…- Dissi al vuoto che avevo intorno portandomi le dita davanti alla bocca.
Tutto in realtà sembrò prendere vita nel giardino o forse era soltanto frutto della mia immaginazione. Il vento turbinava trascinando i soffici fiocchi di neve in vortici verso il cielo e poi di nuovo a terra come se non li volesse lasciar andare e quella luce li avvolgeva accompagnandoli.
Vidi Edward al limitare del giardino sorridere con le lacrime agli occhi, lo sguardo sollevato ad ammirare la sua opera, le braccia strette intorno al corpo. Muoveva le labbra come se fosse in preghiera, mentre la neve giocava intorno a lui ricoprendolo di un sottile strato candido.
Si girò verso di me incontrando il mio sguardo fisso su di lui e sorridendo  mi raggiunse. Aprii la porta per accoglierlo,  mentre lui sbatteva i piedi sotto al porticato di legno liberandosi della neve che lo aveva ricoperto.
Entrò e richiusi la porta alle sue spalle.
-         Tu sei pazzo davvero, ma quel pino è davvero spettacolare, lasciatelo dire. Non ho mai visto un albero di Natale più bello. –
Si tolse in fretta giacca e berretto.
-         Dici che si veda giù a valle? – Le lacrime ancora gli rigavano il viso, ma il sorriso era aperto e incontenibile. Si sfilò gli scarponi saltellando su un piede solo, di fretta, per non perdersi quello spettacolo che al di là del vetro sembrava impossibile potesse durare a lungo.
-         Credo che si veda in tutta la Val di Fassa, fino a Moena. Ma come hai fatto? E’ enorme, ci saranno migliaia di luci, e la corrente?-
-         Abbiamo un grosso generatore che mio padre ha fatto portare l’ultima volta che siamo stati qui. La mamma era stanca di girare sempre con le candele e diceva che un Natale senza luci non è Natale. Non avevamo fatto in tempo a metterlo in funzione lo scorso anno e quindi…Era questo che voleva Esme per il suo Natale perfetto e io sono venuto qui proprio per poter esaudire questo suo desiderio. -
Il sorriso stava scomparendo. Non permisi alla malinconia di rovinargli il momento.
-         Vieni, aiutami a spostare un po’ il divano. –
-         Che vuoi fare? – Mi guardava sorpreso, ma almeno l’avevo distratto.
-         Lo mettiamo un pochino più indietro così possiamo guardare fuori e scaldarci al fuoco nello stesso tempo. – Sollevò le sopracciglia in quel modo buffo che già adoravo e sorridendo sghembo mise mano alla sponda del divano. Lo sollevammo di poco e con breve sforzo fu in posizione.
-         Ecco fatto. Ora va bene. –
Mi ero messa le mani ai fianchi tutta fiera della mia idea. Lui mi osservava in silenzio. Incontrai quello sguardo profondo e mi sentii subito riscaldare. C’era calore e amore dentro ai suoi occhi, una passione che lo spingeva a compiere gesti sempre mettendoci il cuore. Amavo quello che vi leggevo e lasciai che entrassero dentro me.
-         Sei bellissima , lo sai? –
 Non riuscii a trattenere un largo sorriso impacciato, mentre ancora una volta lui senza vergogna metteva a nudo le sue emozioni. Feci altrettanto.
-         Anche tu sei bellissimo, ma penso tu questo già lo sappia. -
Scoppiammo a ridere come due sciocchi, dissolvendo così il momento di imbarazzo.
-         Sarai congelato, dai rimettiti questo. -
Raccolsi il maglione che aveva lasciato a terra porgendoglielo. Lui lo afferrò, ma lo mise da parte.
-         Prendo la coperta del Buon Ricordo, aspetta. –
Lo vidi scomparire nel corridoio e fare di corsa le scale che portavano al piano superiore. Pochi minuti e riapparve sulla soglia con un grande plaid rosso imbottito di pelliccia candida e cercava di aprirlo ancor prima di arrivare al divano.
-         Aspetta che ti aiuto. –
Pochi passi e lo raggiunsi afferrando un lembo che trascinava a terra. Subito il contatto con quella soffice pelliccia mi procurò piacere e non resistetti a portarlo al viso per godere della morbidezza.
-         Mmmhh che meraviglia. E’ una favola. –
Si lasciò cadere sul divano e vi spinse anche me, coprendoci poi entrambi con quella nuvola vaporosa. Subito il tepore si fece sentire, generato dal calore dei nostri corpi. Non avevo mai provato quanto fosse gradevole un manto di pelliccia.
Sollevò il braccio mettendolo intorno alle mie spalle ed io mi accoccolai sul suo petto come la più naturale cosa di questo mondo. Sollevai le gambe stendendole sul divano e sospirai serena. Non mi ero mai sentita così felice.
L’orologio alla parete suonò i rintocchi della mezzanotte, anche se in realtà le lancette segnavano mezzanotte e dieci.
Sollevammo entrambi lo sguardo verso quel gradevole suono e poi ci guardammo.
-         Buon Natale Isabella. – Gli occhi suoi brillavano di una luce intensa, ne rimasi prigioniera.
Mi allungai avvicinandomi e lo baciai sulla guancia. Subito il contatto mi fece fremere e un brivido intenso mi corse lungo tutto il corpo. Faticavo a respirare e privarmi di quel piacere mi provocava sofferenza. Di nuovo i nostri sguardi si sfiorarono e per un attimo il tempo si fermò. Vi lessi gratitudine, desiderio, rispetto e una dolcezza tale da sentirmi persa, completamente disarmata.
Lentamente avvicinò le sue labbra alle mie, rimanendo poi sospeso ad un soffio, indeciso, quasi volesse chiedermi il permesso di farlo.
- Buon Natale a te, Edward. – E lasciai mi accogliesse tra le braccia, mentre le nostre bocche si allacciavano in un lungo bacio appassionato.
Avevo perso il contatto con la realtà…lo spazio, il tempo. Seguivo il suo corpo come se da quello dipendesse anche l’esistenza del mio ed ogni gesto nasceva da solo, guidato da un istinto naturale che non  dipendeva più da me.
Accarezzai il suo petto sollevando poi la maglietta per toccargli la pelle. Sentivo il suo respiro aumentare e le sue mani circondarmi leggere come se il suo tocco fosse una lunga carezza. Sospinta da una forza incontrollabile esplorai il suo corpo con le mani, le labbra…tutta la mia pelle. Il profumo di lui mi faceva sentire a casa…come se l’avessi riconosciuto e potessi finalmente goderne.
Lui si stese accanto a me senza mai smettere di baciarmi. Sentivo le sue grandi mani stringermi a lui con urgenza, come se perdere il contatto lo facesse soffrire. Sfilai la sua maglietta, mentre i gemiti della passione accompagnavano i nostri gesti.
-         Oh Bella, sei meravigliosa…- Un sussurro roco, lasciato cadere sulle mie labbra come miele.
Ero così che mi faceva sentire…meravigliosa.
Le braccia di lui che mi premevano sul suo petto e il sapore dolce della sua bocca e della sua lingua che instancabile penetrava dentro la mia giocando a farmi perdere la testa. L’esigenza di avere di più divenne insostenibile e dentro me dovevo decidere se fare quel passo importante, unico in una intera vita che avrebbe oltrepassato un limite oltre il quale non si poteva retrocedere. Sentivo la sua eccitazione premere contro il mio ventre, ma non aveva chiesto di più, continuava incessante a coprirmi di carezze.
-         Edward…- Sospirai il suo nome sulle sue labbra e lui gemette.
Scese a baciarmi il collo, mentre i brividi percorrevano il mio corpo rincorrendosi. Baci profondi, graffiati coi denti, il mio corpo reagiva…urlando il bisogno di avere di più….e ancora…
Si stese sopra di me cercando di non pesarmi addosso e appoggiandosi ai gomiti raccolse il mio viso tra le mani…infilando le lunghe dita tra i capelli che sciolti giacevano scomposti sul cuscino e intorno al mio viso arrossato dall’eccitazione. Mi costrinse a guardarlo negli occhi e sorridendo scosse  la testa.
-         Non so cosa ti abbia portata nella mia vita Isabella, ma se tu non fossi qui ora non so cosa avrei fatto stasera. –
Mi sfiorò le labbra dolcemente con le dita, guardandole come si guarda un’opera d’arte, mi sentivo bellissima.
-         Sei il regalo di Natale più bello che abbia mai ricevuto. - Vi pose un bacio leggero.
Accoccolai il mio viso sulle sue grandi mani, cercando le sue carezze, chiudendo gli occhi per assaporarne il piacere e riaprendoli poi per nutrirmi dei suoi occhi pieni di desiderio.
-          Edward, non vorrei essere in nessun altro posto, voglio solo  te, qui e ora…-
Gemette non appena pronunciai quelle parole, le labbra aperte, il fiato caldo dei suoi sospiri ad eccitarmi. Lasciò che i nostri corpi aderissero uno all’altro stendendo il suo peso sopra il mio. Lo strinsi forte accogliendolo e godendo di poterlo sentire così vicino.
Fece per alzarmi il maglione, poi si fermò.
-         Posso? – in risposta lo aiutai a farlo e subito dopo sfilai la sua maglietta per sentire la sua pelle a contatto con la mia. Non avevo freni, volevo appagare quel bisogno di lui che mi stava soffocando. Dovevo sapere cosa si provava a lasciarsi andare al desiderio, ad unirsi con lui, l’unico che mi avesse mai fatto sentire a quel modo.
-         Oh Bella, sei stupenda. Oddio non posso…- continuava ad esplorare il mio corpo che si accendeva di nuove emozioni ad ogni tocco, le sue labbra sul mio seno accarezzavano lente, una dolce tortura. Mi muovevo inconsapevolmente sotto di lui e la cosa sembrò eccitarlo ancora di più. Premeva il bacino strofinandolo su di me e scoppiai dalla voglia di sentire cosa si provasse ad averlo dentro. Non avevo mai fatto l’amore, non ne avevo nemmeno mai provato così intenso il desiderio e questa smania impetuosa che mi aveva travolta mi stava guidando come fossi una cieca che cerca la sua meta. Volevo lui…lo volevo tanto.
Abbassai le mani cercando la fibbia della sua cintura, armeggiai per slacciarla e sciolsi il primo bottone. Lui si sollevò guardandomi.
-         Sei sicura? Ti desidero da morire Bella, ma non voglio che…-
-         SShhhh, non dire niente, ti prego. Vieni qui e fammi scoprire cosa si prova a fare l’amore. Soltanto ti prego, non farmi male.-
-         Come potrei farlo cucciola. Non ne sarei capace. Lo vuoi davvero? –
Lo fissai e in risposta feci scendere la mano fino a toccarlo. Lo accarezzai sopra la stoffa dei pantaloni e lui gemette ancora e ancora.
Strinse gli occhi , mordendosi le labbra.
-         Lo voglio anch’io…tu non sai quanto…- Ansimava eccitandomi.
Con cura mi fece scivolare lungo i fianchi i pantaloni e li tolse poggiandoli di lato. Rimasi nuda, senza pudori.
In piedi si tolse tutto e rimase gloriosamente nudo davanti a me, senza vergogna, libero da ogni stupido timore. Prese la coperta di pelliccia stendendola davanti al caminetto che ancora avvolto dalle fiamme scaldava sia l’aria che l’atmosfera. Mi prese entrambe le mani e mi condusse di fronte al fuoco.
Sentivo sotto ai piedi nudi il tappeto soffice.
Lasciai che mi guardasse, accarezzata dai suoi occhi mi sentivo donna e quella sensazione nuova mi faceva sentire potente.
Guardavo le curve del suo corpo come se le avessi sempre conosciute e mi confermavano ogni istante di più che quel che stavo facendo era la cosa giusta. Mi avvicinai, lui fece lo stesso e finalmente i nostri corpi si toccarono, pelle contro pelle, appagando ogni mia più fervida fantasia.
Era perfetto, era bellissimo.
Lasciai che mi guidasse e ci stendemmo sopra quel vello caldo rimanendo abbracciati.
Non aveva fretta, godeva di ogni dettaglio con la calma di chi sa amare davvero. Esplorò il mio corpo, baciandomi, aiutandomi a scoprire sensazioni che non potevo nemmeno immaginare. La sua lingua descriveva bene quel che fossero i miei desideri,  li seguiva quasi li ascoltasse direttamente nella mia mente e mi lasciai andare.
Volli fare lo stesso…e scesi sul suo corpo scoprendo con quanta naturalezza assecondassi le sue esigenze. Sentirlo godere e gemere mi rendeva felice, mi eccitava. Lo accolsi nella mia bocca scoprendo di amare ogni parte di lui, di volerlo come non mi credevo capace.
Adoravo il suo corpo e fremevo in attesa del momento in cui lo avrei sentito entrarmi dentro, riempirmi…diventare mio,  completarmi.
Eccitati e col respiro spezzato ci ritrovammo uno sull’altro col fiato corto.
Lui mi sorrise ancora una volta, mentre aprivo le gambe per accoglierlo e si lasciò scivolare dentro di me con delicatezza…facendo una leggera pressione quando incontrò quell’ultimo ostacolo naturale che mi impediva ancora di essere donna. Fu solo un istante, un sottile dolore che scomparve dalla memoria non appena fu completamente dentro di me.
Rimase fermo, in attesa di vedere la mia reazione.
Il sorriso immenso che gli regalai lo fece gioire e cominciò a muoversi dolcemente dentro di me portandomi in Paradiso. Non seppi più dov’ero, ne cosa fosse la mia vita prima di questo. Lo strinsi forte mentre mi baciava il collo e il viso senza darmi tregua. Incontenibile,  l’emozione mi fece venire le lacrime agli occhi che tenevo stretti per non distrarmi da quel che sentivo. Quando li riaprii rimasi sorpresa di scoprire che anche lui stava piangendo in silenzio e ci ritrovammo stretti uno all’altra, sorpresi di quanto il destino ci avesse riservato in quella magica notte di Natale. Quasi come un miracolo ci aveva fatti incontrare e ora ci aveva legati per sempre in quel tenero ricordo.
-         Ti voglio bene Edward.-
-         Ti voglio bene anch’io cucciola.-
Ridendo felici ci arrotolammo sulla coperta, chiacchierando, facendo ancora l’amore, raccontandoci le nostre vite e i nostri sogni, finché il fuoco pian piano si spense…

24 dicembre 2012

Mi svegliai di soprassalto, provando ancora quella sensazione di rimpianto per l’emozione che il sogno mi aveva regalato. Mi aveva portato indietro nel tempo e il sapore dolce del ricordo mi costrinse a sorridere.
Il Sole nel frattempo si era nascosto tra le nuvole e un soffio di aria pungente mi penetrò dal collo infilandosi sotto ai vestiti. Rabbrividii e guardai allarmata l’orologio…ero in ritardo.
Mi sollevai constatando di avere tutte le ossa rotte. Addormentarmi su quella pietra non era stata una grande idea. Misi lo zainetto in spalla e mi feci coraggio. Mi arrampicai lungo l’ultimo tratto che mi divideva dalla meta e quando raggiunsi la cima avevo il fiatone ed ero tutta sudata con le guance in fiamme.
Il piccolo maso era sempre lì, sempre uguale, nascosto dietro al grande albero che in quei trent’anni aveva visto più volte ripetersi quella stessa scena.
Edward era in piedi sotto al porticato, intento a posizionare le luci lungo il bordo della tettoia che dava sul giardino. Mi vide da lontano e riconobbi il suo sorriso anche se in realtà lo vedevo poco.
Lasciò cadere quel che aveva in mano e mi venne incontro con passo deciso.
Non smetteva di sorridermi ed io non potevo che fare altrettanto, contagiata come sempre dal suo immutato carisma.
Gli anni lo avevano reso ancora più sexy e i capelli ingrigiti dal tempo gli davano quel tocco di eleganza e classe che mi faceva impazzire. Le poche rughe che aveva in volto lo rendevano interessante e ogni anno mi chiedevo cosa avessi fatto nella vita per meritarmi un uomo così meraviglioso accanto.
-Ciao cucciola, ti sei addormentata anche stavolta?- Mi baciò, prima di prendere lui lo zainetto e metterlo sulle sue spalle.
- Ti prego non ricordarmelo, mi sembra di aver dormito sui chiodi. Eppure ci sono rimasta poco…credo.–
-Ahaha.. Non cambiare mai amore mio, cosa sarebbe il Natale senza di te, non lo voglio nemmeno pensare. –
- Che c’é? Mi prendi in giro?Non ti permettere sai?–
- Ma se aspetto tutto l’anno per poterlo fare. E’ una tradizione, lo sai. Come la tua folle mania di andare a valle a piedi per prendere il dolce di Natale. –
- Lo sai che i ragazzi lo adorano. –
- Certo , ma sono grandi abbastanza per andarci da soli…non credi?-
- Pensi che non sia più in grado di farlo da me? Che sia troppo vecchia?-
Mi ero messa in posizione di guerra, mani ai fianchi e sguardo da dura.
Lui mi venne vicino e mi passò il braccio intorno alla vita.
Si avvicinò all’orecchio e sussurrò appena, perchè sentissi solo io.
-         No cucciola, è che vorrei poter stare solo con te almeno un paio d’ore. Non ti andrebbe di giocare un po’?-
Esibì il suo sguardo assassino.
-         Sei un porco.-
-        Non dire quella parola che mi eccito.- Rideva mordicchiandomi l’orecchio.
-         Oh insomma smettila, se ci vedono i tuoi figli cosa penseranno?-
-         - Che la loro mamma è un gran pezzo di gnocca e che papà non resiste, la deve baciare. – Mi stampò un bacio e si allontanò soddisfatto. Lo inseguii arrancando sui piedi doloranti.
-         Edward Cullen tu sei l’uomo più maledettamente sexy ed impertinente che abbia mai conosciuto, ma senti…- Mi affiancai per parlargli più piano.
-         Te la ricordi la prima volta che siamo stati qui?-
-         Certo. Conservo ancora la coperta come prova della tua verginità. –
-         Ahahaha, quanto sei scemo. Davvero ce l’hai ancora? –
-         Certamente, cosa credi? Io sono un uomo all’antica. –
-         Ahh sii? Quindi quella sera ti sei comportato da gentiluomo?-
-         Senza ombra di dubbio. Tu me lo hai chiesto e io te l’ho dato...Tutto! Un vero gentiluomo, sì! –
-         Il tuo concetto di galanteria non lascia dubbi all’immaginazione.-
-         Direi di no, sai che sono limpido come il vetrocamera della nostra suite al Palace hotel di Miami.-
-         Sii? Quindi doppio e di spessore, e cos’altro? –
-         Resistente e duro come la roccia, vuoi provarmi ? –
-         Ma che hai oggi? Sei particolarmente eccitabile. MMhh,  mi piace. –
-         E non hai ancora visto niente…- Mi strizzò l’occhio e scomparve dentro casa per riporre lo zaino.
Al calar del sole i  nostri figli Esme e Charlie erano già in preparativi per uscire.  Ormai quasi ventenni erano soliti andare nei locali con gli amici e lasciare noi, poveri vecchi, soli in quella casetta sperduta.  Un po’ prima della mezzanotte ci salutarono scomparendo nella notte con la motoslitta nuova di zecca. Li guardammo allontanarsi appiccicati al vetro della finestra.
-         Quest’anno ci hanno abbandonati prima ancora di farci gli auguri …ormai li abbiamo persi. – La nostalgia dei Natali andati cominciava a farsi sentire, forse sull’onda di quel sogno che mi aveva riportato alla mia gioventù.
-      Forse hanno voglia di lasciarci soli, non credi? In fondo ce lo meritiamo. – Mi abbracciava avvolgendomi da dietro, mentre guardavo da quella stessa finestra di trent’anni prima.
-         Ti ricordi ancora di me quando ero appena una bambina?-
-         Quella bambina è ancora qui con me, non la vedi?- E mi segnò il riflesso di noi due sul vetro. Come davanti ad uno specchio sorrisi a quei ragazzi ormai   cresciuti, rimpiangendo un po’ l’innocenza e la dolcezza di quei giorni perduti per sempre.
Mi voltai per abbracciarlo e dolcemente lo baciai.
Nascondeva la mano dietro la schiena e curiosa lo costrinsi a mostrarmela. Stringeva un grosso pacco che mi porse come un tesoro sorridendo complice.
-         Ta taaa…Una cosa per te. –
-         Non si era detto niente regali? Non è giusto, io non ho preso niente. –
-         Nemmeno io, aprilo, è per tutti e due. –
Scartai il grosso pacco appoggiandolo al divano rosso ormai un po’ sgangherato e urlai di meraviglia trovandomi tra le mani  la grossa coperta di pelliccia di tanti anni prima. Mi vennero le lacrime e non seppi trattenermi.
-         Allora era vero, l’avevi conservata. Oddio Edward, che meraviglia. -La portai al viso coccolandomi e annusandola, cercando di sentire se imprigionato vi fosse ancora il profumo di noi due giovani amanti.
-         Non c’è nulla di te che non conservi come un  tesoro amore mio. –
Abbracciò me e la coperta insieme.
 - E non lo farò mai. Ti amo cucciola. -
- Oh Pazzo eri e pazzo sei rimasto, ma ti amo così tanto anch’io Edward Cullen…che non so cosa farei senza di te. - Piansi di felicità baciandolo, mentre fuori in giardino allo scoccare della mezzanotte il grande albero si accese ricreando il calore e la magia di sempre.
- Buon Natale amore mio. –
- Lo sarà cucciola…lo sarà! –
Prese la coperta dalle mie braccia e come un matador la lanciò in aria per aprirla e stenderla davanti al camino.
…..Fu uno dei Natali più belli della mia vita……<3