Un Natale speciale
di
Perry Potter
*** Capitolo 1 ***
Con un sospiro stanco, ma soddisfatto, Edward percorreva il corridoio
diretto alla sua piccola camera. Ancora pochi sforzi e avrebbe raggiunto la
somma necessaria per pagare il biglietto per il concerto, i biglietti dell’autobus,
una camera in un B&B e comprendere nella spesa anche un bel regalo per
Alice. Il suo sogno stava per realizzarsi e lui non stava più nella pelle.
Finalmente avrebbe visto il suo idolo in carne e ossa. Sapeva che non avrebbe
avuto la possibilità di incontrarla personalmente, ma il solo fatto di
vederla e sentirla cantare gli sarebbe bastato per il resto della vita. Silenzioso,
come aveva imparato ad essere per non disturbare i piccoli al suo rientro,
Edward avanzò per lo stretto passaggio che portava alle grandi camere che
ospitavano i ragazzi. Sentendo delle voci sommesse rallentò il passo, non gli
piaceva origliare, ma, inevitabilmente, sentendo la voce preoccupata e quasi
addolorata di suor Maria, si acquattò nell’oscurità per capire cosa stesse
succedendo.
«Deve esserci una soluzione!» «Abbiamo già valutato tutte le opzioni, purtroppo, non abbiamo altra scelta: il prossimo Natale i bambini non potranno ricevere regali.» «È impossibile. Potremmo spiegare la situazione ai più grandi, ma i piccoli non capiranno. Loro si aspettano che Babbo Natale porti loro dei doni. Gli si spezzerà il cuore.» «Lo so, ma non vedo via d’uscita.» «Potremmo chiedere alla diocesi un sostegno economico.» «Questo è impossibile. Sai cosa succederebbe se ci rivolgessimo a loro ancora una volta: stabilirebbero una volta per tutte che l’istituto non è in grado di sostentarsi da solo, ci farebbero chiudere e ci toglierebbero i bambini. Sai bene quanto vorrebbero che tutta la struttura fosse trasferita a Seattle; non possiamo permetterlo, gli abbiamo promesso che avremmo trovato loro una famiglia o che ci saremmo prese cura di loro. Si sentirebbero abbandonati e soffrirebbero ancora di più.» «Allora potremmo chiedere a Padre Anthony di coinvolgere la comunità durante il sermone di domani o domenica prossima. Sono sicura che ci aiuterebbero volentieri.» «La comunità sta già facendo tanto per noi, non possiamo chiedere altro a quelle brave persone.» «Ma Madre…» «Basta così, suor Maria, aspetteremo ancora qualche giorno, poi diremo ai bambini che questo Natale non ci saranno regali per nessuno. Mi si stringe il cuore, non vorrei vedere le loro facce deluse, ma forse è meglio che capiscano subito che non potranno aspettarsi troppo dalla vita piuttosto che illuderli su un futuro roseo.» Edward, pietrificato oltre la soglia, udì la voce della suora spegnersi tremolante formulando l’ultima frase, un singhiozzo sommesso provenire da suor Maria e subito dopo un sospiro rassegnato della Madre Superiora. Aveva sempre visto quella donna come una roccia, inarrestabile, inaffondabile, sempre pronta a trovare una soluzione a qualsiasi problema, sempre in grado di dire la parola giusta al momento giusto, sempre capace di far tornare il sorriso sulle labbra dei bambini che passavano dall’istituto. In quel momento, invece, sentirla abbattuta e priva di speranza era un colpo difficile da assorbire. Senza pensarci troppo, Edward palesò la sua presenza alle due monache. «Madre…» «Edward! Cosa fai qui? Credevamo foste ormai tutti a letto.» «Dovevo finire di preparare il giardino degli Stanley per la festa di domani e ho fatto più tardi del previsto.» Tralasciò di sottolineare che aveva finito il lavoro quasi due ore prima, ma che si era trattenuto tra le accoglienti braccia - e non solo quelle - di Jessica, la giovane e viziata figlia dei proprietari. Non che volesse mentire, ma non gli sembrava saggio erudire le anziane donne sulla sua vita sessuale. «D’accordo, non importa. Adesso, però, vai a letto; se non ricordo male anche domani avrai molto da fare dopo la funzione del mattino.» «Madre… ho sentito quello di cui parlavate.» «Edward, è molto scortese ascoltare discussioni private.» «Non era mia intenzione origliare, ma non mi pento di averlo fatto. Perché non mi avete detto niente sulla situazione in cui versa l’istituto?» «Anche tu sei un ospite dell’orfanotrofio, Edward, non siamo tenute a metterti a parte di tutto quello che succede.» Pur ferito dal tono e dalle parole, Edward non si tirò indietro sapendo che quello che aveva detto la Madre Superiora aveva il solo scopo di farlo allontanare proteggendolo da una situazione spinosa. «Non sono un semplice ospite, Madre, tra pochi giorni compirò diciotto anni. Sono un uomo ormai, non potete trattarmi come uno dei piccoli. Sono in grado di partecipare al sostentamento della famiglia.» Un nuovo singhiozzo scappo dalla gola di suor Maria che si portò una mano davanti alla bocca per trattenere i successivi senza tuttavia riuscire ad arginare le lacrime che avevano scatenato le parole del giovane. Avevano sempre saputo che era un ragazzo speciale. Aveva perduto tanto eppure non si era mai perso d’animo, si era rimboccato le maniche e si era dato da fare in ogni modo possibile prendendosi cura della sorellina e dei bambini più piccoli che continuavano ad arrivare. «Edward…» «No, ho io la soluzione. I soldi per i regali ci sono. Voi non direte niente ai bambini e loro passeranno il Natale che meritano.» Entrambe le monache capirono immediatamente le intenzioni del ragazzo. La Madre Superiore deglutì con forza per trattenere l’emozione mentre suor Maria non riuscì a fermare ulteriormente le lacrime che scesero silenziose sul suo viso. «Non ti permetteremo di farlo, Edward. Hai faticato tanto per andare a quel concerto, non è giusto che ti sacrifichi in questo modo.» La voce incrinata della Superiora non fece che aumentare la determinazione del ragazzo. «Con tutto il rispetto, Madre: non vi sto chiedendo il permesso. La felicità dei piccoli è molto più importante di uno stupido concerto.» «Edward, non…» «Buona notte, Madre. Suor Maria.» Il giovane si voltò uscendo dalla stanza silenziosamente. Si diresse verso la sua camera chiudendosi dentro. Era l’ospite più grande dell’istituto, il fratello maggiore per la maggior parte dei bambini presenti, la figura maschile più vicina a un padre che tanti di loro avessero mai conosciuto, eppure era solo un ragazzo, un giovane uomo che era dovuto diventare adulto troppo in fretta. Le monache gli avevano ricavato un piccolo spazio tutto suo da un vecchio ripostiglio. Avevano voluto regalargli un po’ di privacy per poter studiare in tranquillità e avere qualche momento lontano dalla bolgia infantile. Edward aveva apprezzato tanto quel gesto così caritatevole. Avrebbero potuto fingere di non capire le sue necessità e non caricarsi di un ulteriore onere, invece avevano chiesto l’aiuto di alcuni uomini della cittadina e, insieme allo stesso Edward, avevano allestito il suo piccolo rifugio. Doveva tanto a quelle donne e non si sarebbe tirato indietro nel momento del bisogno. Prese la sua scatola dei tesori - come la chiamava la sua sorellina - e l’aprì. Estrasse la piccola agendina dove segnava le cose più importanti aprendola alla pagina del 18 dicembre; quel giorno avrebbe compiuto diciotto anni, due giorni dopo ci sarebbe stato il tanto atteso concerto. Come regalo le monaca gli avrebbero permesso di allontanarsi da solo dall’orfanotrofio. Ricordò l’emozione che aveva provato quando glielo comunicarono; a stento aveva trattenuto l’mozione. Avrebbe viaggiato da solo e sarebbe stato fuori la notte per tornare a Forks solo il giorno dopo. Certo, avrebbe dovuto trovare i soldi e organizzare tutto nel dettaglio, presentare il programma alle monache e farsi sentire più volte durante il viaggio, ma ne sarebbe valsa la pena. Edward sospirò. Ormai non aveva più importanza, il suo sogno non si sarebbe realizzato. Non avrebbe anteposto la sua felicità a quella dei bambini. Non per un capriccio. Guardò la pagina scarabocchiata: · Biglietto del concerto 83.00 $ · Biglietti autobus Forks – Seattle 43.00 $ a tratta · Pernottamento al B&B 115.00 $ · Varie 35.00 $ Totale per realizzare il mio sogno 319.00 $ Era la prima volta che gli Stalight suonavano a Seattle e, conoscendo la sua grande passione per quel gruppo, le monache gli avevano accordato il permesso di fare questa esperienza indimenticabile. Estrasse dalla scatola anche una fotografia. Guardò quel viso delicato restando affascinato come succedeva ogni volta che si perdeva in quegli occhi profondi. Isabella Swan: ventidue anni, occhi scuri, pelle chiara, labbra di ciliegia, sorriso malizioso, un corpo da urlo, ma soprattutto una voce angelica in grado di incantare e affascinare persone di ogni età. Edward ascoltava continuamente le loro canzoni, mentre andava a scuola, quando tornava a piedi fino all’istituto, quando faceva tutti quei lavoretti che gli permettevano di mettere da parte qualche dollaro. Naturalmente non poteva permettersi di comprare gli album, ma Tyler, un suo compagno di classe, aveva organizzato un regalo di gruppo con gli altri e, al compimento del suo diciassettesimo compleanno, Edward era diventato l’orgoglioso possessore di un lettore MP3 sul quale il compagno riversava regolarmente tutte le nuove tracce che venivano pubblicata dalla giovane band e che arrivavano puntualmente in vetta alle classifiche. Magari non era il massimo dell’onestà - Edward avrebbe voluto comprare i CD e dare il suo contributo al suo gruppo preferito -, ma non poteva. Solitamente i soldi che guadagnava li metteva a disposizione delle monache tenendo qualcosa per se. Non si vergognava di accettare queste gentilezze da parte dei suoi amici, era consapevole di non restare mai indietro con loro, che fosse per le ripetizioni che dava senza compenso o per le regolazioni e riparazioni ai vari scooter e macchine. Suo padre lo aveva fatto appassionare ai motori quando era ancora molto piccolo, lo faceva trafficare con lui quando sistemava la loro vecchia auto e col tempo aveva capito di esserci portato. Inizialmente, poco dopo essersi trasferiti all’orfanotrofio, aveva passato parecchio tempo nell’officina del padre del suo amico Eric che lo teneva volentieri con se per fargli passare qualche ora lontano dal dolore della perdita subita. Ogni abitante di Forks conosceva la storia dei due piccoli Cullen, tutti stimavano profondamente lo sceriffo e quando lui e la moglie erano periti lasciando soli i due figli, tutti fecero la propria parte per farli sentire ancora parte della comunità pur non potendo permettersi di adottarli. La femminuccia era molto piccola, ma Edward venne subito coinvolto in mille piccole faccende che gli riempivano la giornata una volta terminata la scuola, cosa che, col passare del tempo, divenne la sua fonte di guadagno e autonomia. Poteva trattarsi di rasare un prato, ridipingere una staccionata, sgomberare solai o garage e tutta una serie di piccoli lavori che, chi per una ragione chi per l’altra, i suoi concittadini non amavano fare. Durante gli anni, tanti aspiranti genitori avevano manifestato il proprio interesse per i due fratelli, ma mai nessuno aveva dichiarato di volerli entrambi. La bambina era di una bellezza quasi irreale, era piccola come una bambola coi capelli neri e due occhi azzurri come l’oceano che aveva ereditato dal nonno materno e che contrastavano in modo incredibilmente affascinante col resto. Era molto educata e mai lamentosa eppure ogni volta che una coppia di aspiranti genitori dimostrava interesse per lei, si trasformava in una piccola iena facendoli inorridire finché non rivolgevano la loro attenzione a un altro bambino. Anche per Edward l’interesse era molto alto; pur essendo già grande, la sua educazione, la compostezza e la spiccata intelligenza che traspariva dagli occhi verdi, riusciva ad affascinare anche coloro che partivano con l’idea di volere un bambino piccolo. Ogni volta che gli offrivano la possibilità di lasciare l’istituto lui, semplicemente, ringraziava, sorrideva e declinava la gentile offerta. Finché anche le monache smisero di riunirli assieme al resto dei bambini quando arrivava una nuova coppia di aspiranti genitori. In un modo o nell’altro sarebbero riusciti a restare uniti, niente e nessuno avrebbe separato quello che restava della loro famiglia. Edward passava ogni momento libero a suonare una vecchia tastiera, dono di qualche benefattore del luogo, e la domenica suonava durante la processione. In tanti pensavano che avesse talento, ma di sicuro non avrebbe potuto frequentare una scuola di musica prestigiosa; ci sarebbero voluti troppi soldi, soldi che lui non aveva. Sarebbe stato già tanto se fosse riuscito ad avere una borsa di studio per frequentare l’università statale, sempre tenendo presente che nel frattempo avrebbe dovuto trovarsi un vero lavoro. Non avrebbe potuto continuare a pesare sul già ristretto budget dell’orfanotrofio. Le monache gli avevano assicurato che l’avrebbero ospitato finché avesse voluto e lui avrebbe fatto qualsiasi cosa per poter stare insieme ad Alice. La sua sorellina non avrebbe sopportato la separazione e lui nemmeno. Erano tutto ciò che restava l’uno all’altra. Prese il fascio di banconote di piccolo taglio, aggiunse i 12.00 $ guadagnati in quella faticosa serata e cominciò a contarli: 327.00$ in totale. Gli affiorò alle labbra un sorriso mesto. Aveva superato la cifra che gli sarebbe occorsa. Ironia della sorte! Se soltanto avesse avuto più tempo; avrebbe triplicato i suoi sforzi, magari avrebbe chiesto in prestito la cifra residua - nessuno ne avrebbe mai messo in dubbio la restituzione -, ma, ormai, mancava davvero troppo poco. Con un ultimo, mesto sospiro ripose tutto nella scatola richiudendo all’interno anche il suo sogno sfumato. La mattina seguente avrebbe consegnato i soldi alle monache, loro sarebbero riuscite a farli bastare per comprare i regali a tutti i bambini; erano abituati ad accontentarsi di poco, sarebbero stati felici di ricevere qualunque cosa. Nel frattempo, lui, avrebbe continuato a fare i lavoretti che si era prefissato fino a Natale. Con un po’ di fortuna sarebbe riuscito a comprare quel vestito tanto carino che aveva colpito Alice la settimana precedente nel negozio dei Newton. Come spesso accadeva, Edward si addormentò con le cuffiette nelle orecchie e un viso dolce e gentile nella mente. La mattina dopo un piccolo ciclone dai capelli neri entrò nella sua cameretta senza prendersi la briga di bussare. «Alice, ormai dovresti aver imparato che si bussa davanti ad una porta chiusa.» La ragazzina si portò entrambe le braccia dietro la schiena ondeggiando una gamba in una finta espressione di pentimento. «Scusa, Edward, è l’emozione, ti prometto che la prossima volta busserò.» «Finiscila, sai che con me non attacca; lo dici ogni volta e puntualmente non lo fai. Uno di questi giorni potresti trovarmi nudo.» La sorella fece un gesto incurante della mano come a voler liquidare il discorso. «Sta tranquillo, fratellino, non ti chiederò di spiegarmi come nascono i bambini. Ho istruttori molto più affidabili di te.» Mancò poco che il giovane si strozzasse con la sua stessa saliva a quelle parole. «Che vuoi dire? Non varrai dire che… non avrai mica…» «Respira, Edward e rilassati. Non ho fatto niente di quello che stai pensando. Diciamo che il liceo è molto più istruttivo di quanto pensassi.» Edward riprese a respirare quasi normalmente prima di puntare uno sguardo semi assassino sulla ragazza. «Sarà meglio che faccia due chiacchiere con le tue compagne di classe.» «Io non lo farei se fossi in te, sempre che tu non voglia essere rapito e tenuto segregato per i prossimi mesi al fine di soddisfare i capricci di alcune tra le adolescenti più scatenate che ci siano in circolazione.» Edward emise un gemito schifato. «Credo di essere in grado di tenere a bada qualche bambina.» L’espressione furente della sorella lo convinse di non aver utilizzato le parole più adatte. «Certo, noi non possiamo certo competere con le tue amichette. A proposito ti sei divertito ieri sera con la cara Jessica?» «Tu che ne sai… lascia perdere, preferisco non saperlo. Dimmi, piuttosto, perché tutto quell’entusiasmo prima?» «Ero curiosa di sapere a che punto sei con la raccolta dei fondi per il concerto… e per il mio vestito nuovo, ovviamente.» La risata dolce e aggraziata della ragazza lo riportò velocemente allo sconforto della sera prima. Anche se poteva sembrare sciocca e viziata, Alice era la ragazza più umile, dolce e altruista che ci fosse al mondo e amava profondamente il fratello. Deluderla non era un opzione accettabile per Edward. «Tutto a posto… almeno per la seconda parte del progetto.» L’entusiasmo della ragazza scemò velocemente, il suo viso si fece di colpo serio, la porta della stanza venne chiusa in una frazione di secondo. «Avanti, raccontami tutto.» «Non c’è niente da raccontare. Ho deciso di spendere i soldi in modi più concreti. Un concerto non vale certo tutta la fatica che ho fatto per racimolarli.» «Ma che cavolo dici?» «Il linguaggio, signorina.» «Alle ortiche il linguaggio. È da un anno che non parli praticamente d’altro e cammini a un metro da terra al solo pensiero, senza contare che hai fatto qualsiasi lavoro ti sia capitato per poter avere quei soldi e per ben due volte hai dovuto ricominciare perché li hai dati alle suore. Adesso vorresti farmi credere che ci hai semplicemente ripensato? Comincia a parlare, Edward, o non ti faccio uscire da qui e sai che ne sono capace.» Esasperato dall’insistenza della sorella, Edward pensò di cacciarla di malo modo dalla sua camera, ma, conoscendo chi si trovava di fronte, rinunciò e decise di confidarsi con lei. «D’accordo, ma se ti lasci scappare anche solo una parola con qualcuno, ti riduco i capelli come ho fatto con la tua bambola quando avevi cinque anni. Intesi?» La sorella ricambiò lo sguardo con cipiglio deciso. «A parte il fatto che i capelli rasati adesso vanno di moda, credi davvero che andrei a spifferare ai quattro venti quello che mi dirai? Mi credi davvero tanto inaffidabile?» «Io non… non intendevo… scusami…» «Lascia perdere, racconta.» Alice sapeva quanto suo fratello l’amasse ed era sinceramente dispiaciuta d’averlo messo in difficoltà, ma doveva rendersi conto che non era più la bimbetta che gli stava tra i piedi quando erano piccoli; avrebbe compiuto quattordici anni di lì a due mesi. Quando suo fratello con un ennesimo sospirò cominciò a raccontarle le ragioni della sua rinuncia, per un attimo trattenne il fiato per il dispiacere, ma subito dopo un enorme orgoglio riempì il suo cuore. Suo fratello aveva dimostrato ben più di una volta di avere un animo immenso e una bontà infinita eppure ogni volta restava sempre impressionata dai suoi gesti. «Edward, sei sicuro? Ci tenevi tanto a fare questa esperienza.» Il ragazzo mosse le spalle, ma non riuscì a nascondere la sua tristezza. Per quanto ormai la decisione fosse presa e irreversibile, non poteva fare a meno di dispiacersene. Difficilmente avrebbe avuto un’altra occasione simile. «È vero, ci tenevo, ma ormai non è più il caso di parlarne.» «Ma…» «Non capisci? Come potrei andare al concerto e spendere tutti quei soldi sapendo che i piccoli non troveranno nemmeno un pacchetto sotto l’albero. Non potrei mai farlo; non riuscirei a godermi il momento comunque. E poi, se penso alle loro faccette felici, non riesco a sentirlo un sacrificio.» Finalmente sul viso del giovane apparve un vero sorriso. La prospettiva di rendere felici i bambini, per lui, era davvero una degna contropartita alla sua rinuncia. «Adesso fila via perché devo cambiarmi e, anche se la tua cultura è ormai formata, non voglio darti un esempio pratico.» Alice volo tra le sue braccia appoggiando la guancia sul suo petto. «Tu sei il mio eroe, non dimenticarlo mai.» Commosso, Edward le lasciò un piccolo bacio sulla testa e la mandò fuori prima di farsi prendere dalla malinconia. Quella era la frase che sua madre ripeteva ogni giorno a suo padre. Ogni mattina, prima che uscisse per andare al lavoro, lo accompagnava alla porta, gli dava un piccolo bacio sulle labbra e gli ripeteva: “Tu sei il mio eroe, non dimenticarlo mai” e lui, ogni mattina, ribatteva: “Tornerò sempre da te, non dimenticarlo mai”. Era così che li ricordava. Non aveva mai assistito ad una lite, mai battibecchi inutili, mai lacrime sprecate; solo un immenso amore che entrambi riversavano puntualmente sui loro figli. Edward non dubitava che anche loro avessero le loro sfuriate, ma mai una volta avevano fatto entrare le loro tensioni all’interno della serenità familiare. La madre viveva il lavoro del padre sempre con un pizzico di timore, dopo tutto Forks era una piccola cittadina e il crimine non era la principale attività degli abitanti di quel piccolo centro; nonostante questo, però, la possibilità che succedesse qualcosa di brutto era sempre in agguato. Ironico che dopo più di vent’anni di onorato servizio, lo sceriffo Cullen finisse per perdere la vita insieme a sua moglie in un banale, quanto letale, incidente stradale mentre rientravano a casa dopo una dello loro “serate da fidanzatini”. I coniugi Cullen erano infatti soliti prendersi una serata tutta per loro ogni ultimo venerdì del mese lasciando i figli alle cure di una persona di loro fiducia; andavano al cinema e dopo a cena fuori. Quella sera stavano tornando da Port Angeles quando una macchina, guidata da un ragazzo appena ventenne, invase la loro corsia prendendoli in pieno. Quando lo ritennero abbastanza grande da capire, i colleghi di Carlisle raccontarono a Edward che i due non avevano avuto il tempo di soffrire, erano morti sul colpo e poi aggiunsero che i soccorritori trovarono il corpo di Esme proteso verso quello del marito, il braccio di Carlisle sulle gambe della moglie e un livido sul braccio della donna come se lui avesse provato fino all’ultimo a proteggerla dall’inevitabile urto. Per Edward era sempre troppo doloroso pensarci. Si vestì e uscì dall’istituto per recarsi alla funzione domenicale. Salutò i suoi numerosi amici prima di recarsi da padre Anthony, discutere con lui sui brani scelti e sedersi all’organo dove avrebbe accompagnato i suoi concittadini nei canti liturgici. Dal suo posto, Alice guardava il fratello suonare con gli occhi chiusi. Si chiese a cosa stesse pensando anche se era sicura che non ci volesse poi molto per capirlo; poteva fingere quanto voleva che non gli importasse, ma lei sapeva quanto tenesse a quel concerto. Non poter fare niente per lui era una cosa che la faceva sentire impotente se non inutile. Era un ragazzo talmente generoso, avrebbe meritato la sua avventura, aveva tutto il diritto di fare quella esperienza. D’un tratto un’idea tanto assurda quanto improbabile le attraversò la mente. Sicuramente non avrebbe avuto successo, ma niente le avrebbe impedito di provarci; forse sarebbe riuscita a regalare a suo fratello un brandello di felicità. |
*** Capitolo 2 ***
Isabella se ne stava appollaiata sulla sua poltrona preferita, le gambe
piegate in modo scomposto, il libro di diritto civile in bilico sopra le
ginocchia e un sacchetto di patatine aperto alla sua sinistra da dove pescava
senza distogliere l’attenzione dal testo. Cantare era la sua passione, amava
la sensazione che provava ogni volta che saliva sul palco, il calore del
pubblico, l’adrenalina, la felicità di condividere tutto questo con le
persone che amava, ma sapeva che non avrebbe fatto quello per il resto della
vita. Sarebbe arrivato un momento in cui avrebbe voluto fare qualcosa che la
gratificasse a livello umano. Era convinta di poter donare tanto, sentiva
dentro il bisogno di trasmettere qualcosa di sé. I suoi genitori le avevano
insegnato che essere fortunati nella vita dava ad ognuno la responsabilità di
rendere felici quante più persone possibile in base alle proprie possibilità
che queste fossero finanziarie o emotive.
Charlie e Renèe Swan erano persone incredibili: genitori molto più che amorevoli, cresciuti nell’agiatezza avevano faticato tanto per accumulare ancora più ricchezze da poter impiegare in opere di bene, a cominciare dalla loro stessa famiglia. Dopo la nascita di Isabella avevano tentato di avere altri figli, ma quando questi non arrivarono non si disperarono nemmeno per un secondo decidendo senza indugio che avrebbero tentato di migliorare la vita di qualche bambino bisognoso; quanti più possibile. Il primo a fare il suo ingresso in famiglia era stato Emmett; all’epoca Bella aveva solo sei anni mentre lui era un ragazzino di tredici che aveva visto e vissuto già tutto il dolore che si potesse immaginare. Figlio di alcolisti drogati, passava tutto il giorno sulla strada per non essere massacrato di botte dal padre o non dover essere costretto a vedere la propria madre passare da un uomo all’altro nella speranza di racimolare abbastanza per comprare la droga ad entrambi anche se poi le prendeva dai ragazzi più grandi. Aveva imparato presto a menare le mani e scaricare in quel modo la rabbia che sentiva dentro. Quando i servizi sociali lo portarono via da quella casa si sentì perso come mai, non aveva idea di cosa lo aspettasse, né dove sarebbe finito. Dal momento in cui entrò nella sua nuova vita aspettò a lungo che lo trattassero come il relitto che era; non immaginava che i suoi “nuovi genitori” l’avrebbero accolto con amore nella loro casa, non credeva di poter trovare sollievo e serenità nel guardare una bambina piccola dormire sul suo grande letto. Passava molte ore seduto sul pavimento della camera di Bella a vegliare su di lei finché, stremato, si addormentava sul pavimento e quando la psicologa a cui gli Swan lo avevano affidato gli chiese perché lo facesse, lui rispose semplicemente che doveva farlo, sentiva la necessità irreprimibile di proteggerla e assicurarsi che niente e nessuno potesse farle del male. Fortunatamente non impiegò troppo tempo ad ambientarsi e abituarsi alla sua nuova vita soprattutto dopo che, molto prima che chiunque potesse anche solo immaginare quale futuro potessero avere, gli vennero messe tra le mani un paio di bacchette per suonare una batteria che gli fecero trovare nel seminterrato di casa loro. Quello fu il modo più piacevole che tutti loro trovarono per veicolare la sua rabbia e scaricare la tensione che ancora lo accompagnava. In poco tempo suonare divenne la sua passione; i ruoli si invertirono e Bella passava ogni momento libero a sentire il suo fratellone battere furiosamente su quei tamburi enormi. Spesso accompagnava la sua musica con le parole, prima timidamente, poi con sempre più convinzione fino a formare un duetto perfettamente calibrato. Con gli Swan, Emmett trovò la serenità che non aveva mai conosciuto anche se volle tenere il suo vecchio cognome per ricordare sempre quanto fosse stato vicino a perdersi e quanto invece aveva avuto per una pura casualità. Sarebbe potuto capitare in un’altra famiglia affidataria, magari una di quelle che prendono i ragazzi solo per avere il sussidio statale, che l’avrebbe rimandato indietro alla prima difficoltà. Gli Swan avevano subito mostrato la volontà di tenerlo con loro per sempre e, anche se all’inizio ne dubitava seriamente, fu quello che fecero non appena gliene diedero la possibilità. I ragazzi crescevano felici; circondato da tanto amore Emmett imparò a difendere più che attaccare. Avendone subiti tanti non sopportava i soprusi ergendosi a difensore dei ragazzi più deboli. Intanto i generosi coniugi continuavano ad occuparsi di opere di bene e dopo qualche anno vennero a sapere di due ragazzi, un maschio e una femmina, che avevano perso entrambi i genitori per il classico omicidio/suicidio dettato dalla gelosia. Quando arrivarono si percepiva senza difficoltà il loro imbarazzo, avrebbero preferito che nessuno fosse a conoscenza della loro disavventura, ma era normale che tutti ne fossero informati. La ragazza, Rosalie, aveva quattordici anni mentre suo fratello, Jasper, ne aveva appena sette. Era troppo piccolo per riuscire a comprendere quale processo mentale potesse portare ad un simile atto. Ci volle tanto tempo e infinita pazienza per far sì che i due ricominciassero a vivere serenamente, prima che accettassero la loro nuova famiglia, il loro amore, ma alla fine trovarono il giusto affiatamento e il duetto divenne un trio; Jasper si unì a loro con la chitarra riuscendo a tornare un ragazzino sereno. Rosalie, invece, non voleva saperne di unirsi al gruppo, restava ad ascoltarli incantata, felicissima che il suo fratellino tornasse alla vita, ma era negata con qualsiasi strumento le facessero provare e anche la voce non era particolarmente intonata. Lei era molto più portata per parlare con le persone e organizzare le cose infatti, quando la band si formò a tutti gli effetti, diventò la loro portavoce occupandosi in prima persona delle pubbliche relazioni. Una famiglia talentuosa creata per caso con la forza dell’amore. Bella tornò al presente e al testo di diritto con un sospiro. Studiare le piaceva, ma alcune volte temeva di non riuscire. Emmett aveva preso la laurea in economia, Rosalie in managment - entrambi con l’intento di aiutare i genitori adottivi nella loro attività -, lei stava sostenendo gli esami di legge e Jasper avrebbe studiato economia come il suo fratellone, “il suo porto sicuro” come lo definiva con tutti. Era difficile riuscire a sostenere gli esami coi loro continui spostamenti; certo avevano ottenuto indubbi vantaggi come il non frequentare le lezioni per esempio, ma era comunque un impegno estenuante. «Jake? Mi aiuti con questa roba?» «Bella, sai che sono negato in diritto. Ho passato l’esame per puro culo.» «Se mi ascolti mentre ripeto?» Bella lo guardò coi suoi occhioni supplicanti, a quel punto lui già sapeva di essere perduto. Non c’era niente che non avrebbe fatto per lei, lo sapevano entrambi e la bella cantante non perdeva occasione per approfittarne anche se non avrebbe mai fatto niente per ferirlo. Il ragazzo scosse la testa quasi rasata e si accinse ad aiutarla… come sempre. Jacob Black era entrato nel gruppo tre anni prima; avevano deciso di buttarsi seriamente nella mischia quindi organizzarono un’audizione per trovare un bassista; lui si rivelò assolutamente perfetto. Si trovarono subito in sintonia tutti quanti, il sound eccezionale, i rapporti ottimi; legarono immediatamente diventando ottimi amici. Per un certo periodo, lui e Bella, avevano fatto coppia, ma poco dopo si resero conto che la loro era più una scelta obbligata che romantica: avere la stessa età, la stessa passione e un’affinità invidiabile li aveva spinti uno tra le braccia dell’altro, passare tutto il giorno insieme, poi, aveva sicuramente aumentato le probabilità. Fortunatamente, quella piccola parentesi non aveva minato il loro rapporto, se possibile l’aveva rafforzato. Entrambi avevano idee molto romantiche su come dovesse essere un rapporto di coppia; avevano davanti l’esempio dei propri genitori che si erano amati dal primo sguardo e sognavano lo stesso per sé stessi. Purtroppo la madre di Jacob era mancata troppo presto - quando lui aveva solo sedici anni - e suo padre non aveva voluto frequentare altre donne. Il ragazzo non aveva mai smesso di sperare che trovasse una compagna con cui invecchiare serenamente pur serbando nel cuore un ricordo dolcissimo della madre. Era convinto che lei avrebbe voluto questo per il suo grande amore. Anche se non era stato adottato dagli Swan, Jacob faceva parte integrante della famiglia. «Ok, piccolo genio, fammi sentire la tua voce angelica.» Afferrò una sedia per lo schienale avvicinandola alla poltrona. In quello stesso momento arrivò Rosalie con in mano un pacco di quelle che sembravano, a tutti gli effetti, lettere. Bella si aprì in un sorriso raggiante sperticandosi in lodi per la sorella. «Ti adoro, Rose, avevo davvero bisogno di una pausa.» «Sai che farei di tutto per farti felice, cucciola.» «Rose? Che ti prende?» Rosalie sbarrò gli occhi azzurri con aria innocente. «Perché? Non ho fatto niente.» «Mi chiami cucciola solo quando vuoi o vuoi farmi fare qualcosa.» «Beh, in questo momento ti sto dando qualcosa: le lettere dei tuoi ammiratori sapientemente passate al vaglio. Ti dirò di più, me ne sto andando, quindi…» Bella la guardò ancora per qualche attimo sospettosa, ma poi l’emozione per quello che stava per fare la sopraffece facendo passare in secondo piano il pizzicorino che aveva avvertito. Jacob si allontanò prontamente da lei, divertito. «Pericolo scampato! Grazie, Rose.» «Solo rimandato, Jake. Solo rimandato.» Tutti sapevano che la ragazza adorava leggere le lettere dei fans. Ormai erano in pochi a continuare a inviarle, la maggior parte delle persone, ormai, preferiva inviarle messaggi tramite posta elettronica o sui social network. Lei, invece, adorava tenere quei fogli tra le mani, sentirne il profumo, pensare al tempo che era stato speso solo per lei. Narcisistico? Probabile, in ogni caso Bella era fatta così, si nutriva dell’amore, in ogni forma e colore. Prese il suo prezioso dono e cominciò a leggere. Sapeva che non avrebbe trovato lettere “particolari”, in passato era successo che qualche mitomane le inviasse missive molto sgradevoli se non addirittura minatorie. Da quel momento, Rosalie non aveva più permesso che entrasse in contatto con nessun messaggio che non fosse prima stato letto e approvato da lei stessa. Vedere la sua sorellina tanto turbata l’aveva fatta sentire come se le avessero perforato il cuore con un punteruolo per il ghiaccio. Isabella si perse per parecchio tempo tra le righe amorevoli di ragazze e ragazzi di tutto il Paese. Era sempre una piacevole sorpresa capire quanto tenessero a lei e alla band. In fondo al pacco, però, ne trovò una che tocco profondamente il suo cuore: Cara Isabella, so bene che, con ogni probabilità, questa mia lettera non ti arriverà mai, ma non potevo rinunciare senza nemmeno provarci. Mi chiamo Alice Cullen e ho quattordici anni. Io e mio fratello Edward viviamo all’orfanotrofio di Forks da sette anni, da quando i nostri genitori sono morti in un incidente stradale. Mio padre, Carlisle, era lo sceriffo di questa piccola città mentre mia madre, Esme, ha sempre fatto la casalinga. Quando hanno perso la vita, non avendo parenti in vita, noi due siamo stati affidati alle amorevoli cure delle monache che gestiscono questo posto e non avremmo potuto essere più fortunati. Siamo cresciuti qui e non so cosa avremmo fatto se ci avessero mandati in un altro posto. Qui conosciamo tutti e nessuno ci tratta diversamente a causa della nostra condizione; dopo tutto, in questa struttura, ci sono decine di bambini come noi, Forks è abituata ad avere orfani in quantità ormai da tanto tempo. Ti starai chiedendo perché ti racconto tutto questo anziché ricoprire di complimenti sia te che la band, so bene che ci sono tanti ragazzi nella stessa condizione che sono stati meno fortunati di noi. Il fatto è che mio fratello è un vostro grande fan, tuo per essere più precisi. Tra poco compirà diciotto anni e il suo regalo sarebbe stato poter andare al concerto che terrete a Seattle il 20 dicembre. L’accordo era che sarebbe potuto andare se avesse raggiunto la somma necessaria a coprire tutte le spese. In questo ultimo anno si è impegnato anima e corpo per raggiungere l’obiettivo, per tre volte ha dovuto ricominciare da capo perché i soldi sono serviti per necessità più urgenti di quella che noi consideriamo a tutti gli effetti la nostra famiglia. Adesso però non c’è più tempo per ricominciare e Edward ha deciso di rinunciare al concerto per dare la possibilità alle monache di comprare i regali di Natale ai bambini più piccoli che, altrimenti, non potrebbero ricevere nessun dono. Qui siamo in tanti, soprattutto adesso che le famiglie non trovano ciò che cercano qui da noi, e non sempre le monache riescono a provvedere a tutto anche se lo vorrebbero. Mi rendo conto che tu non possa risolvere nessuno dei nostri problemi, ma lo renderesti davvero felice se potessi fargli avere un semplice foglietto con la tua firma e magari quella del resto della band. Attraverso lui, anche io ho imparato ad amare le vostre canzoni; lui suona per i piccoli, sai? Ci è stata donata una vecchia pianola e, da allora, Edward passa il tempo libero a intrattenere i più piccoli con le melodie delle vostre canzoni. In realtà anche i bambini più grandi restano ad ascoltarlo incantati. Lui è bravissimo e ha imparato tutto da solo, come voi. Spero tanto che questa lettera ti arrivi. Edward è la persona più buona che esista al mondo, non sai quando lo renderesti felice se decidessi di fargli questo regalo. Ti lascio l’indirizzo dell’orfanotrofio qualora decidessi come spero. Ti abbraccio forte. Alice Cullen La lettera terminava con un indirizzo di Forks, nello stato di Washington. Con la vista annebbiata dalle lacrime, Isabella sollevò un lembo della sua maglietta per tentare di arginare il fiume in piena che erano i suoi occhi. La lettera l’aveva toccata profondamente; quella ragazzina non aveva scritto per sé, non si sperticava in complimenti - che pure lei adorava -, non sognava di incontrarli, non pretendeva di conoscerli meglio dei loro stessi genitori, non voleva un appuntamento con loro, chiedeva un semplice foglio di carta coi loro autografi per rendere felice suo fratello. Quella era una ragazza speciale e suo fratello non doveva essere da meno visto l’amore che traspariva dalle sue parole. Erano due sopravvissuti, come i suoi fratelli. Con la voce incrinata dalle lacrime chiamò la sorella maggiore. «Rose?» Come se fosse appostata appena fuori dalla porta, Rosalie apparve non appena pronunciato il suo nome. «Sì, sorellina?» Isabella non impiegò tanto per capire che si aspettava una sua reazione alla lettera e che era stata sistemata per ultima appositamente. «Sei una stronza, Rosalie Hale Swan.» «Anche io ti voglio bene, tesoro del mio cuore. Ti occorreva qualcosa o sentivi solo la necessità impellente di insultarmi?» «Ho bisogno del tuo aiuto.» «Cosa ti serve?» «Puoi cercare qualche informazione su una città che si chiama Forks? Dovrebbe trovarsi vicino a Seattle…» La sorella la interruppe prima ancora che finisse la frase. «Oh, Forks dici? Casualmente ho letto qualcosa in merito proprio poco tempo fa. Qualche brandello di informazione, naturalmente, giusto per farti un’idea. Dunque si trova nella Contea di Callam, nell’area metropolitana di Port Angeles, nello stato di Washington. È situata nella penisola di Olympia. Conta circa 3.300 abitanti, gatto più gatto meno. Fa freddo praticamente tutto l’anno e, con ogni probabilità, ognuna delle persona che risiedono lì conosce anche gli orari delle puntatine al bagno dei compaesani. Altro che paparazzi!» Bella la guardava a bocca spalancata. Razza di carogna! Sua sorella sapeva perfettamente quanto quella lettera l’avrebbe colpita e si era preparata per le sue inevitabili domande. «E dimmi, sorella adorata, sapresti anche dirmi qualcosa in merito al fatto che in una città di poco più di tremila persone sia stato costruito un orfanotrofio che ospita decine tra bambini e ragazzi? Sempre casualmente, si intende.» «In effetti questo particolare ha colpito parecchio la mia curiosità. Si da il caso che quello specifico orfanotrofio è stato costruito intorno al 1918 su commissione di un ricco benefattore del luogo; mise a disposizione un grande appezzamento di terra per costruire un luogo che potesse ospitare l’enorme quantità di bambini che restavano soli a causa di un’influenza che stava falcidiando la popolazione mondiale. Ne hai mai sentito parlare? La chiamavano spagnola. Comunque, arrivavano bambini da parecchie città limitrofe e lì rimanevano finché non erano in grado di badare a sé stessi. Col tempo è diventata un’istituzione, continuano ad arrivare bambini da ogni dove, ma la diocesi non vede l’ora di far chiudere i battenti e trasferire tutto a Seattle. Significherebbero parecchi soldi; triste, ma piuttosto realistico.» «Rose!» «Che c’è? Credi forse che queste strutture rendano poco? Situate nel posto gusto possono rivelarsi un flusso continuo di donazioni. È normale che vogliano trasferire tutti quei bambini dove possano avere più visibilità e maggiori introiti.» Il ragionamento non faceva una piega. Benissimo, se i soldi erano il problema, allora avrebbero fatto in modo che non ci fosse più. «Cosa ti frulla in quel cervellino sempre in movimento?» Un sorriso splendente si disegnò sulle labbra della ragazza. «Credo che passeremo un Natale un po’ differente quest’anno.» «Sapevo che l’avresti detto. Avanti, sputa, cosa vuoi fare?» «Intanto ho bisogno di un po’ di cose per festeggiare degnamente un compleanno speciale. Devi organizzare spostamenti, sistemazione, pass e tutto quello che ti viene in mente. Pacchetto completo, ok? Poi vorrei parlare coi ragazzi e con papà; credo sia arrivato il momento di utilizzare il nostro fondo personale.» Rosalie era raggiante, essendo passata in prima persona in quell’incubo avrebbe fatto qualunque cosa per alleviare le sofferenze dei bambini in quella condizione. Averne la possibilità, poi, le dava una soddisfazione unica. Parecchio tempo prima, insieme ai fratelli, avevano deciso di istituire un fondo per le cause che ritenevano più meritevoli. Sino ad allora avevano provveduto alle cause di bene con i loro introiti, i loro genitori erano estremamente orgogliosi di loro. Confabularono tra loro ancora per un po’ separandosi alla fine con un progetto ben delineato che avrebbero sottoposto al resto della famiglia. |
*** Capitolo 3 ***
Tre giorni dopo all’orfanotrofio venne recapitato un pacco espresso
piuttosto voluminoso. Era rarissimo che arrivasse della posta e ancora più
raro che fosse indirizzato al giovane Edward. Tutti i bambini si radunarono
intorno alle monache per sapere cosa contenesse, forse più emozionati ancora
che se fosse destinato a loro.
Quando le monache videro il mittente rimasero di sasso, non riuscivano a credere ai loro stessi occhi; pressate dalle grida insistenti dei bambini - Alice in prima fila - rivelarono tutto senza rendersi conto della baraonda che avrebbero scatenato. Immediatamente un coro di acclamazioni, più simili a ululati che espressioni di giubilo, si riversò nell’atrio dell’istituto. Con tutta la loro pazienza, le suore tentarono di calmare l’esuberanza dei giovani ospiti, con pessimi risultati a dirla tutta. I ragazzi conoscevano bene il mittente e non la smettevano più di esultare e saltellare come tante cavallette. Alla fine, la Madre Superiora riuscì a placare quell’eccesso di entusiasmo dicendo loro che, se avessero continuato, avrebbero rovinato la sorpresa a Edward mentre avrebbero dovuto fare il possibile per serbare il segreto. A quelle parole, tutti i bambini si ritennero responsabili della felicità del ragazzo; non persero l’elettricità, ma tentarono di sopprimere gli urletti assumendo, chi più chi meno, un’aria consapevole, orgogliosi di essere a conoscenza di qualcosa che il loro fratello maggiore ignorava. Tornando a casa a piedi da scuola, con le solite cuffiette nelle orecchie, Edward, inevitabilmente, tornò a pensare al concerto a cui non avrebbe assistito; per quanto facesse finta che la decisione presa non gli pesasse minimamente, non poteva certo mentire a se stesso. Continuava a ripetersi che prima o poi avrebbe avuto un’altra occasione, che i sogni vanno inseguiti se si vuole arrivare da qualche parte, ma anche che era del tutto inutile perdersi in cose tanto futili quanto un concerto. La sua vita era già abbastanza complicata senza aggiungere stupidaggini alla lista delle cose a cui pensare. Presto, molto presto, avrebbe dovuto trovarsi un lavoro vero, studiare per prendersi uno straccio di titolo di studio, procurare una casa che ospitasse sia lui sia sua sorella e lavorare ancora per permetterle di realizzare i suoi sogni. Forse gli avrebbero concesso un prestito per pagare l’università di Alice, sperava anche che lei riuscisse ad avere una borsa di studio, anche parziale, per poter affrontare il lungo cammino che lo aspettava. Non era sicuro di farcela da solo, la sua sola certezza stava nel fatto che avrebbe sfiancato il suo corpo senza sosta pur di non farle pesare la loro situazione; avrebbe lavorato notte e giorno per guadagnare di più, ma ce l’avrebbe fatta. I suoi genitori sarebbero stati fieri di lui e della loro bambina, su questo non aveva dubbi. Il fermento che trovò una volta varcata la soglia dell’istituto non era cosa consueta. Solitamente gli ospiti, piccoli e piccolissimi, al pomeriggio erano tutti impegnati in attività ricreative, compiti o a sonnecchiare; trovarli tutti lì ad aspettarlo era decisamente insolito, soprattutto con quei sorrisoni stampati in faccia. La prima a farsi avanti fu, come sempre, Alice, con le mani giunte sulle braccia tese davanti a se e uno sguardo scintillante negli occhi. «C’è una sorpresa per te.» «Una sorpresa?» Edward fece una rapida ricerca mentale sulle possibilità, ma non gli venne in mente niente. «È arrivata una lettera.» Gli occhi del ragazzo si illuminarono di entusiasmo al pensiero che potesse arrivare dall’università. «È l’università? Dov’è?» «Non è l’università.» L’aria birichina di Alice lo mise subito sul chi va là, ma non ebbe il tempo sufficiente ad elaborare nuove ipotesi poiché in quello stesso momento si fecero avanti gli angeli di quella grande famiglia allargata. Edward distolse lo sguardo dalle due monache quando sentì tirare leggermente la parte bassa dei jeans; volse lo sguardo in basso trovando il visetto piccolo e delicato di Kate, una delle creature più dolci sulla faccia della terra. Aveva gli occhi di un caldo marrone talmente profondi che ci si poteva perdere nel guardarli e i capelli color del miele. Era normale chiedersi come fosse possibile che nessuno l’avesse ancora presa per rendere speciale la propria famiglia. Il fatto che parlasse pochissimo, con ogni probabilità, non volgeva a suo vantaggio, ma la meraviglia che traspariva da quegli occhi valeva bene il prezzo di un po’ di pazienza per guadagnarsi ciò che la bimba aveva nel cuore. Il ragazzo si abbassò fino a trovarsi alla sua altezza, le accarezzò la pelle morbida della guancia sorridendole. «L’ha mandata la signorina che canta per noi.» L’innocenza e la spontaneità della piccola lo aveva sempre affascinato e anche quella volta non mancò di colpirlo, ma quando capì a chi si riferisse la piccola rischiò seriamente di finire col sedere per terra. La signorina che canta per noi. Era in quel modo che Edward parlava di Isabella coi bambini. Riprese la posizione eretta saettando gli occhi direttamente tra le mani della Madre Superiora. Quando vide il pacchetto, il cuore cominciò a battere talmente in fretta che, per un attimo, pensò di morire in quel momento. Allungò la mano senza emettere alcun suono; la sua mente lavorava alacremente, ma niente, nella sua testa, riusciva a giustificare una lettera da parte di Isabella Swan. Col suo prezioso involucro tra le mani e lo sguardo stravolto, si diresse nella sua stanza senza curarsi degli sguardi speranzosi dei piccoli che aspettavano di essere ragguagliati sulla novità. Nel suo quasi totale intontimento sentì la monaca consolare i bambini assicurandogli che appena avesse saputo di cosa si trattava, li avrebbe coinvolti tutti quanti. Edward non avrebbe saputo quantificare quanto tempo passò a rigirare il pacchetto tra le mani senza riuscire ad aprirlo. Si aspettava che sua sorella arrivasse dopo poco a dargli il tormento per sapere cosa contenesse, invece non si avvicinò per tutto il resto del pomeriggio che lui passò chiuso nel piccolo stanzino. Quando finalmente aprì il pacco, ciò che vi trovò all’interno lo lasciò senza fiato: una lettera, una fotografia firmata da tutta la band, un cartoncino che gli avrebbe aperto le porte del Paradiso - sperò ardentemente che nessuno “la su” facesse caso alla sua mancanza di rispetto fulminandolo all’istante - attaccato ad un cordoncino da appendere al collo e… la bellezza di dieci biglietti per il concerto. Spiegò la lettere e cominciò a leggerla con un’emozione mai provata prima. Ciao, Edward, probabilmente sarai sorpreso di ricevere una mia lettera, ma un uccellino mi ha scritto confidandomi che sei un nostro grande fan e ho pensato che ti avrebbe fatto piacere. So che avevi deciso di rinunciare al concerto per poterti occupare di una delicata situazione familiare e per questo tuo cuore immenso abbiamo deciso che il minimo che potessimo fare era di renderti, almeno in parte, la generosità che hai dimostrato. Nel pacco avrai trovato un cartoncino rosso; qualora non sapessi di cosa si tratta è un pass per il backstage del nostro concerto a Seattle, che poi è l’ultimo per quest’anno. Con quello potrai passare un po’ di tempo con noi e vedere cosa succede quando siamo sul palco e quando invece ci stiamo preparando e cose simili. Abbiamo predisposto per te una sistemazione nel nostro stesso albergo se per te va bene; se non hai altri impegni potresti stare con noi per un paio di giorni. Avrai notato che abbiamo inserito anche alcuni biglietti per il concerto, dalli pure a chi preferisci - sempre che ci sia qualcuno a cui piace la nostra musica oltre te -, gli altri, però, non potranno stare con noi, mi spiace, ma è il massimo che siamo riusciti a fare. Edward non riusciva a credere ai propri occhi, stava tentando di convincersi che si trattasse di uno scherzo, ma se poteva credere alla lettera e al pass fasulli, non era in nessun caso probabile che i biglietti fossero falsi. Le dispiaceva di non aver potuto fare di più? Organizzava tutto quello solo per lui, gli mandava dieci biglietti per i suoi amici e le dispiaceva? Forse la spiegazione più facile da dare a tutto quello che stava vivendo era che… non lo stava vivendo davvero; forse si era addormentato in classe e si trattava di una semplice proiezione dei suoi desideri. Entro poco il professor Banner lo avrebbe scosso bruscamente e gli sarebbe toccato passare il pomeriggio in punizione, magari pulendo le lavagne di tutta la scuola. Visto che avrebbe avuto una punizione coi fiocchi, decise di continuare a sognare finché durava. Riportò lo sguardo a quel foglio scritto a mano con grafia elegante e si perse ancora. Ci farebbe davvero tanto piacere se accettassi il nostro invito. Ti lascio il numero di cellulare di mia sorella Rosalie; purtroppo mi è stato categoricamente vietato scrivere il mio. Usalo senza problemi se decidi di venire. Una macchina passerà a prenderti alle sette e mezza del mattino di venerdì, so che è una sfacchinata, ma credo possa valerne la pena. Abbiamo incaricato un ragazzo simpaticissimo che non vede l’ora di conoscerti; passeremo la giornata insieme, poi il concerto e il giorno dopo avremo un po’ di tempo e tranquillità per parlare… sempre se deciderai di buttarti in questa specie di avventura con noi. Ti avverto però: sarà un delirio. Se però preferisci stare coi tuoi amici e goderti il concerto con loro, non farti nessuno scrupolo, usa uno dei biglietti inclusi e manda un SMS per farcelo sapere. Prima di salutarti ti confido un segreto: se accetti, non te ne pentirai. Sarà divertente, te lo prometto. Spero proprio tu decida di venire, sarei felice di conoscerti e anche tutti gli altri. A presto. Bella Swan. Edward emise il fiato, non si era nemmeno reso conto di averlo trattenuto. Seduto sul letto, con gli occhi smarriti nel nulla continuava a rivedere le lettere stampate nel foglio appena letto. All’improvviso avvicinò la mano destra al braccio sinistro e facendo pressione strinse la pelle tra le dita con tutta la forza che aveva. Represse un urlo, ma non poté niente contro le lacrime che gli offuscarono la vista. Beh, perlomeno, adesso, poteva essere abbastanza sicuro che la lettera fosse vera. Un uccellino mi ha scritto… Alice! Nessun’altro avrebbe potuto fare una cosa simile per lui. Prese la fotografia osservando tutti membri del gruppo: Emmett McCarty Swan aveva il suo enorme braccio sulle spalle di Jacob Black e l’altro sulla loro manager nonché sorellastra Rosalie Hale Swan; accanto alla meraviglia bionda il suo fratellino e chitarrista del gruppo: Jasper Hale Swan e alla sua sinistra una giovane bellezza mora. Edward avrebbe giurato di non aver mai visto quella fotografia in nessuna delle riviste che giravano a scuola tra le sue compagne. Tutti loro avevano sul viso un sorriso radioso. Erano vestiti in modo molto informale, i capelli di Rosalie non erano perfetti come sempre li aveva visti, ma legati in una coda bassa, Emmett aveva un alone di barba che non mostrava mai nelle occasioni ufficiali, Jacob aveva una sigaretta tra le dita e lui, grande fan del gruppo, non sapeva nemmeno che fumasse. Essendo una band che si rivolgeva prevalentemente ai giovani, si presentavano sempre come modelli da imitare e fumare non rientrava certo tra le attività da incoraggiare tra i ragazzi. No, quella non era una foto pubblicitaria, era uno scatto rubato alla loro vita quotidiana, al loro mondo privato… e lo avevano mandato a lui. Ripose tutto nella sua scatola dei tesori deciso a scoprire cosa avesse combinato sua sorella. Si diresse al salone dove erano tutti radunati. Appena varcò la soglia tutti si voltarono a guardarlo in attesa della tanto sospirata rivelazione, ma lui andò diretto davanti alla giovane sorella piantando i piedi ben distanziati e le braccia incrociate esibendo un’espressione truce che era ben lungi da provare sul serio. «Che hai combinato?» Alice si schiarì la voce cercando al contempo le parole per esprimersi. Non poteva aver ricevuto cattive notizie, tutti sapevano quanto quei ragazzi fossero delle brave persone; persino lei che li conosceva appena aveva sentito di quanto si prodigassero per gli altri. «Sto aspettando una risposta.» Il tono del fratello era strano, non era abituata a sentirlo così; lui era sempre accomodante, dolce, comprensivo, in quel momento era… non avrebbe saputo definirlo esattamente. Sembrava molto arrabbiato, eppure avvertiva un’eco divertita in sottofondo. Mosse gli occhi freneticamente in cerca di un aiuto esterno, che ovviamente non trovò. «Io credevo… volevo solo… ero convinta che…» Fece un respiro profondo e in un momento decise che era ora che si prendesse le sue responsabilità; se aveva sbagliato doveva affrontarne le conseguenze. Immerse i suoi brillanti occhi blu in quelli verdi del fratello. «Mi dispiace, Edward. Non credevo di fare qualcosa di male, speravo di farti una sorpresa, volevo fare qualcosa per te e che fossi tu, una volta tanto, a godere di un regalo. Non avrei mai immaginato che potessi soffrire per questo. Pensavo che al massimo potessero cestinare la mia lettera. Io… io credevo che fossero delle brave persone…» L’espressione di Edward cominciò a cambiare velocemente, i suoi occhi brillavano di felicità e un sorriso appena accennato comparve sulle sue labbra. In un attimo si trovò avvolta tra le braccia del fratello ritrovando quel calore che amava tanto. «Grazie, piccola. Nessuno ha mai fatto qualcosa di più bello per me e non perché ho ricevuto un regalo stupendo, ma perché hai fatto una cosa meravigliosa solo per rendermi felice.» La allontanò appena da sé per guardarla e accarezzarle il viso. «Ti voglio bene.» Alice lo strinse forte a sé. «Anch’io ti voglio tanto bene, Edward.» Subito dopo si allontanò con un sorriso entusiasta. «Allora è andata bene? Cosa ti dicono? Ti hanno mandato qualcosa? Il pacco era troppo grande per contenere solo una lettera…» «Ehi, ehi, frena. Se riesci a calmarti per mezzo secondo vi racconto tutto.» La ragazza arrossì leggermente e con un sorriso birichino si accinse ad ascoltare il racconto del fratello. La mattina dopo, al liceo di Forks, ci fu una rivoluzione, nel vero senso della parola. Edward parlava di quanto aveva ricevuto il giorno prima al suo amico Tyler senza, però, rendersi conto che altre orecchie ascoltavano il suo resoconto. All’ora di pranzo si scatenò il finimondo con ragazzi e ragazze imploranti per avere uno dei biglietti a disposizione. Edward aveva già garantito alcuni di quei preziosi beni ai suoi amici più stretti quindi ne rimanevano solo cinque. Decise che raggranellare qualche ulteriore dollaro per Natale non sarebbe stato male, magari avrebbe potuto comprare qualche dolce per i bambini e così, il giorno dopo, la sala mensa venne tramutata in una sala d’aste, con tanto di banditore. I biglietti furono venduti molto in fretta, ma alcune ragazze, scontente di non essere riuscite ad aggiudicarsi i biglietti ad un prezzo concorrenziale, proposero di proseguire la vendita mettendo in palio baci da parte dei ragazzi più carini del liceo, tra i quali spiccava il nome di Edward. Il tutto si concluse tra risate e scherzi con richieste assurde quali mettere in palio diari segreti e persino biancheria intima - possibilmente già indossata - e, nonostante l’emozione, Edward riuscì a distrarsi momentaneamente dall’avventura che lo attendeva. Prima tappa: usare il numero che gli era stato indicato nella lettera. Se la stava facendo sotto, ma, ehi! era un uomo ormai. Compose il numero con le dita malferme e un rivolo di sudore che scivolava sulla schiena nonostante si trovasse al telefono pubblico nella piazza della città. Dopo due soli squilli udì una voce femminile seria e molto professionale. «Rosalie Swan.» Rimase in silenzio per diversi secondi, era come se la sua voce fosse stata risucchiata dal gelo che lo circondava. «Pronto?» «Sono… Edward… Cullen, signorina Swan.» Il distacco che aveva avvertito poco prima scomparve come per magia per spalancare le porte ad un’esplosione di allegria. «Edward! Come sono contenta di sentirti. Speravamo tutti che chiamassi. Ti avverto: se hai chiamato per dire che non hai intenzione di venire, vengo a prelevarti personalmente, anzi mi faccio accompagnare da Emmett e ti assicuro che non sarà un’esperienza piacevole... insomma è un pezzo di pane, ma se lo fai arrabbiare diventa insopportabile e ti consiglio vivamente di non metterlo alla prova. E poi, cosa avresti di così meraviglioso da fare? Noi siamo simpatici, cosa credi.» Edward allontanò la cornetta da sé fissandola con occhi sbarrati. Che fine aveva fatto l’algida e composta ragazza che difficilmente si vedeva sorridere e parlava solo di questioni legate alla band, alle date e alle conferenze stampa? Quando riavvicinò il ricevitore - non che fosse necessario, l’avrebbe sentita anche dall’interno della caffetteria - cercò, con molta difficolta, di interrompere quella sequela di parole. Con ogni probabilità avrebbe avuto più successo con sua sorella, il che era tutto dire. «Ehm… signorina Swan… io…» «…te lo ripeto, non dovresti perdere questa occasione.» «Signori… signorina Swan… volevo…» «Credi forse che invitiamo un fan ogni settimana… insomma…» «ROSALIE!» «Sì, caro? Stavi dicendo qualcosa?» Edward non riusciva a credere a quello che gli stava capitando. Avrebbe voluto esplodere in una fragorosa risata, ma temeva di offendere quella splendida ragazza che si era dimostrata tutt’altro che fredda e scostante. «In realtà volevo dirle che sarei felice di accettare la vostra offerta.» Un gridolino entusiasta arrivò al cervello del ragazzo attraverso l’apparecchio. «Lo sapevo che sei un ragazzo sveglio, ma se ti rivolgi ancora a me usando il lei, ti mando davvero Emmett e, credimi: non ti piacerebbe. Non sono così vecchia, che cavolo!» La risata che aveva tentato di trattenere eruppe dal suo petto con una forza che non si sarebbe aspettato; forse era il suo modo per veicolare la tensione che aveva sentito prima di fare quella telefonata o forse era solo il fatto che quella donna fosse una vera forza della natura. «D’accordo, Rosalie, non succederà più.» «Bravo ragazzo!» «Ehm, visto che siamo in tema di richieste, gradirei non mi chiamassi ragazzo, è una cosa che detesto.» La risatina di Rosalie gli giunse dolce e comprensiva, quasi… materna. «Hai ragione, Edward. Scusami.» Terminarono la telefonata con la promessa di vedersi presto. La mattina stabilita per la partenza, Edward si alzò dal letto dopo aver passato la notte a rigirarcisi ininterrottamente senza riuscire a trovare pace. Come avrebbe potuto dormire sapendo che entro poche ore avrebbe conosciuto i suoi idoli? A quante persone succedeva una cosa simile? Era sempre più convinto che tutto quello fosse solo un sogno e che presto si sarebbe svegliato in preda alla delusione più profonda, ma finché era in quella dimensione voleva godersela appieno. Neanche a dirlo, alle sette era già in preda all’ansia che girovagava in attesa di sentire arrivare la macchina. Dopo meno di mezz’ora sentì un leggero bussare al grande portone d’ingresso. Emozionato prese lo zaino che aveva preparato mettendoselo in spalla, aprì e si bloccò a guardare un ragazzo che poteva avere al massimo qualche anno più di lui. Sbadigliava vistosamente stropicciandosi gli occhi. «Ciao, tu devi essere Edward.» Allungò la mano per stringergliela vigorosamente. «Ciao.» «Sono Seth.» Edward lo guardò perplesso cominciando a dubitare di arrivare tutto intero a Seattle. «Allora, andiamo?» «Sicuro di essere abbastanza sveglio per fare tutta quella strada in macchina?» «Tranquillo, appena troviamo un bar ci fermiamo a prendere un caffè e riuscirò a connettere perfettamente.» «Forse è meglio se andiamo da Sam, apre tutti i giorni alle sei e possiamo arrivarci a piedi.» «Credi che non sia in grado di portarti a destinazione sano e salvo?» Lo sguardo di Edward fu più eloquente di qualsiasi risposta. Seth lo guardò in cagnesco prima di scoppiare in una risata chiassosa quanto contagiosa. «Ok, hai ragione. La mattina sono una merda se non bevo un litro di caffè. Allora dove si trova questo posto?» Si avviò verso una Volvo grigia nuova di zecca. Edward lo seguì con lo sguardo senza tuttavia muovere un passo. «Avanti! Ho guidato sin qui da Port Angeles, vuoi che non riesca ad arrivare ad una tavola calda?» Il ragazzo si convinse che forse non avrebbe rischiato troppo salendo sulla macchina sino alla caffetteria di Sam; se poi si fosse reso conto che non era ancora in grado di guidare, avrebbe sempre potuto prendere il pullman sino alla sua destinazione. Avrebbe impiegato molto più tempo, ma almeno sarebbe arrivato. Dopo venti minuti e due enormi tazze di liquido scuro, sembrò che il suo nuovo amico fosse riemerso dal mondo dei morti. Il ragazzo cominciò a parlare a ruota di collo, praticamente senza sosta. Gli raccontò di essere amico di Jacob - il suo migliore amico, specificò -, che si conoscevano sin da bambini e che erano cresciuti insieme a Port Angeles, città natia di entrambi. Lo avevano reclutato per dargli un passaggio visto che lui doveva raggiungerli dopo aver passato qualche settimana a casa dei genitori. «Quando mi hanno detto che dovevo essere a casa tua… cioè all’…» «Va bene. Quella è casa mia… almeno per adesso.» «Sì, beh, quando mi hanno detto che dovevo essere da te alle sette e mezzo ho rispolverato tutto il repertorio delle parolacce che conoscevo. Insomma, che cazzo di orario è? Le persone normali dormono a quell’ora e io dovevo partire almeno un’ora prima per arrivare in tempo e hai visto in che stato sono la mattina.» Edward dovette ammettere che non aveva tutti i torti e poi, dopo tutto, il ragazzo sembrava molto più in gamba di quanto gli fosse sembrato ad un primo sguardo. Percorsero la strada verso Seattle chiacchierando spensierati senza nemmeno rendersi conto dei chilometri che stavano macinando. Seth gli disse di avere l’età di Isabella e dello stesso Jacob, gli raccontò di come, finito il liceo, si ritrovò a non avere prospettive o ambizioni, di come si sentisse inutile e deludente agli occhi della sua famiglia, finché Jacob non era entrato a far parte della band e gli aveva chiesto di seguirlo; da allora era una specie di factotum per il gruppo, aveva ricominciato a sentirsi utile e gratificato e aveva persino ricominciato a studiare. Quando arrivarono a Seattle, Edward rimase a bocca aperta; non essendo mai uscito da Forks quella città enorme l’aveva lasciato senza fiato; subito dopo cominciò ad agitarsi sul sedile. L’ansia che lo aveva abbandonato per tutto il viaggio stava tornando a tormentare i suoi pensieri. «Sta’ tranquillo, Edward. Sono delle persone fantastiche. Te ne renderai conto molto presto.» «Perché credi che l’abbiano fatto? Insomma, invitarmi a stare con loro… fare questo per me.» Il ragazzo mosse leggermente le spalle scuotendo la testa. «Loro sono così, sono speciali. La lettera di tua sorella ha toccato profondamente i loro cuori e questo è il loro modo per farti sapere che anche tu sei speciale. Quando sono arrivato io è stata una cosa… non so spiegartelo davvero, è stato come trovarmi a casa dopo tanto tempo; mi hanno accolto con un tale calore che non mi sarei mai aspettato. Le persone credono che essendo giovani, ricchi e di talento, vivano su un mondo a parte, fatto di svaghi e superficialità, ma io, che li vivo nel quotidiano, posso dirti che non è vero. Passano il loro tempo tra impegni artistici e sociali, compongono, provano fino allo stremo delle forze e quel poco tempo che gli resta lo passano a studiare o a darsi da fare coi genitori. Sono pazzeschi, davvero.» Quando parcheggiarono sul retro di un enorme capannone, Edward aveva trovato un nuovo amico. Scesero dalla macchina stiracchiando i muscoli indolenziti dal viaggio. Seth si allontanò per portare un pacco ad un ragazzo di nome Paul lasciandolo solo per tornare a prenderlo poco dopo e accompagnarlo all’interno. Pochi minuti dopo uscì un ragazzone moro con una grancassa tra le braccia. Appena lo vide posò in terra il pezzo di strumento e lo studiò con cipiglio deciso. Dal canto suo, Edward rimase a fissarlo senza riuscire a spiccicare una parola. «Hai bisogno di qualcosa?» L’aria seria e severa del ragazzo lo fece sentire piccolo e quasi insignificante. Dalle parole si Seth si era aspettato una persona gioviale e cortese, non certo un omone dallo sguardo omicida. «Allora, hai perso la lingua? Che ci fai qui? È uno spazio riservato. Devi andartene e se ti vedo con una macchina fotografica tra le mani ti spedisco in Canada con un calcio nel sedere.» Edward fece per parlare, ma la saliva gli si era seccata in gola e il fiato gli usciva a fatica dai polmoni. La delusione per quell’incontro gli bruciava come acido nelle vene. «Ok, Ed, possiamo andare…» Seth si fermò appena oltre la soglia quando vide Emmett fulminare il suo nuovo amico con sguardi di fuoco. «Ehi, Emm! Hai già conosciuto Edward?» Il moro non staccava gli occhi dal giovane, ma quando si accorse di Seth, registrando le sue parole, il suo sguardo cambiò immediatamente diventando gioviale, amichevole e anche un po’ dispiaciuto. «Edward? Edward Cullen?» L’altro riuscì solo ad annuire aspettandosi ancora il famigerato calcione. Emmett si aprì in un sorriso che gli coprì mezza faccia avvicinandosi immediatamente a stringergli la mano. «Accidenti, ragazzo, perché cavolo non mi hai detto subito che eri tu? Devi scusarmi per questa accoglienza di merda, ma non immagini quanti stronzi tentino di avvicinarsi a noi solo per rubare qualche foto da rivendere o provare ad avvicinarsi a Bella.» «Mi… mi dispiace, io non… » «Lascia stare, sono io che devo scusarmi e non ti azzardare a darmi del vecchio come hai fatto con Rose o ti rispedisco a casa senza due denti.» Incredibile come due parole fossero riuscite a metterlo immediatamente a suo agio. Edward si rilassò sorridendo felice. «Sono felice di conoscerti, Emmett. Grazie per l’occasione che mi avete concesso.» «Non c’è di che, ragazzo. Dai vieni dentro che ti presento gli altri.» Seth prese la grancassa dirigendosi verso un furgone parcheggiato lì vicino. «Allora ci pensi tu, Emm? Mi raccomando, trattalo bene, è un mio amico», concluse strizzando l’occhio al suo compagno di viaggio. Emmett mise una delle sue grosse mani sulla spalla di Edward dirigendosi all’interno dell’edificio. «Fottiti, Seth.» Edward avrebbe gridato per la felicità. Stava camminando accanto a uno dei suoi idoli e presto avrebbe conosciuto il resto del gruppo. Si trovò dentro uno spazio enorme suddiviso in diverse sezioni da altrettante porte. «Ehi, Rose, guarda un po’ chi ho trovato qua fuori.» Il giovane sollevò lo sguardo per incontrare due splendidi e ridenti occhi azzurri. Era convinto che la sua mascella stesse toccando il pavimento. Era certo di non aver mai visto un viso più bello in vita sua: oltre agli occhi stupendi, notò la sua pelle rosa, le labbra piene e rosse, gli zigomi alti, i bellissimi capelli biondi raccolti sulla nuca; inevitabile fu continuare l’esplorazione scendendo sul collo chiaro, il fisico tonico, le gambe lunghe fasciate da un paio di jeans stretti. Ai piedi portava scarpe basse, ma questo non le impediva di essere comunque molto alta. Rosalie Hale Swan non era semplicemente bella, era una divinità scesa in terra per allietare i comuni mortali con la sua sola presenza. Una specie di ringhio alla sua sinistra lo fece rinsavire in un solo istante. «Frena gli ormoni, ragazzo. Quella femmina è mia.» Edward sbatté gli occhi scuotendo la testo come per uscire da un incantesimo che gli aveva attanagliato la mente e in quel momento si rese conto di essersi coperto di ridicolo. Eccolo lì: il ragazzetto venuto da un buco di paese che non aveva mai visto una donna in vita sua. Sentì la sua pelle avvampare per l’imbarazzo. «Edward? Sei tu?» «S… sì. È un piacere conoscerti, Rosalie.» Fece per allungare la mano, ma lei lo precedette abbracciandolo e piazzandogli due sonori baci sulle guance. A quel punto il rossore si diffuse anche al collo e l’imbarazzo per la figuraccia fu sostituito da quello per la timidezza che non credeva di poter provare. «Allora, cosa sono tutte queste smancerie?» «Falla finita, lo stai mettendo in imbarazzo.» Oh, sapessi quanto sei lontana dalla realtà, pensò. «Guarda che sei tu che lo stai facendo arrossire come un verginello. Non è vero, ragazzo?» «E finiscila di chiamarlo così. Non gli piacciono i nomignoli. E non chiamare me femmina, brutto buzzurro cavernicolo.» Edward si allontanò leggermente dalla donna guardando alternativamente l’uno e l’altra sperando che non finissero a litigare per causa sua. Le mani appoggiate sui fianchi e l’aria minacciosa di Rosalie non promettevano niente di buono. A quel punto Emmett fece la più atroce versione di una triglia sotto sale pentita atteggiando le labbra in un broncio dispiaciuto e la cosa sembrò funzionare perché le braccia di Rose si rilassarono sui suoi fianchi e i suoi occhi sorrisero innamorati. «Vieni qui, scimmione.» Emmett si fiondò tra le sue braccia aperte avvolgendola a sua volta con amore. «Lui ti stava guardando in quel modo, se non mi fossi messo in mezzo avrei dovuto chiamare qualcuno per asciugare la bava da terra.» Il suo tono lamentoso la fece sorridere e automaticamente lo strinse più forte a sé. La ragazza emise un gridolino quando lui le morse delicatamente una spalla. Edward si sentì terribilmente fuori posto in quel momento, ma i due si resero presto conto di non essere soli, si separarono e si rivolsero nuovamente a lui. «Allora, ti va di conoscere il resto del gruppo?» «Ne sarei onorato.» Rose rimase affascinata dalle maniere impeccabili di quel giovane uomo. «Bene, allora andiamo. Ti stavamo aspettando tutti.» Lo prese sottobraccio e lo condusse all’interno di uno stanzone enorme. All’interno c’era tanta di quella luce da abbagliare la vista. Lo sguardo di Edward fu subito catturato da un angolo della stanza dove due persone giocavano a biliardo mentre le orecchie registrarono un suono che gli riverberò sulla schiena. Era la risata di Isabella. «Ti ho battuto ancora, Jake.» «Solo perché ero distratto.» «Lascia perdere, Jacob. Non hai speranze con lei. Ti batte tutte le volte.» Dall’altra parte dello spazio aperto, Jasper provava alcuni accordi in solitaria circondato dagli strumenti inutilizzati. «Jazz, metti via quella chitarra o te la spacco sulla testa.» «Non sto provando, mi sto rilassando prima del concerto.» «Jasper!» «Va bene, va bene, la metto via… rompi palle!» «Ti ho sentito.» I terzetto che era rimasto ai margini ascoltava silenziosamente quello scambio divertente. «Ragazzi, guardate chi è arrivato.» Immediatamente gli sguardi del resto della band si posarono su Edward; qualche secondo dopo si trovò accerchiato dai musicisti più acclamati del momento. Jacob gli strinse la mano regalandogli un sorriso enorme; Jasper batte le nocche contro le sue anch’egli sorridendo. Infine Isabella, lei non lo toccò né disse alcunché; rimase a guardarlo incantata. Continuava a ripetersi che avrebbe dovuto fare o dire qualcosa, eppure non riusciva a fare niente di quello che il suo cervello le ordinava. Si era aspettata di trovarsi davanti un ragazzino dinoccolato con tanto di occhiali e brufoli in tutta la faccia, non certo quella specie di armadio muscoloso con un volto da attore degli anni trenta e due occhi ipnotici dai quali non riusciva a staccare lo sguardo. Dal canto suo, Edward si rese conto di trovarsi sul serio nella merda più totale. Pregava di riuscire a dire qualcosa, qualsiasi cosa che potesse farlo uscire da quello stato catatonico in cui era piombato, ma senza ottenere nessun risultato. Se Rosalie era una dea, Isabella era un angelo con tanto di aura luminosa. In realtà la luce divina che la avvolgeva, altro non era che il pallido sole invernale che entrava dal finestrone alle sue spalle, ma in quel momento non faceva differenza per lui. Ciò che sicuramente era più che reale era la sua pelle chiara, gli occhi profondi, le labbra da mordere per quanto sembravano succose, i capelli tenuti in alto con alcune ciocche che cadevano ribelli a contornarne il volto, la maglia stretta che evidenziava ogni singolo centimetro del suo busto, i jeans a vita bassa che avrebbero fatto venire un infarto all’atleta più allenato. Una sola preghiera urlava nella mente di Edward e la gridava con tutta la sua forza interiore: ti prego, Signore, se mai mi hai amato, anche solo un po’, non farmi eccitare adesso. L’incantesimo venne rotto da un sonoro e provvidenziale colpo di tosse. Isabella sbatte gli occhi fino a mettere un po’ di lucidità nella sua testa. Mosse le labbra in un sorriso incerto, ma sincero e si rivolse al ragazzo. «Benvenuto, Edward, eravamo tutti molto ansiosi di conoscerti.» Edward si schiarì la gola per essere certo di aver ritrovato la voce prima di rispondere. «Non posso dirti quanto sia felice di trovarmi qui, non potrò mai ringraziarvi abbastanza.» I convenevoli vennero sostituiti da domande infinite da parte dei ragazzi a Edward mentre lui non trovava il coraggio di formularne alcuna; si sentiva già abbastanza fortunato ad essere lì con loro, non gli sembrava giusto approfittarne. Seth arrivò con una montagna di cibo che consumarono tra scherzi e risate. Fu esattamente come trovarsi coi suoi amici di sempre; aveva previsto una certa dose di imbarazzo, la freddezza tipica delle persone sconosciute, l’inevitabile soggezione subita davanti ai personaggi famosi, non si era aspettato la semplicità di un pranzo a base di sandwich tra amici, gli scherzi tra fratelli, i lanci di biscotti al burro e le risate… tante risate.Ad un certo punto, Edward si rese conto che mancavano poche ore all’inizio del concerto e nessuno sembrava curarsene. «Ma voi non dovreste provare o roba del genere?» Fu Emmett a rispondere. «No, noi non proviamo mai il giorno del concerto.» «Perché non la dici tutta: noi non possiamo provare.» La voce di Jasper risuonò un po’ aspra anche se rassegnata. Allo sguardo perplesso di Edward fu Bella a rispondere. «I nostri genitori non vogliono che passiamo il pomeriggio prima del concerto a provare, vogliono che distraiamo la mente, per non farci prendere dall’ansia credo. È tipo la sera prima di un esame, dopo aver passato tanto tempo a studiare che non si aprono i libri. È una regola che ci è stata imposta all’inizio e, siccome loro ci tengono particolarmente, continuiamo a rispettarla ancora adesso. È una piccola cosa per renderli felici e partecipi.» La malinconia arrivò prima che potesse bloccarla; come sarebbe stato avere due genitori da rendere fieri e felici? I ragazzi si resero conto del repentino cambio di direzione nei pensieri di Edward. Rosalie allungò una mano sfiorando la sua guancia. «Ehi, non c’è tristezza qui, vogliamo che tu passi una giornata felice, lontano da ogni pensiero o responsabilità. Non è molto, ma ci teniamo davvero.» Maledizione! Era da tanto tempo che non si sentiva tanto prossimo alle lacrime. «Mi state regalando il sogno più grande che si possa avere. Grazie, ragazzi.» Qualcuno attaccò una radio diffondendo nell’aria l’ultimo successo del momento. Tutti si alzarono andando al centro della sala scatenandosi nel ballo. Bella prese Edward per mano avvicinandosi agli altri e ballandogli intorno. I suoi movimenti lo affascinarono mentre i suoi occhi lo imprigionarono senza possibilità di evasione. Risero dei goffi movimenti di Emmett con Rosalie che gli ballava intorno con movimenti sensuali che stavano mandando il poveretto dritto al manicomio degli innamorati. Altre risate, altri sfottò e tanta allegria circondò i ragazzi. |
*** Capitolo 4 ***
Isabella ballava persa negli occhi verdi del ragazzo che le stava
difronte. Per tutto il tempo che le era stata seduta accanto, non aveva fatto
altro che ripetersi quanto fosse giovane, quanto fosse sbagliato desiderare
di sentire quelle labbra stupende vagare in tutto il suo corpo, quanto fosse
meschina ad immaginarlo nudo sopra di lei, altrettanto nuda, mentre spingeva
senza sosta dentro di lei eppure nessuno dei suoi irreprensibili discorsi
mentali riuscì a distoglierla dal fatto che quel ragazzo la eccitasse da
morire.
Merda! È da troppo tempo che non faccio sesso. Era quello. Doveva per forza essere quello il motivo per cui non pensava ad altro che prendere per mano quel giovane uomo, portarlo nella sua camera d’albergo e tenerlo chiuso la dentro per il resto dei suoi giorni… e fanculo al concerto. Fanculo al resto della sua carriera. Non le importava niente che non fosse lui. Doveva per forza era l’astinenza da sesso a farle fare quei pensieri. Peccato che il sesso in sé e per sé non fosse mai stato una componente essenziale della sua vita. Non era certo la prima volta che passava interminabili periodi senza trovare una valvola di sfogo diversa dalle sue dita nel buio di una camera e mai, nemmeno una volta, aveva avuto una reazione simile ad un uomo. Negli ultimo anni aveva incontrato migliaia di fans, ovviamente non con tutti aveva avuto incontri ravvicinati, ma erano stati organizzati diversi eventi in cui alcuni ragazzi avevano avuto la possibilità di stare con loro, anche per diverse ore; c’erano state interviste private con studenti di diverse parti del Paese allo scopo di raccogliere fondi, c’erano state allegria e risate, ma mai una reazione simile. In quel preciso istante stava faticando sette camicie per distrarre la mente, ma davanti agli occhi aveva sempre la stessa immagine: lei che allungava le braccia per allacciarle al collo del ragazzo, le sue dita che si intrecciavano sulla nuca per poi affondare i quei capelli ribelli, il suo viso che si avvicinava lentamente a quello bellissimo del giovane per concludere il suo viaggio unendo le labbra a quel delizioso peccato. In quel momento seppe come doveva essersi sentita Eva davanti alla mela proibita. Maledizione! Non era una quindicenne in preda agli ormoni, per dire la verità non lo era mai stata eppure non riusciva a controllarsi. La voglia di toccarlo era arrivata a livelli ingestibili, per questo l’aveva preso per mano avvicinandolo agli altri per ballare. Aveva avvertito una vera e propria scossa elettrica, la sua pelle era morbida e calda esattamente come l’aveva immaginata; i palmi leggermente ruvidi, tipici di chi non stava tutto il giorno con le mani in mano. E quel rossore soffuso sul viso… Dio! Avrebbe continuato a guardarlo per il resto della vita. Immaginò che espressione dovesse avere nel momento in cui raggiungeva l’orgasmo, il colore vivo della sua pelle, i suoni che sarebbero usciti dalla sua gola... «Bella? Ti senti bene?» La voce di Jasper la ricatapultò nella realtà ovvero in mezzo ad un enorme stanzone, di fronte ad un ragazzo che aveva occhi solo per lei e che la guardava come se sopra la sua testa ci fosse un enorme fumetto che proiettava nell’aria i suoi pensieri proibiti. L’imbarazzo avrebbe dovuto sommergerla, avrebbe dovuto sentire l’istinto di correre via e nascondersi in mezzo al nulla per non riemergere mai più, ma più guardava negli occhi verdi del ragazzo, più bramava che quei sogni ad occhi aperti divenissero realtà. Edward continuava a muoversi lentamente a dispetto della musica che incitava ritmi assai più sostenuti; non era in grado di distogliere lo sguardo da quella ragazza tanto affascinante. Mentre ballavano, lei aveva pian piano cambiato espressione, il suo respiro era diventato quasi ansimante, gli occhi erano lucidi, le guance si erano accese. Avrebbe giurato che fosse da un’altra parte in quel preciso istante, che stesse pensando a qualcosa di molto intimo e, per un solo attimo, pensò come avrebbe reagito se quella espressione fosse dedicata a lui.
Nel tempo che aveva trascorso coi ragazzi aveva capito davvero quanto
fossero speciali; Seth aveva ragione: quelle erano davvero persone
fantastiche. Inutile sottolineare che Bella l’aveva conquistato totalmente e
aveva definitivamente rapito il suo cuore. La domanda posta dal fratello
minore spezzò l’incantesimo tra loro.
«Sì, sì sto bene. Forse dovrei solo fermarmi un attimo a riprendere fiato.» Ma sarebbe bastato tutto l’ossigeno del mondo per farla uscire da quello stato di eccitazione? Rosalie sembrò l’unica a capire cosa stesse succedendo tra i due ragazzi e cercò di sviare l’attenzione attaccando bottone. «Edwrd, devi lasciarci il tuo numero di cellulare, quando mi hai chiamato risultava sconosciuto e non ho potuto salvarlo.» Il ragazzo sentì per l’ennesima volta il viso andargli in fiamme. Come spiegare che non possedeva un telefono tutto suo e aveva fatto quella chiamata da un apparecchio nella piazza davanti la chiesa senza apparire uno sfigato? Quale ragazzo non aveva un cellulare? Sfigato o meno le cose non cambiavano, lui non si era mai sentito inferiore ai suoi amici perché non poteva comprarsi le cose che avevano loro e non intendeva cominciare in quel momento solo perché si trovava davanti persone che avrebbero potuto comprare tutto ciò che desideravano. Sino a quel momento si era sentito accettato per quello che era, avrebbe preferito che non si entrasse in un argomento tanto delicato come le possibilità economiche, ma la domanda di Rosalie non era stata posta per metterlo in imbarazzo; era stata una richiesta normale, senza malizia né cattiveria e lui avrebbe risposto con altrettanta naturalezza. «Io non ho un cellulare. Vedo le persone che conosco praticamente tutti i giorni e se qualcuno ha bisogno di me chiama l’orfanotrofio. A dire la verità i miei amici piombano lì senza nemmeno chiamare, è una cosa che fa impazzire le monache, ma ormai ci hanno fatto l’abitudine.» concluse sorridendo. Alla fine era stato molto più semplice di quanto pensasse. Essere sé stessi era una delle prime cose che gli avevano insegnato i suoi genitori; non potersi permettere sempre il meglio era una cosa che aveva imparato sin da bambino. Suo padre non poteva comprare gli ultimi giochi in voga o tutte le altre diavolerie che piacevano tanto ai bambini che invece gli altri avevano e a lui non era mai pesato. Quando poi i suoi genitori erano mancati contemporaneamente il divario con il resto degli abitanti di Forks si era fatto ancora più netto, ma a lui non era mai importato. Aveva fatto tesoro degli insegnamenti che gli erano stati impartiti trasmettendoli anche alla sorella e ai piccoli che arrivavano all’istituto. Poteva affermare senza dubbio che avrebbe preferito una vita intera senza agi se solo avesse potuto avere ancora con sé l’amore che avvertiva ogni giorno nella sua casa prima di quella tragica sera. Si riscosse dai suoi pensieri quando si rese conto che tutta la band lo stava guardando, non con pietà, ma con ammirazione. Tutti avevano fatto caso alla naturalezza con cui affermava la sua povertà senza tuttavia cercare compassione e ne rimasero affascinati. Era semplice professare la generosità quando si poteva disporre di grandi risorse, era logico dare quando si aveva tanto - almeno per quanto era stato loro insegnato - era facile comportarsi da buoni samaritani quando ciò di cui ti privavi era una goccia in mezzo al mare, ma come avrebbe reagito ognuno di loro nell’eventualità di privarsi del poco che possedevano? Ognuno dei membri di quel famoso gruppo si chiese contemporaneamente come avrebbero vissuto se si fossero trovati nei panni di Edward: avrebbero rinunciato al proprio sogno per regalarne uno ad altre persone? Avrebbero anteposto la felicità dei piccoli ospiti dell’orfanotrofio se fossero stati loro stessi privi di sostegno? Nessuno trovò la risposta che cercava perché tutti avevano avuto la possibilità di vivere una vita differente. Erano sensibili ai problemi del mondo e sapevano di non poter trovare una soluzione per tutti, ma quel giovane uomo li aveva conquistati senza riserve. Aveva un cuore immenso pur rimanendo allegro e di compagnia e loro lo adoravano, tutti quanti indistintamente. Fu ancora Jasper a rompere l’incantesimo. «Tua sorella ha detto che suoni la tastiera e che conosci tutti i nostri pezzi.» Lui si voltò per guardarlo allontanando temporaneamente il suo sguardo dal viso di Bella. «Sì, è vero, ma non ho studiato, insomma… strimpello.» «Dai, facci sentire.» «Jasper!» Il tono di rimprovero di Rosalie non passò inosservato. Il più piccolo degli Swan sollevò gli occhi al cielo esasperato. «Ma che palle! Non è una scusa per provare prima del concerto, ok? Vorrei solo sentire Edward suonare. Non mi sembra un delitto, lo farà lui, non io. Sempre che voglia farlo.» «Io… ecco… non sono un granché… sì suono, ma lo faccio per i bambini.» «Beh, fingi che siamo alti mezzo metro e ti guardiamo adoranti e sarai perfetto.» La risata coinvolse tutti, ma nemmeno per un momento Edward pensò che lo stessero prendendo in giro soprattutto quando Emmett si inginocchiò in terra ciucciandosi un pollice e un Jacob quasi in lacrime rincarò la dose: «Ti manca solo la cuffietta di pizzo in testa e il pannolone azzurro.» «È vero, con un dente finto davanti e un sigaro in bocca potrebbe essere Baby Herman di Roger Rabbit.» «Sì, ma ha troppi capelli, lui aveva solo un ciuffetto sulla testa.» «Potremmo sempre rasarlo.» Pian piano le risate si smorzarono lasciandoli allegri e quasi doloranti. «Adesso però basta con le scemenze, anche io vorrei sentire Edward suonare.» «Rosalie, mi stavi molto più simpatica prima, lo ammetto. Se n’era quasi dimenticato!» «Niente storie, avanti, facci sentire.» Alla fine che male poteva fare? Al massimo si sarebbero fatti un’altra risata tutti insieme. Avvicinandosi a quello strumento si sentì quasi in soggezione. Non aveva mia visto niente di più perfetto. Jasper attaccò la presa di corrente e lui avvicinò le dita ai tasti praticamente immacolati. Steccò malamente le prime note e ritrasse le dita col volto in fiamme. «È normale, non ti conosce. Fai qualche accordo per prendere confidenza.» Rosalie lo tolse dall’impiccio per l’ennesima volta, lo guardava sempre con una dolcezza disarmante. Sarebbe stata una mamma meravigliosa. Isabella non aveva pronunciato più nemmeno una parola, ma non lo lasciava mai con lo sguardo. Si sentiva molto turbata da quello che stava provando, era tutto talmente nuovo per lei! Edward fece come gli era stato consigliato trovando ben presto un certo feeling con lo strumento. Quando si sentì abbastanza sicuro, si rivolse ai ragazzi per chiedere cosa preferissero. «Posso provare con una delle vostre? Sono quelle che conosco meglio.» Finalmente Bella decise di tornare tra loro rispondendo per tutti. «Saremmo felici di sentire una delle nostre canzoni suonate da te.» Accompagnò la frase con il suo sorriso più sincero. Edward, emozionatissimo, fece un bel respiro, chiuse gli occhi e attaccò con uno dei loro successi più noti. Dopo un intero minuto in cui si sentivano solo i suoni prodotti da quelle abili dita, la voce di Jacob infranse quella perfetta armonia. «Cazzo!» Fu solo un sussurro, ma bastò a mandarlo quasi nel panico. Edward aprì gli occhi sollevando contemporaneamente le mani dalla tastiera convinto di aver eseguito il pezzo da schifo. Mortificato abbassò gli occhi al pavimento pentendosi di essersi spinto a tanto. Ma cosa gli diceva la testa? Davvero credeva di poter fare bene davanti ai suoi idoli? Che stupido era stato! «Continua… per favore.» La dolce voce di Bella giunse alle sue orecchie come un sussurro. Sollevò lo sguardo sul suo viso perdendosi ancora nei suoi occhi. «Sei incredibile. Hai un talento naturale.» «Accidenti, Edward, sei una forza!» Anche Jasper si unì agli altri mentre Emmett e Rosalie si lanciarono uno sguardo d’intesa e ammirazione nei confronti del ragazzo. «Suona ancora, Edward. Scegli quella che preferisci, ma facci sentire ancora quello che sai fare.» Rinfrancato dalle loro parole e orgoglioso di averli stupiti portò nuovamente le dita allo strumento per ricominciare a suonare. Un lampo passò nella sua mente con l’idea che lo stessero sfottendo, ma lo accantonò alla svelta; da quel poco che aveva capito di loro, non avrebbero mai fatto una carognata simile a nessuno. Cambiò canzone esibendosi in un pezzo molto ritmato; Bella si ritrovò come da bambina ad accompagnarlo come faceva con suo fratello, senza cantare realmente, solo emettendo il suono con la bocca chiusa. Guardava quelle mani muoversi sicure sulla tastiera chiedendosi, per l’ennesima volta, che effetto avrebbe fatto sentirle sulla pelle; sembravano così forti e nervose, eppure avevano stretto la sua con delicatezza quando l’aveva toccato. Nessuno ebbe da ridire quando Jasper imbracciò la sua chitarra per accompagnare Edward; il ragazzo sollevò la testa incrociando gli occhi dell’altro che gli fece un piccolo cenno con la testa per incitarlo a non fermarsi. Dopo pochissimo si udì l’accompagnamento ritmato delle bacchette che battevano tra loro, ma Emmett amava troppo suonare per accontentarsi di quello; si accomodò alla batteria dando sfogo alla sua passione. Inutile specificare che anche Jacob non perse tempo per accodarsi. Rosalie li guardò severamente per quel poco che le occorse per rendersi conto che le labbra di Bella non erano più chiuse e la ragazza cantava con tutta sé stessa. Passarono da una canzone all’altra senza mai fermarsi con una facilità incredibile; sembrava che avessero provato insieme centinaia di volte e nemmeno una volta andarono fuori tempo o si incepparono in qualche passaggio. Edward stentava a credere a ciò che gli stava capitando; ogni minuto che passava con loro aumentava il suo stupore e la sua gioia. Stava davvero suonando con la sua band preferita? Era davvero a lui a cui tutti stavano sorridendo increduli? Era davvero su di lui che gli occhi di Bella vagavano incessantemente? Quando alla fine Rosalie li fermò proponendo di fare merenda tutti accettarono con entusiasmo anche perché non avrebbero cenato prima del concerto quindi intendevano rimpinzarsi a dovere. Seth, accompagnato da un ragazzo che Edward non aveva visto prima, ricomparve come per magia portandosi dietro panini, caffè, bevande varie e dolci di tipi diversi. Nel bel mezzo di un mega boccone Jasper, con l’entusiasmo tipico della sua giovane età, sputacchiò - insieme a parecchie briciole - una domanda che lasciò tutti esterrefatti: «Perché non suoni con noi oggi, Ed?» Edward rischiò seriamente di soffocare, strabuzzò gli occhi aspettandosi le risa di tutti, ma temendo allo stesso tempo che stesse parlando seriamente. Fu il resto del gruppo a rispondere al suo posto con un sonoro e quasi sincronizzato: «Jasper!» «Che c’è?» «Che significa che c’è? Non puoi invitarlo a suonare con noi, razza di decerebrato.» «E perché mai?» Rosalie si pizzicò il naso nel punto in cui incontrava gli occhi, prese un respiro profondo e si preparò ad una discussione noiosa quanto inutile. «Jasper, ti rendi conto che la tua proposta è leggermente avventata, vero?» «Non vedo perché. Edward è un fenomeno, conosce tutti i nostri pezzi quasi li avesse scritti lui e se a lui fa piacere non trovo una ragione al mondo per cui non debba esibirsi con noi oggi.» «E non credi che avresti dovuto almeno consultarci prima di proporgli una cosa simile? Non è una decisione che puoi prendere da solo.» «Ok, ve lo sto chiedendo adesso. È lo stesso, no?» «No, non è lo stesso.» «Siete assurdi, questa discussione non ha senso.» Edward era terribilmente mortificato da quel discorso. Le voci dei ragazzi si rincorrevano, i toni si alzavano e lui avrebbe voluto scomparire in quello stesso istante. «Prima di passare alle mani, forse dovremmo chiedere a Edward cosa ne pensa.» Bella si intromise con molta calma a quella discussione alla quale non aveva ancora partecipato. Tutti gli occhi si puntarono su di lui finchè Emmett non decise di rompere quel momento di silenzio. «Mi spiace, ma non è Edward che deve decidere. Non possiamo farlo, potrebbero esserci problemi.» «Sei ridicolo! Che cavolo vuoi che succeda?» «Potrebbe farsi male, per esempio.» «Ci metti venti secondi a chiamare Mack e fargli una polizza per questa sera.» «E se si blocca sul palco? Che facciamo se non riesce a suonare davanti a tutta quella gente?» «Suona tutte le domeniche in chiesa, non è poi così differente.» «Vuoi paragonare le persone che stanno dentro una chiesa con quelle che saranno presenti questa sera? Stai parlando della comunità di Forks non dell’Angelus tenuto dal Papa in piazza San Pietro.» «E se anche si blocca? Anche io mi sono inchiodato la prima volta, e con questo? Non mi sembra che mi abbiate tagliato un braccio quando la chitarra ha attaccato a metà canzone.» «Jasper… è differente.» «Infatti è molto meglio. Nessuno conosce il nuovo sound con la tastiera e nessuno se ne accorgerebbe se non dovesse attaccare mai.» Per quanto imbarazzato da tutto quello che stava succedendo a causa sua, Edward si intromise per tentare di quietare gli animi. «Ragazzi, vi prego basta. Jasper, ti ringrazio con tutto il cuore per la generosa offerta, ma Emmett ha ragione. Ci sono mille e più motivi per cui questa cosa non va bene.» «Scusa, Edward. Ormai avrai capito che mi piaci parecchio, piaci a tutti noi, ma il concerto…» «Non è necessario che nessuno di voi si giustifichi. Non ho nessuna preparazione e potrei davvero farvi fare una pessima figura, quindi propongo di tornare a questi panini squisiti e lasciare perdere questa idea strampalata… senza offesa, Jasper.» «Siete voi quelli strampalati, non la mia idea. Poteva essere il concerto migliore dell’anno, ma “non si può rischiare”, giusto Emm?» «Finiscila, Jasper, sono ancora in grado di darti qualche schiaffone se necessario.» Jasper si rivolse a Edward e Bella mimando la sorella maggiore e facendo l’occhiolino a entrambi che risposero sorridendo. Alla fine la discussione venne accantonata a favore di argomenti meno spinosi e decisamente più rilassanti. Edward si redarguì più volte nell’arco del pomeriggio perché nonostante l’idea fosse assolutamente improponibile non riuscì a fare a meno di pensare come sarebbe stato bello trovarsi con loro sul palco a suonare per tutte quelle persone. L’ora del concerto si avvicinò sin troppo velocemente e tutti insieme si trasferirono in albergo per prepararsi. Nel giro di pochissimo, quei ragazzi tanto sicuri e navigati, divennero nervosi e spauriti come se quella della serata fosse la loro prima esibizione. Rosalie faceva del suo meglio per incoraggiarli, ma Emmett continuava a camminare nervosamente avanti e indietro, Jacob si passava salviette profumate su tutte le parti raggiungibili del corpo come se quei foglietti di carta umida fossero in grado di scacciare il demonio, Bella si mordeva incessantemente le unghie, Jasper ingurgitava acqua a più non posso mentre la sorella tentava di convincerlo a smetterla se non voleva rischiare di farsela addosso prima della prima pausa. Edward li guardava timoroso, ma soprattutto ammirato; si chiedeva come avrebbe reagito lui se si fosse trovato in quella situazione. Probabilmente se la sarebbe fatta sotto anche senza l’acqua, ma sarebbe stato bello vivere un’esperienza simile, anche solo per una volta nella vita. Un secondo prima di entrare in scena l’atmosfera cambiò come per magia; tutti fecero grandi sorrisi rilassati, si batterono sulle mani, si incitarono con parole scaramantiche e risero tutti insieme. Prima di salire sul palco Bella si avvicinò a Edward, gli prese le mani tra le sue e lo guardò dritto negli occhi. «Mi sarebbe piaciuto averti sul palco con noi.» gli disse ad un soffio dalla bocca, poi si avvicinò e gli diede un piccolo bacio appena al lato delle labbra. Edward sentì la pressione sanguigna andare alle stelle, ma si costrinse a non mettersi a saltare per tutto il posto a lui concesso. Bella entrò in scena accompagnata da un boato immenso; aveva sempre amato essere acclamata, essere amata dai giovani che andavano ai loro concerti solo per sentirli suonare e cantare eppure quella sera la sua mente era altrove. Il suo corpo era lì, ma il suo cuore e la sua anima erano rimasti dietro il grande tendone con un ragazzo che conosceva da poche ore. Non voleva spingersi tanto con lui, per tutto il giorno aveva resistito alla brama che sentiva nei suoi confronti, ma non era riuscita a fermarsi quando si erano trovati soli a pochi centimetri di distanza. Era stata ipnotizzata da quegli occhi dal primo istante e voleva sentire quelle labbra sulle sue dal momento dopo averlo conosciuto. Non era arrivata a tanto, ma anche quel piccolo bacio rubato era stato sufficiente a renderla euforica e sovreccitata. Fu un concerto fantastico. I ragazzi diedero il massimo rendendo speciale ogni pezzo mentre Edward li ascoltava felice come non si era mai sentito. Quando alla fine tornarono in albergo l’eccitazione era talmente alta da non lasciare spazio a null’altro. Passarono il resto della notte in fermento finché l’adrenalina calò lasciandoli liberi di dormire qualche ora; nonostante avessero tutti delle meravigliose camere, dormirono tutti nella stessa stravaccati dove capitava, tranne Rose e Emmett che si impadronirono del letto principale. Quando si svegliarono era già molto tardi, Edward avrebbe dovuto tornare a casa di lì a poche ore. Sarebbe stato strano riprendere la sua vita di sempre. Naturalmente la colazione saltò, si fecero portare del cibo in camera e mangiarono tutti insieme come il giorno prima. I coniugi Swan sarebbero arrivati in serata; loro non assistevano mai ai concerti dei figli, sostenevano di sentirsi troppo emozionati e non volevano che i ragazzi si sentissero in soggezione pensando di avere i genitori come spettatori. Edward non sarebbe riuscito ad incontrarli perché sarebbe ripartito con Seth prima del loro arrivo. Dopo aver mangiato si fecero tutti intorno al ragazzo ognuno con un gran sorriso sulle labbra. Rosalie si fece avanti con un pacchetto tra le mani. «Non ti abbiamo ancora dato il nostro regalo di compleanno.» Edward scoppiò in una risata al limite dell’isteria. «Stai scherzando? Mi avete fatto il regalo più bello che avrei mai potuto immaginare.» «Forse, ma vogliamo che abbia qualcosa che ti ricordi noi.» «Ogni cosa che farò in ogni momento a venire mi ricorderà voi, mi avete regalato ben più di qualcosa di materiale.» Si sentiva tristissimo a doverli lasciare. «Vorremo…» «Avanti, Ed, poche storie. Quel regalo è per te, accettalo senza tante cerimonie.» Emmett e la sua solita delicatezza! Edward prese il pacchetto e lo scarto; l’euforia scomparve quando vide all’interno della scatola un telefono cellulare di ultima generazione. Il sorriso che lo aveva accompagnato per tutto il tempo in loro compagnia scomparve lasciando una sensazione di vuoto. Razionalmente sapeva che quel gesto era stato fatto col migliore degli intenti, ma niente riuscì a non farlo sentire inferiore. Fece un passo indietro allungando le braccia davanti a se in un chiaro invito a riprendere il regalo. «Grazie, ma non posso accettare.» «Che significa che non puoi accettare? È tuo.» «Non ho bisogno di un telefono, vi ho già spiegato che le persone che conosco le vedo tutti i giorni e se vogliono possono chiamarmi all’orfanotrofio. Non mi serve altro.» «Sappiamo che puoi sentirli quando vuoi, ma non puoi sentire noi quando vuoi né noi possiamo sentire te.» Jacob si fece avanti mettendogli una mano sulla spalla. «Non vogliamo perderti adesso che ti abbiamo trovato. Sei importante per tutti noi.» Anche Bella fece un passettino avanti per trovarsi davanti al ragazzo. «Abbiamo già inserito i nostri numeri, devi solo tenerlo e potremmo sentirci quando vogliamo. Non vuoi restare in contatto con noi?» Oh, Bella. Starei con te in ogni momento della mia vita. «Sì, sì lo desidero. Scusate se ho avuto questa reazione, non sono abituato a ricevere regali tanto preziosi. Accetto il vostro regalo con immensa gratitudine.» Rosalie lo fece ruotare leggermente per averlo di fronte, gli accarezzò una guancia e lo baciò sulla fronte. «Siamo noi ad essere grati per averti conosciuto, Edward. Sei tu ad averci fatto un regalo immenso.» Si abbracciarono tutti con calore promettendo di sentirsi presto. Edward temeva che in realtà non li avrebbe mai più sentiti perché non avrebbe avuto il coraggio di chiamarli e loro, di sicuro, avrebbero avuto pensieri ben più pressanti di lui. Seth lo stava già aspettando in macchina quando si diresse agli ascensori per andare giù. La porta della camera dei ragazzi si riaprì, lui si girò sorpreso vedendo Bella fuori dalla porta. «Ti accompagno giù.» «Grazie, ma non devi disturbarti. Fa freddo e tu non hai nemmeno indossato la giacca.» «Non importa, resterò dentro l’ascensore.» Quando le porte si richiusero lui si voltò a guardarla. Era così bella! Nessuna donna era paragonabile a lei. Si persero ancora uno negli occhi dell’altra finché Bella non coprì la distanza che li separava, sollevò le braccia come aveva immaginato di fare dal primo momento allacciandole al suo collo e, finalmente, unì le loro labbra. Fu un bacio pieno di tenerezza, un semplice sfiorarsi eppure entrambi annegarono in esso. Quando le porte si aprirono fecero un passo indietro. Gli occhi di Edward erano carichi di rimpianto per una storia che non sarebbe mai stata possibile, quelli di Bella… Edward non riuscì a decifrarli, ma sembravano promettere tanto. «Addio, Bella.» «Arrivederci, Edward.» Il ragazzo restò davanti all’ascensore finché le porte non si chiusero poi chiuse gli occhi, si toccò le labbra e sospirò. All’interno della cabina, Isabella faceva gli stessi identici gesti. Edward entrò in macchina triste per questa partenza, ma grato oltre ogni dire per ogni singolo momento passato con loro. Seth lo guardò capendo immediatamente il suo stato d’animo. Non disse niente rispettando il suo silenzio. Il viaggio di ritorno fu molto differente dall’andata, Edward era completamente immerso nei ricordi di quanto aveva vissuto, voleva stampare nella sua mente ogni attimo ripercorrendolo più e più volte. Quando arrivarono a Forks era ormai buio, si fermarono alla caffetteria di Sam prima che il suo accompagnatore riprendesse la strada. Si salutarono fuori dall’orfanotrofio con la promessa di sentirsi presto. Quando chiuse le grandi porte alle sue spalle, Edward sentì un peso mai sentito sul cuore, il silenzio regnava sovrano nell’istituto, ma lui sapeva che la Madre Superiora lo aspettava. Entrò nel salottino stampandosi sul viso un sorriso forzato, salutò la monaca, le fece un breve sunto della sua avventura e poco dopo si scusò dicendo di essere stanco e di voler andare a dormire. Nella sua stanza si spogliò, si distese sul letto e prese il suo nuovo telefono; lo mise in modalità silenziosa e chiuse gli occhi sperando di addormentarsi subito. Dopo poco il telefono si illuminò comunicando l’arrivo di un messaggio. Edward fece scorrere la freccia e guardò di chi fosse. Isabella. Lo aprì e rimase a guardare quelle poche parole: “mi manchi”. Pensò tanto a cosa scriverle in risposta, ma, alla fine, l’unica cosa che gli venne in mente fu la verità quindi digitò semplicemente: “anche tu”. Si addormentò sognando di trovarsi ancora con loro, di avere una vita differente, di poter dare a sua sorella un futuro certo e senza privazioni. Era bello sognare, ma la realtà era molto diversa e lui avrebbe dovuto faticare tanto per raggiungere gli obiettivi che si era prefissato; avrebbe lottato e sarebbe riuscito anche se una parte di lui sarebbe rimasta per sempre dentro quell’ascensore. |
*** Capitolo 5 ***
Tre interminabili giorni erano trascorsi da quell’incredibile week and
passato con gli Starlight . Edward aveva partecipato attivamente alla
preparazione dell’istituto per il Natale; qualunque cosa per distogliere
l’attenzione, seppur temporaneamente, dalla nostalgia che provava ogni volta
che ripensava ai suoi nuovi amici. Addobbi riciclati, luci mezzo
fulminate, festoni ormai logori erano stati sistemati in ogni dove. L’atmosfera
era elettrizzata come in ogni famiglia che sia degna di questo nome, i
bambini non stavano più nella pelle in attesa della mattina in cui avrebbero
aperto i doni portati da Babbo Natale. Le monache, alla fine, erano riuscite
a comperare un dono per tutti, grandi e piccoli; Edward era ansioso di vedere
le loro faccette felici.
Non gli sembrava ancora vero che un gesto che lui aveva considerato la cosa più naturale da fare gli avesse regalato un’esperienza unica nella vita. Non avrebbe mai immaginato di poter avere tanto per un semplice gesto a favore dei suoi fratellini; per quanto potesse dispiacergli non andare al concerto, lui ci avrebbe rinunciato senza ripensamenti perché amava ognuno di loro e invece… Tutti i membri del gruppo, alternativamente, l’avevano chiamato in quei giorni; volevano sapere come era andato il viaggio di ritorno, come stavano i piccoli, come se la passava lui, se era stato bene con loro. Incredibile che si facessero certe domande. Come potevano dubitarne quando gli avevano fatto passare le giornate più belle della sua vita? Edward si era emozionato tantissimo ogni volta che il telefono aveva suonato rivelando il chiamante attraverso il nome sul display e la melodia che loro stessi avevano attribuito al loro contatto, una diversa per ognuno di loro. L’unica melodia che non aveva sentito era quella associata al nome di Bella. Lei non l’aveva chiamato in quei giorni, gli aveva inviato qualche messaggio ponendogli sostanzialmente le stesse domande degli altri. Il ragazzo era terrorizzato dall’idea di attaccarsi a loro; temeva che entro breve si sarebbero stancati di stargli dietro, lui avrebbe sofferto e non poteva permetterselo, non con quello a cui doveva pensare. Non sapeva quanto sarebbe durato il loro interesse per lui e doveva essere emotivamente preparato al loro abbandono. Dopotutto erano passati solo pochi giorni, forse poteva essere normale che continuassero a chiamarlo, ma per quanto l’avrebbero fatto? Quanto tempo gli sarebbe occorso per dimenticarsi del povero orfanello che aveva passato con loro alcune preziosissime ore del loro tempo? Entro quanto tempo le loro menti sarebbero state assorbite dalle loro entusiasmanti vite? In quei giorni aveva passato quanto più tempo possibile coi suoi vecchi amici. Aveva assoluta necessità di ricalibrare la sua mente, doveva smettere di pensare a loro e tornare alla sua solita vita; peccato che i suoi amici gli avevano fatto, e continuavano a fargli, il terzo grado sulla sua incredibile vacanza. Era prevedibile che succedesse, solo sperava che dopo il primo momento di comprensibile curiosità, la cosa si sgonfiasse velocemente. Jessica l’aveva tampinato stretto in quei giorni, forse temeva che l’aver conosciuto una vera celebrità l’avrebbe relegata nel dimenticatoio. La realtà era che, per Edward, lei non era mai stata niente di più che una piacevole compagnia e un’occasione per allietarsi a vicenda quando capitava. Edward non aveva mai provato per lei sentimenti d’amore, provava affetto, sì, ma niente più di quello che provava per il resto dei suoi amici d’infanzia. Adesso che aveva conosciuto Bella, poi, non era più nemmeno attratto dal lato fisico del loro rapporto. Si chiedeva quanto avrebbe impiegato a dimenticarsi di quel bacio tanto dolce quanto incandescente che si erano dati in ascensore e se mai sarebbe successo. Ormai si era fatto davvero tardi, la mattina seguente avrebbe dovuto alzarsi di buon ora, prima che una banda di bambini scatenati corressero nella sala per accaparrarsi un pacchetto da aprire per poi recarsi alla funzione di Natale. Si trovava ancora lì a sistemare gli ultimi regali insieme alla Madre Superiora. Fece un sospiro rassegnato, il corpo presente, la mente totalmente assente. Stava per lasciare la sala quando la monaca gli toccò il braccio per farlo voltare verso di lei. «Mi piacerebbe bere una tazza di the prima di andare a letto, ti andrebbe di farmi compagnia?» Edward non aveva molta voglia di fare conversazione, ma amava quella donna e non sarebbe mai riuscito a negarle niente. Si spostarono in cucina, il ragazzo si offrì di occuparsi della preparazione facendola accomodare; la suora lo osservava mentre si affaccendava sicuro nella grande cucina. Amava tutti i suoi ragazzi, ma aveva sempre provato un attaccamento particolare per lui e sua sorella. Non sapeva esattamente da cosa fosse dettata questa sua preferenza, forse il fatto di conoscerlo da prima che fosse trasferito nell’istituto, forse per i suoi modi impeccabili già in tenera età, forse perché era lui che emanava amore per tutti quelli che conosceva o perché da subito si era distinto per le cure che prestava un po’ a tutti. Sta di fatto che lei aveva un debole a stento celato per quel giovanotto bellissimo e con un cuore immenso. Quando le due tazze furono posate sul bancone, Edward si accomodò di fronte a lei cominciando a soffiarci dentro prima di avvicinarla alle labbra. «Cosa c’è che non va, Edward?» Il ragazzo si irrigidì per un momento prima di rispondere. «Niente, Madre, non è buono il the? Credo che la miscela che usavamo prima fosse migliore, ma anche questa non mi dispiace.» «Non sto parlando del the, Edward. Sai a cosa mi riferisco.» Non cercò nemmeno di dissimulare il sospiro che sentiva nascergli dal petto mentre le spalle si incurvavano e lo sguardo si abbassava. Quella donna lo conosceva troppo bene per provare ad ingannarla e, a dirla tutta, non ne aveva né la forza né l’intenzione. Sentiva la necessità di confidarsi con qualcuno e la monaca era la persona migliore e più saggia che conoscesse. Nemmeno per un attimo aveva pensato di parlarne coi suoi amici, non avrebbero capito e l’avrebbero preso in giro a vita. «Non lo so, Madre, non ne sono sicuro nemmeno io.» «Di cosa non sei sicuro?» «Di quello che provo. Ho vissuto l’esperienza più bella della mia vita, quei ragazzi sono stati meravigliosi con me, mi hanno fatto sentire talmente bene che per un attimo ho dimenticato tutto il resto, ma adesso…» «Vai avanti.» «Sento dentro un vuoto profondo, è come se mi mancasse una parte importante di me.» «Il cuore?» Come sempre la suora aveva colto nel segno; aveva capito tutto prima ancora di lui. «Il cuore? No. Non può essere, non è possibile, io non…» La donna allungò una mano per afferrare quella del ragazzo posata stancamente sul bancone. «Perché dici questo? Non pensi che quella ragazza possa essere importante per il tuo futuro? Non credi nell’amore, Edward?» «Certo che ci credo, ma non così. Non si può amare una persona che si conosce appena; ci deve essere attrazione, complicità, è necessario frequentarsi, parlare e poi ci sono tante altre cose: vedersi spesso, passeggiare insieme, tenersi per mano, tutto il corteggiamento tipico dell’innamoramento. Non c’è stato niente di tutto questo, non posso essere innamorato di lei.» «Vorresti dirmi, allora, che sei innamorato di Jessica? Con lei hai passato molto tempo, siete usciti insieme, avete passeggiato per la città, e molte altre cose…» Il viso di Edward divenne porpora in pochi attimi. «Jessica… ecco, non credo che… insomma noi… non è che siamo…» Com’è che le donne della sua vita erano a conoscenza della sua vita amorosa? Prima sua sorella adesso la Madre Superiora… veramente molto imbarazzate. «Ho parecchi anni più di te, Edward e ho dedicato la mia vita al Signore, ma questo non vuol dire che non sia un essere umano come gli altri o che non abbia conosciuto il mondo prima di entrare in convento. Adesso dimmi: perché credi che non possa essere amore quello che provi?» «Perché significherebbe la mia distruzione. Non posso innamorarmi di Isabella, lei non appartiene al mio mondo, sono solo un fan qualunque. Non potrebbe mai amarmi.» La donna strinse forte le sue mani puntando il suo sguardo dritto nei suoi occhi. «Sai, Edward, qualche volta il Signore trova dei modi molto differenti per indicarci la via: alcune volte la nostra strada è già tracciata davanti ai nostri occhi e dobbiamo solo percorrerla, altre dobbiamo passare attraverso sofferenze molto grandi, talmente dolorose da dubitare di riuscire a superarle, ma arriva un momento in cui tutto appare finalmente chiaro. In questo momento, forse, non ti sembrerà possibile, ma se Isabella è destinata a te, troverete il modo per vivervi come è stato deciso.» «Grazie, mam…dre.» La monaca strinse appena gli occhi, commossa dal suo lapsus, senza mai abbandonare i suoi. «Sono talmente fiera di te, Edward! Nel corso degli anni ho detto addio a tanti figli e ognuno di loro si è portato via un pezzetto del mio cuore, ma quando tu e tua sorella lascerete questa casa sarà veramente dura per me. Ti voglio bene, ragazzo mio, meriti di avere una vita piena di felicità e sono assolutamente certa che l’avrai.» Rimasero in silenzio per parecchio tempo immersi in pensieri differenti: Edward era convinto che la suora parlasse più per amore che per reale convinzione, la monaca pensava alla sorpresa che il ragazzo avrebbe avuto il giorno seguente; non aveva intenzione di svelargli niente, si sarebbe goduta la sua gioia e l’avrebbe serbata nel cuore per ricordarla quando non sarebbe più stato lì con loro. «Adesso è meglio se andiamo a riposare un po’, domani abbiamo una giornata impegnativa, non sarà facile tenere a bada quella banda di piccoli teppisti.» «È vero, saranno eccitatissimi. Sarà dura portarli alla funzione. Buonanotte, Madre e… grazie.» «Buonanotte, Edward. Dormi sereno, domani andrà meglio.» Il ragazzo sorrise dolcemente e si diresse nella sua stanza. La monaca si attardò ancora qualche minuto nel silenzio innaturale che regnava quando i piccoli si addormentavano. Era strano non sentire tutte quelle vocette rincorrersi senza sosta. Alcune volte le capitava di chiedersi cosa avrebbe fatto se il Signore non l’avesse chiamata a servire la sua Chiesa; pensava a come sarebbe stata la sua vita se avesse conosciuto l’uomo giusto con cui sposarsi e avere dei figli da crescere e amare, poi guardava indietro e rivedeva tutte le piccole creature che aveva aiutato ad essere felici e che, ognuno a modo suo, le avevano donato una parte di sé e capiva che per niente al mondo avrebbe cambiato un solo giorno tra tutti quelli che aveva passato; nemmeno quelli in cui aveva dovuto vivere lo strazio di fanciulli innocenti che avevano sofferto troppo e troppo presto. Dopo poco anche lei si ritirò, sulle labbra un bel sorriso di anticipazione. A Seattle, Isabella guardava il soffitto della sua camera d’albergo stringendo nella mano il cellulare. Mille volte aveva provato a chiamare Edward e ogni volta aveva rinunciato, non sarebbe riuscita a parlargli senza rivelargli che presto si sarebbero rivisti. Non si era mai sentita tanto emozionata in vita sua, il cuore le batteva all’impazzata mentre nella testa le immagini si rincorrevano senza sosta. Sarebbe stato contento di rivederli? Sarebbe stato contento di rivedere lei? Detestava l’idea di dover aspettare tutta la notte e parte della mattina seguente prima di poterlo incontrare ancora. Gli ultimi tre giorni le erano sembrati infiniti, nonostante avessero avuto tutti un gran da fare lei non pensava ad altro che al momento in cui sarebbe annegata in quel mare calmo e meraviglioso che erano i suoi occhi. Non aveva idea di come avrebbe gestito quella situazione, sapeva solo di non poter rinunciare a lui. Ci aveva pensato tanto in quei giorni e si era resa conto di non aver mai provato niente di nemmeno lontanamente simile per nessuno prima di allora. Quando sua madre aveva contattato la Madre Superiora comunicandole la loro intenzione di aiutare l’istituto in ogni modo possibile, la monaca aveva accettato con gratitudine senza domandare in cosa consistessero questi aiuti, la cosa che le premeva sapere era cosa intendessero fare nei confronti dei fratelli Cullen, come se sapesse qualcosa che nessuno di loro ancora conosceva. Sua madre le aveva riferito che aveva sentito una connessione particolare con la monaca e che era sicura che fosse una persona speciale che amava profondamente tutti i suoi ragazzi. Lei invece si sentiva una pessima persona, non faceva che pensare a come convincere un ragazzo giovanissimo ad abbandonare tutta la sua vita per seguirla in una girandola infinita di impegni. Come poteva essere tanto egoista? E come era possibile che in poche ore si fosse perdutamente innamorata di un uomo mai visto prima? Rosalie e Emmett avevano impiegato parecchio tempo a rendersi conto che il sentimento che sentivano l’uno per l’altra andava oltre l’affetto fraterno; Jacob le aveva raccontato di una volta in cui era convinto di essere innamorato di una ragazza, ma il sentimento si era poi rivelato tutt’latro che profondo; Jasper si divertiva a cambiare ragazza con la stessa velocità e naturalezza con cui cambiava i calzini anche se metteva subito in chiaro di non avere intenzioni serie quando faceva una nuova amicizia e lei? A lei non era mai capitato di sentire una connessione particolare con un uomo… fino a qualche giorno prima. Tempo addietro ne aveva anche parlato con sua madre. Le sembrava assurdo che tutte le ragazze si entusiasmassero continuamente per ragazzi diversi mentre lei aveva passato l’adolescenza con la testa tra le nuvole o, meglio, sui testi delle canzoni. La sua prima volta era stata disastrosa, quelle dopo non molto meglio tanto che aveva cominciato a credere che ci fosse qualcosa di sbagliato in lei. Per fortuna era arrivato Jacob a farle cambiare idea, con lui era stato fantastico anche se non era scoccata la famosa scintilla. La madre non si era scomposta davanti ai suoi dubbi, le aveva semplicemente detto che quando avrebbe incontrato la sua metà l’avrebbe riconosciuta e non avrebbe più potuto fare a meno di lui. Isabella aveva pensato che la madre le avesse dato una risposta preconfezionata per tranquillizzarla senza realmente crederci, ma dopo essersi scontrata con gli occhi di Edward aveva cominciato a credere che forse non era poi tanto campata in aria. Si passò le mani sul viso strofinandole forte. Come poteva chiedergli di lasciare tutto per seguirla? Come poteva pretendere che provasse per lei gli stessi sentimenti che sentiva lei nel profondo dell’anima? Forse la trovava affascinante, dopotutto aveva risposto al suo bacio, ma amarla? Non si poteva costringere qualcuno ad amare. Forse, però, se avessero passato del tempo insieme anche lui avrebbe potuto innamorarsi di lei come era successo ai suoi fratelli. Si addormentò all’alba, felice per la giornata che l’attendeva, ma disperata all’idea di dovergli dire addio se le cose non fossero andate come sperava. Edward aprì gli occhi sorridendo, lo scalpiccio di piccoli piedini e bisbigli tutt’altro che silenziosi gli riempivano il cuore come nient’altro o, perlomeno, niente che potesse avere. Il pensiero di Isabella gli riempiva ogni angolo della testa, ma la consapevolezza di non avere nessuna possibilità con lei era troppo deprimente per pensarci quindi era molto meglio dedicarsi ai piccoli scalmanati che tentavano di avvicinarsi ai regali senza fare rumore piuttosto che alle sue pene d’amore. Si alzò molto più silenziosamente dei bambini avvicinandosi di soppiatto. Li trovò con gli occhi brillanti ad ammirare la piccola montagnola di doni che li attendeva. «Cosa state combinando?» Il tono severo unito al loro del tutto immotivato senso di colpa li fece sussultare e voltarsi con gli occhi sbarrati. Edward tentò di atteggiarsi in modo severo e autoritario, ma le loro faccette tetre lo indussero a scoppiare in una risata di cuore. «Edward! ci hai fatto prendere un colpo.» Il piccolo Josh, il più audace di tutti, si fece avanti fingendo di volerlo colpire mentre gli altri rimasero indietro a torcersi le mani non ancora del tutto convinti che si trattasse di uno scherzo. Il ragazzo li guardò dolcemente. «Avanti giovanotti, andate a fare colazione, aspettiamo la Madre Superiora e poi apriamo i regali, va bene?» Un “sì” generale fece eco alla sua proposta. Dopo la colazione, Edward mantenne la promessa portandoli tutti ad aprire i regali. Era come avere tanti piccoli fratellini e sorelline a cui badare, le suore lasciarono a lui il compito di seguirli in questo compito gioioso e lui se lo godette sino in fondo. Alla fine fecero appena in tempo a prepararsi e arrivare in chiesa per la funzione di Natale poco prima dell’inizio. Edward si accomodò come sempre all’organo e accompagnò i suoi concittadini. Dopo pranzo i più grandi collaborarono tra loro per riordinare mentre i piccoli sonnecchiavano nel salone. Nello stesso momento fuori dall’istituto un superattrezzato furgone bianco posteggiava silenziosamente. I componenti della famosa band scesero tutti insieme accompagnati dai coniugi Swan. C’era un gran fermento in ognuno di loro, tutti erano ansiosi di rivedere il loro giovane amico, Isabella più degli altri sentiva il cuore galoppare senza sosta nell’attesa. Il grande portone venne spalancato per far entrare i nuovi arrivati; a chiudere la file un Emmett vestito di rosso con tanto di cappello rosso e barba bianca con in spalla un enorme sacco pieno di doni per i bambini. In salone regnava una strana quiete dovuta al pranzo squisito e ai dolci che Edward aveva comprato col ricavato dell’asta. Quando i ragazzi entrarono gridando “sorpresa!” Edward rimase raggelato non credendo ai propri occhi. Come guidato da una forza ignota cercò gli occhi di Bella e lì si perse definitivamente nello stesso modo in cui fece lei. Entrambi sentirono una forza sconosciuta portarli uno difronte all’altra; nessuna parola fu necessaria, i loro sguardi parlavano per loro esprimendo tutta la felicità che provavano. I piccoli si fecero intorno al Babbo Natale improvvisato saltellando e gridando con entusiasmo. Renèe andò incontro alla Madre Superiora stringendo le sue mani con calore; suor Maria tentava inutilmente di smorzare l’entusiasmo dei bambini, il resto della band allestì un angolo dove il maggiore dei fratelli avrebbe distribuito i doni. Charlie rimase in disparte ad assorbire tutta quella gioia, la stessa che non ti aspetti di trovare in un orfanotrofio. Era felice di quello che avevano organizzato i suoi figli e ne era immensamente orgoglioso. Avevano sperato tanto che diventassero altruisti e generosi, ma constatarlo coi suoi occhi l’aveva commosso oltre modo. In poco tempo il sacco perse parecchia della sua consistenza, Emmett prendeva ogni bambino sulle gambe, gli chiedeva quale dono preferisse tra quelli che avevano portato, glielo consegnava e passava al bimbo successivo. Quando arrivò il turno di Kate, la bimba si arrampicò timidamente sulle gambe di quel Babbo Natale con gli occhi sorridenti che aveva sconvolto la loro routine. «Allora, piccola principessa, come ti chiami?» La bimba abbassò timidamente gli occhi senza rispondere. «Se non mi dici il tuo nome non posso sapere quale regalo è meglio per te.» Con le guance arrossate, la piccola sollevò lo sguardo incantando il ragazzo. «Kate.» «Hai un bellissimo nome, piccola principessa.» «Non sono una principessa», pigolò la bambina. «Certo che lo sei, non dirmi che nessuno te l’ha mai detto. Siete tutte bellissime principesse. Adesso dimmi: che regalo vorresti? Una bambola bionda? Oppure un orsetto rosa?» La bimba non rispose, teneva gli occhi bassi e si torceva le mani. Emmett le tirò delicatamente su il viso con due dita. «Non c’è niente che vuoi chiedere a Babbo Natale?» Con gli occhi stretti e lo sguardo attento lei gli chiese: «Tu sei davvero Babbo Natale?» «Ma certo. Tu chiedi e vedrai che troveremo in quel grande sacco ciò che desideri e se non c’è troveremo qualcosa che possa piacerti lo stesso, va bene?» «Posso chiedere quello che desidero di più?» «Sì, certamente.» «Tutto tutto?» «Tu prova, vedrai che Babbo Natale farà tutto quello che può per renderti felice.» Quella bambina l’aveva stregato; avrebbe potuto annegare in quegli occhi espressivi, avrebbe potuto continuare a guardarla per sempre. La piccola si avvicinò al suo orecchio e gli bisbigliò poche parole che gli strinsero il cuore. La abbracciò forte tentando contemporaneamente di non stritolare quel corpicino esile tra le sue braccia enormi. Sollevò lo sguardo incrociando quello di Rosalie che, vedendo i suoi occhi lucidi, gli fece un cenno preoccupato. Emmett scosse leggermente la testa senza pronunciare alcunché, sapeva di non aver bisogno di parole per farsi capire da lei, più tardi le avrebbe spiegato tutto. Quando la fila dei bambini terminò e tutti ebbero un regalo, Emmett si avvicinò a Rosalie ancora turbato per stringerla tra le braccia. «Emmett…» Il ragazzo non accennò a staccarsi da lei, ma immerse il viso nei suoi capelli aspirandone forte il profumo come fosse un modo ormai collaudato per scaricare la tensione. «Emmett, parlami. Mi stai facendo preoccupare. Cosa ti ha detto per ridurti in questo stato?» Era veramente strano vedere quella montagna umana, sempre sorridente e pronto a sfottere tutti, sospirare abbattuto. «Le ho chiesto cosa desiderava ricevere da Babbo Natale, l’ho fatto con tutti, ma…» «Cos’ha risposto?» Rosalie stava seriamente cominciando a preoccuparsi, in tutti gli anni che avevano passato insieme, anche prima di innamorarsi, non l’aveva mai visto in quello stato. «Emmett, rispondimi!» «Una…» Deglutì sonoramente prima di riprendere. «Mi ha chiesto una mamma e un papà. Oh, Rosalie, se soltanto avessi visto i suoi occhi.» «Emmett, non…» «Guardala, amore. Non possiamo lasciarla qui.» «Emmett, ragiona, il mondo non sa nemmeno che ci siamo sposati, come credi che reagirebbero se sapessero che abbiamo adottato una bambina?» I ragazzi si erano sposati appena pochi mesi prima senza dare la notizia alla stampa. Volevano che la cosa restasse in famiglia almeno per qualche tempo. «Non mi importa cosa potrebbe pensare il resto del mondo, Rose, mi interessa solo cosa pensi tu.» «Io devo proteggere l’immagine del gruppo, Emmett. È il mio compito.» «Il tuo compito, il nostro compito, è di fare la cosa che riteniamo più giusta. Ricordi cosa ci hanno sempre detto Charlie e Renèe? Dobbiamo fare tutto ciò che è possibile per rendere la nostra vita degna di essere vissuta. Dobbiamo essere in grado di guardarci allo specchio sapendo di aver fatto tutto ciò che era nelle nostre facoltà per non doverci mai pentire di una nostra scelta. Quando torneremo a casa diremo a tutti del nostro matrimonio, ma, ti prego, non escludere questa possibilità per quello che potrebbero pensare gli altri.» «Emmett, io… non lo so. È troppo presto, non dovremmo prendere una decisione simile con leggerezza.» «Ne abbiamo parlato tante volte, niente ci impedisce di farlo. Questo non vuol dire che non possiamo generare dei figli, solo potremmo cominciare ad essere genitori prima di quanto avessimo preventivato.» Rosalie continuava a non essere troppo convinta. Non sapevano niente di quella bambina, poteva avere dei grossi problemi psicologici, avrebbe potuto avere una storia penosa alle spalle… proprio come lei. Emmett non si diede per vinto nemmeno per un secondo. «Pensa a noi, cosa avremmo fatto se non fossero arrivati due perfetti sconosciuti a ridarci la vita? Dove saremmo adesso? Probabilmente io sarei finito con l’ammazzare qualcuno o l’essere ammazzato per una dose e tu e Jasper… non voglio neanche pensarci. Siamo stati fortunati, Rose, abbiamo attraversato per caso la strada di due persone stupende che ci hanno ridato la speranza e la gioia di vivere. Domani potrebbe arrivare una famiglia meravigliosa e decidere che quella bambina è nata per stare con loro, ma se non dovesse succedere? Se dovesse trovarsi ancora qui tra dieci anni come Edward e Alice? Loro erano insieme, lei è sola anche se circondata da altri bambini. Non so cos’abbia di tanto speciale, ma ti giuro che non è un capriccio. Quando ho guardato i suoi occhi ho sentito che doveva essere nostra; ho provato questi sentimenti solo per Bella tanti anni fa e non posso fingere che non esistano, passerei il resto della mia vita a chiedermi come sarebbe stato se non avessi voltato lo sguardo.» «Ho paura, Emmett. Se non fosse la cosa giusta? Se non fossi in grado di prendermi cura di lei e la facessi soffrire?» «Guardala, Rose, guardala e dimmi cosa senti nel cuore.» Rosalie spostò lo sguardo da suo marito a quella bambina stupenda, la guardò giocare con la bambola nuova che le aveva dato Emmett, sul viso un sorriso dolce e malinconico allo stesso tempo. La piccola sollevò lo sguardo come richiamata da una forza sconosciuta regalandole un sorriso dolcissimo che le illuminò il volto. In un attimo si vide inginocchiata davanti ad una vasca piena di acqua mentre la piccola soffiava allegramente sulle bollicine, passare delicatamente una spazzola morbida sui capelli color miele, scegliere con lei il vestito perfetto per la cena dai nonni, comprare le scarpe in vernice che le piacciono tanto… e non ebbe più il minimo dubbio. «La amo.» Volse lo sguardo ancora a suo marito, negli occhi una luce incredibilmente determinata accorgendosi di avere la vista appannata da un velo di lacrime. «Come è possibile? Non so nemmeno come si chiama, come posso sentire questo per lei?» «Non lo so, ma è successa la stessa cosa anche a me. È come una magia, mi sento come se mi avessero fatto un incantesimo e quella bambina fosse il mistero per spezzarlo… o restarci incatenato per sempre.» «È una cosa assurda. Credi sia questo che hanno provato Charlie e Renèe quando ci hanno preso con loro?» «Potremmo chiederglielo, ma adesso voglio dirti una cosa su cui non ho dubbi: è nostra, Rose, siamo noi la famiglia meravigliosa per cui è nata quella bambina. Il nostro compito adesso è renderla felice.» «Come faremo coi concerti e tutto il resto? Non possiamo sballottarla da una parte all’altra del Paese, ha bisogno di stabilità e certezze.» «Noi saremo la sua certezza. Avrà tutta la stabilità che le occorre perché saprà quanto la amiamo. Non dobbiamo per forza rinunciare a tutto, non subito. In ogni caso non faremo questa vita per sempre, nessuno di noi ne ha l’intenzione.» Rosalie si permise per un attimo di sperare, aveva ancora paura di sbagliare, ma il pensiero di portare la bambina a casa con loro le riempiva il cuore di felicità. «Dici che potremmo piacerle?» «Credo che potrebbe amarci tanto quanto noi amiamo i nostri genitori.» Si presero per mano avvicinandosi lentamente alla piccola. Emmett avvicinò le labbra all’orecchio di sua moglie bisbigliando: «Kate.» Kate… la loro bambina. Non volle nemmeno prendere in considerazione l’idea che lei non accettasse la loro offerta. A quel punto non avrebbe sopportato di perderla perché sentiva già di amarla profondamente. Entrambi si abbassarono per arrivare alla sua altezza, Emmett si era tolto quel ridicolo travestimento e adesso appariva forse un po’ troppo grosso, abbastanza per intimidire la piccola. Rosalie le parlò dolcemente riuscendo a distogliere la sua attenzione dalla mole di suo marito, allungò la mano per accarezzare i suoi capelli e la pelle morbida del viso. Lentamente la bambina si rilassò con loro, sorrise e riuscì anche a parlare, cosa che faceva molto raramente. Dall’altra parte della stanza i coniugi Swan guardavano la scena col cuore traboccante di felicità e orgoglio. Renèe si fece sfuggire una lacrima, Charlie sentì il cuore gonfio di sentimenti positivi, accanto a loro le monache seguivano la scena consapevoli che un altro dei loro uccellini stava per spiccare il volo per intraprendere una vita senza più dolore. Intanto Jacob faceva volteggiare in aria alcuni bambini che si spintonavano per avere le sue attenzioni mentre Jasper era rimasto praticamente bloccato a guardare due occhi blu come l’oceano sperando di non attirare su di sé l’attenzione degli altri per quel suo comportamento inconsueto. Si diede dello stupido un milione di volte perché lui non restava incantato a guardare le ragazze, erano loro a cadergli ai piedi; nessuna resisteva al suo fascino leonino, nemmeno lei avrebbe fatto la differenza se avesse voluto. Allora com’era possibile che stesse facendo i conti su quanto avrebbe dovuto aspettare per potersi dichiarare con quella ragazza ancora troppo giovane per vivere l’amore? E perché era convinto da quel momento le sue avventure amorose si sarebbero azzerate? Cosa avevano quei Cullen di così speciale da far capitolare tutti in quel modo? Prima sua sorella che fingeva una tranquillità ben lungi dal provare dopo aver conosciuto Edward, poi lui che meditava di passare un lunghissimo periodo di astinenza per rispetto di una ragazzina che aveva solo guardato da lontano. Senza tralasciare il fatto che il suo nuovo amico avrebbe anche potuto cambiargli i connotati una volta capite le sue intenzioni. Qualunque cosa fosse, Jasper si rese conto di non averla mai provata prima e forse valeva la pena viverla pienamente. |
*** Capitolo 6 ***
Bella e Edward stavano fermi ad un angolo della grande sala; le mani di
lei, piccole e delicate, sparivano tra quelle di lui, così grandi e
forti. I loro occhi erano immersi tanto in profondità gli uni negli
altri da riflettere l’iride dell’altro. Passarono infiniti minuti in quel
modo quasi non credessero vero di essere di nuovo insieme. Erano passati
solo tre giorni? Era possibile sentirsi perduti per la lontananza di una
persona appena conosciuta? Era possibile innamorarsi perdutamente in poche ore?
Nessuna di quelle domande poteva ricevere una risposta perché nessuno dei due
aveva mai conosciuto un sentimento tanto forte se non per la propria
famiglia. Alla fine fu Isabella a rompere l’incanto che li avvolgeva.
«Mi sei mancato.» Edward non era sicuro che la voce gli sarebbe uscita dalla gola, ma provò comunque a rispondere. «Anche tu.» Quella semplice risposta, emessa con voce incerta e più roca di quanto l’avesse mai sentita, bastò a far nascere sul bellissimo volto della ragazza un sorriso radioso. «Non mi aspettavo di vedervi tanto presto… non mi aspettavo di rivedervi affatto per essere onesto.» «Perché pensavi questo?» Un leggero rossore colorò le guance di Edward. Poteva confessarle di aver pensato di essere stato solo un bizzarro passatempo nella vita dei suoi amici? Era sempre stato onesto con le persone, ma quell’ammissione avrebbe rischiato di allontanare Isabella e lui non era disposto a rischiare quindi, a costo di apparire incomprensibile, decise di glissare sulla sua domanda proponendone un’altra.
«Vorresti venire con me in un posto?» L’idea gli era venuta
all’improvviso eppure niente l’avrebbe reso più felice di poter condividere
con lei qualcosa di importante come lei faceva continuamente con la sua voce.
Non avrebbe eguagliato l’emozione che provava lui ogni volta che la ascoltava
cantare, ma voleva comunque donarle un pezzetto di sé. Il sorriso che gli
regalò di rimando gli riempì il cuore e ancora di più la sua risposta: «Ne
sarei felice.»
«Aspettami un attimo.» Lasciarla, anche solo per un momento, gli procurò una piccola fitta di sofferenza. Edward si chiese distrattamente come avrebbe sopportato la lontananza una volta che avrebbero nuovamente preso la via di casa. Si avvicinò alla Madre Superiora interrompendo il discorso che stava avvenendo tra lei e i genitori di Bella procurandosi un’occhiataccia dalla monaca. «Madre, posso prendere la macchina?» Lei lo incenerì con lo sguardo per poi passare alle presentazioni. «Edward, vorrei presentarti Charlie e Renèe Swan, i genitori dei ragazzi.» Il giovane si bloccò rendendosi conto che l’euforia del momento gli aveva fatto dimenticare i principi fondamentali della buona educazione e il rossore che si diffuse sul suo viso fu la prova evidente del suo imbarazzo. Si voltò verso la coppia di coniugi sperando che il pavimento si aprisse per inghiottirlo in quello stesso istante. Subito dopo il suo innato senso della responsabilità ebbe il sopravvento. «Signori Swan, sono Edward Cullen. Vi prego di perdonare la mia mancanza di rispetto. Vorrei ringraziarvi per essere venuti a trovarci e aver dato ai bambini la possibilità di conoscere la band.» «Sì, certo. Proprio ai bambini stai pensando» bofonchiò Charlie. Commento, quello, che gli costò una gomitata proprio tra le costole da parte di sua moglie. Pur morendo d’imbarazzo, Edward non distolse lo sguardo, ma continuò imperterrito per la sua strada. «Vorrei chiedervi se per voi andasse bene se portassi Isabella in un posto a me caro.» «E dove dovresti portare mia figlia? Quali sono le tue intenzioni?» La seconda gomitata rischiò di perforargli un polmone. «Non devi chiederci il permesso di uscire con lei, caro. Bella è abbastanza grande da decidere da sola dove andare. Non è vero Charlie?» Tutt’altro che convinto, l’uomo assentì per poi lanciare al ragazzo uno sguardo di avvertimento. «Bene, allora…» si girò impaziente verso la monaca. «Posso?» «Va bene, Edward, ma conosci le regole.» «Certo, non deve preoccuparsi, Madre, sa che può fidarsi di me.» «Sì, ma…» «Niente corse, niente alcol, tornare ad un orario decente e avvisare tempestivamente se dovesse mai succedere qualcosa. Adesso ho anche il cellulare quindi non avrei nessuna scusa valida per non chiamare immediatamente qualora fosse necessario.» «Sparisci, ruffiano.» Edward era un ragazzo d’oro, ma sapeva anche di avere un grande ascendente sulle donne anche se queste avevano votato la propria vita al Signore. «Signori Swan, spero di rivedervi più tardi. È stato un piacere conoscervi.» Renèe sorrise deliziata dai modi di quel giovanotto che aveva finalmente fatto battere il cuore alla sua bambina. «Il piacere è stato nostro, Edward e non preoccuparti, ci troverai ancora qui quando tornerete.» Mentre il marito liquidò il commento del ragazzo con un più spicciolo: «Leccaculo.» Edward non si fece impressionare, si fermò a prendere le chiavi della vecchia auto che veniva usata solo in rare occasioni e tornò da Bella carico di entusiasmo; la prese per mano e la condusse fuori dalla porta. Emmett li raggiunse appena prima di salire in macchina. «Bella, non tardare. Ricordati che Mark arriverà per le sette.» «Sì, certo.» Poi si rivolse a Edward. «Riusciamo a tornare in tempo?» Il ragazzo sentì una fitta al cuore al pensiero che lei dovesse tornare per incontrare un uomo. Era il suo ragazzo? Era innamorata di lui? Era stato uno stupido a non pensare che potesse essere impegnata. «Se preferisci possiamo restare qui. Non voglio metterti nei guai col tuo fidanzato.» A Bella scappò una risatina tra il divertimento e lo sconcerto mentre Emmett non fece nessuno sforzo per celare l’ilarità. «Che cosa vuoi dire?» Edward sentiva il viso andargli in fiamme, ma ridicolo per ridicolo decise di andare fino in fondo. «Voglio dire che se tu fossi mia non mi piacerebbe affatto che te ne andassi in giro con un altro. Chiunque esso sia.» Emmett capì che era arrivato il momento di tornare dentro vedendo la sua sorellina persa negli occhi del ragazzo. Lei si avvicinò al corpo che l’attraeva come mai era successo prima senza mai lasciare quegli occhi penetranti, sofferenti, ma risoluti. «Non c’è nessun fidanzato o non ti avrei mai baciato su quell’ascensore. Non l’ho fatto perché ero sicura che non ti avrei più rivisto, avevamo già deciso di venire qui da voi. Ti ho baciato perché, nonostante non trovi una spiegazione razionale, sento un legame incredibile con te, qualcosa che non ho mai provato con nessuno prima di conoscerti. Far parte del mondo dello spettacolo non significa necessariamente essere delle persone prive di morale.» «No, io non intendevo…» Alla vista della sua espressione atterrita, lei scoppiò a ridere. «Sta tranquilli, Edward, non era un modo per rimproverarti.» Gli buttò le braccia al collo e gli stampò un bacio sulla guancia prima di perdersi ancora una volta nei suoi occhi. «Se fossi tua non permetterei mai che ti sentissi secondo a nessuno.» Sollevò una mano posandola delicatamente sul bellissimo volto del ragazzo davanti a lei. L’emozione prese il sopravvento su entrambi, ma il freddo pungente li convinse ad entrare in macchina prima di gelare. Trascorsero il tempo necessario a raggiungere la spiaggia in un silenzio carico di aspettative. Bella non sapeva cosa Edward volesse mostrarle e lui era ansioso di sapere cosa avrebbe pensato di lui dopo averle mostrato quel luogo. Quando scesero dalla macchina Bella rabbrividì per una raffica di vento particolarmente forte; lui avrebbe voluta prenderla tra le braccia per scaldarla, ma non ebbe il coraggio di farlo. Di sicuro l’avrebbe respinto anche se una flebile speranza si era accesa in lui dopo quel piccolo scambio fuori dall’orfanotrofio. La condusse oltre una duna verso una caletta nascosta dove, ancora più celata, trovarono una grotta. Quando entrarono lei rimase molto più che sorpresa vedendo come era stata sistemata all’interno. Si era aspettata un luogo freddo e spoglio invece vi trovò un ambiente caldo e accogliente. Edward aveva sistemato all’interno una sorta di giaciglio con alcune coperte, aveva improvvisato accanto una specie di scaffale, candele e persino una vecchissima lampada a gas, di quelle che si usavano in campeggio. Edward aveva la gola chiusa dall’emozione quando le fece cenno di entrare e accomodarsi. La ragazza si avvicinò al giaciglio sistemandosi comodamente sopra e lasciando spazio sufficiente anche per lui. «Allora… è qui che porti tutte le tue ragazze?» Lui si avvicinò sedendosi accanto a lei. «Non sono poi tante, comunque no. Non ho mai portato nessuno in questo posto, ad essere sincero non so se lo conosca qualcuno a parte me. In ogni caso da quando ho portato qui le mie cose non ho mai trovato niente di nemmeno spostato da come l’avevo sistemato io.» «Vieni qui spesso?» «Non quanto mi piacerebbe, ma tutte le volte che posso.»
«Come l’hai trovato? Sembra difficile arrivarci.» Edward prese un respiro
profondo preparandosi a parlare di uno dei ricordi più belli e allo stesso
tempo più dolorosi che avesse dentro. Bello perché coinvolgeva suo padre,
brutto… per la stessa ragione. Il pensiero dei suoi genitori, o meglio la
loro mancanza, non aveva mai smesso di farlo soffrire.
«Mi ci portava mio padre.» «Edward, io… mi dispiace, non volevo…» «No, non preoccuparti. È un bel ricordo.» Ancora una volta i loro sguardi si intrecciarono creando un’atmosfera magica tra loro. «Ti va di raccontarmelo?» Ci pensò per un momento e poi si rese conto che sì, gli andava. Non aveva mai raccontato a nessuno di quelle giornate, l’aveva serbata nel cuore gelosamente e adesso aveva davvero voglia di condividerla con lei. «Mio padre adorava la pesca. Ogni volta che ne aveva la possibilità si prendeva qualche ora per venire qui, niente lavoro, niente problemi, solo lui e l’acqua e non importava se tornava a casa senza nemmeno un pesce, ciò che lo rendeva felice era la pace che trovava in questo posto. Quando sono cresciuto abbastanza per accompagnarlo mi ha coinvolto nelle sue gite. Era bellissimo, sai? Era come trovarsi in un altro mondo, solo noi due. Per me era difficile averlo tutto per me perché Alice assorbiva le poche energie che gli restavano dopo il lavoro. Lei era così piccola all’epoca, una bambolina dolcissima che non potevi fare a meno di amare.» «Credo che abbia mantenuto questa caratteristica; io ho cominciato ad amarla prima ancora di vederla.» «Sì, è ancora così. Magari un po’ meno dolce e molto più ficcanaso, ma resta sempre un amore.» «Sono felice che crescendo sia diventata impicciona.» Entrambi risero pensando all’impertinente ragazzina mora che li aveva fatti incontrare. «La ami tanto, vero?» «Sì. È tutto ciò che ho al mondo. Morirei per lei, ma non dirglielo, si approfitta già abbastanza di me senza una esplicita dichiarazione d’amore.» «Il tuo segreto è al sicuro con me.» Era talmente naturale stare insieme in quel modo, ridere, parlare o anche soltanto stare in silenzio a guardarsi. «Credo che tu sia un uomo davvero speciale e tua sorella è fortunata ad averti.» Avrebbe voluto ribattere in modo intelligente o perlomeno spigliato, ma tutto ciò che riuscì a fare fu avvertire un forte calore al viso e stamparsi un sorriso idiota sulla faccia. Isabella si fece più vicina sollevò una mano per posarla delicatamente sulla sua guancia. «Adoro quando arrossisci», disse senza rendersi conto che anche la sua pelle era coperta da un delicato colore rosato. Edward cominciò a respirare con difficoltà, non gli era mai capitato di trovarsi in quelle condizioni solo per la vicinanza di una ragazza. Come guidati da una forza misteriosa si avvicinarono ancora fino ad annullare la distanza tra loro. Il bacio che si scambiarono fece vibrare entrambi. Non c’erano porte in quel posto, nessun ascensore che arrivasse al piano a fermarli, nessuno all’infuori di loro a spezzare la magia del momento. Non l’aveva portata lì per approfittare della situazione eppure non riusciva a tirarsi indietro comportandosi come imponeva il buon senso. Rapidamente la situazione si fece incandescente. Non erano più solo le labbra a toccarsi, le loro mani viaggiavano incessanti sui loro corpi, le lingue duellavano senza esclusione di colpi, i gemiti si librarono nello spazio immoto intorno a loro. In poco tempo i vestiti finirono sparpagliati sul terriccio; Edward ebbe per un attimo l’idea di sistemarli accanto a loro affinché non si sporcassero, ma l’idea venne accantonata velocemente quando le dita di Bella entrarono in contatto con la sua pelle bollente al di sotto dei boxer che ancora indossava. Riuscì, però, ad avere cura delle sue mutandine evitando che toccassero terra, ma fu una delle poche cose che riuscì a razionalizzare in quel momento di pura estasi. Bella non era certo messa meglio. Il sesso non era mai stato il suo primo pensiero eppure l’eccitazione che sentiva dentro era incontenibile. Voleva Edward dentro di se, ne aveva bisogno per non impazzire. Continuarono a giocare vicendevolmente coi loro corpi ancora per molto tempo finché con un gemito quasi straziato Bella pronunciò il nome del ragazzo. Come ogni adolescente con la testa sulle spalle e una normale attività sessuale, Edward portava sempre con sé un preservativo che recuperò velocemente dalla tasca dei pantaloni. Nel breve tempo che impiegò ad indossarlo, Bella non staccò mai gli occhi dalle sue mani sempre più affascinata dai suoi movimenti e ansiosa di sentirsi completa con lui. Fu un’esperienza totalizzante per entrambi. I loro corpi uniti producevano un calore incredibile come se ad ogni movimento un piccolo detonatore deflagrasse dentro di loro. I loro respiri sempre più corti, i gemiti sempre più alti sino al raggiungimento dell’appagamento totale. Fu solo dopo parecchi minuti che riuscirono a tornare alla realtà che li circondava; Edward uscì dal suo corpo a malincuore, Bella recuperò alcune salviette dalla sua borsa occupandosi di ripulire entrambi mentre lui si allungava per coprire entrambi corpi con una delle coperte. Probabilmente avrebbe dovuto sentirsi in imbarazzo a lasciare che lei compisse quei gesti, era lui l’uomo, lui che avrebbe dovuto occuparsi della sua donna, eppure, anche in quel caso, fu talmente naturale che nessuno dei due si chiese se fosse il caso di invertire i ruoli. Edward sapeva di avere delle idee antiquate in fatto di rapporti tra i sessi, ma vedere la devozione che suo padre aveva avuto nei confronti della madre, la cura che metteva in ogni gesto per lei, l’amore incondizionato che trasudava ogni qualvolta si rivolgeva a lei o semplicemente la guardava, l’aveva convinto che se mai avesse incontrato la donna della sua vita, le avrebbe riservato lo stesso identico trattamento anche se l’aveva capito solo una volta divenuto uomo e aver conosciuto il tocco di una donna. Era stato allora che aveva compreso che avrebbe dovuto pazientare a lungo per trovare quello che cercava, che non sarebbe stato facile aprire il suo cuore e concedere tutto sé stesso. Ma cosa avrebbe fatto da quel momento in poi? Cosa sarebbe stato del suo cuore dopo averlo consegnato nelle mani della donna che, ormai l’aveva capito, amava tanto profondamente?
Accoccolata sul suo petto, Bella pensava che sarebbe voluta restare lì
con lui per sempre; sarebbe stata disposta ad abbandonare la sua vita per
questo giovane uomo appena conosciuto. Il sesso era stato meraviglioso, ma
era soprattutto la sensazione che aveva provato tra le sue braccia ad averla
sconvolta. Era stato il calore che aveva sentito, il suo trasporto, la luce
in quegli occhi verdi che si erano incupiti sempre più con l’aumentare della
sua eccitazione, erano stati i suoi sussurri appassionati e il suo modo di
tenerla stretta subito dopo, come se da quell’abbraccio dipendesse la sua
stessa esistenza, come se quel contatto tra loro fosse un’ancora alla quale
aggrapparsi per non perdersi alla deriva delle sue emozioni.
«Dovrei avere freddo, non credi?» Edward sussultò al suono della sua voce ancora roca e affascinato dal suo modo di voler rompere un imbarazzo che in realtà non esisteva. «Dubito che sentirò mai più freddo in tutta la mia vita», rispose lui di rimando stringendola ancora di più. Lei scostò appena la testa da lui per poterlo guardare in viso. Cosa avrebbe dato per passare il resto della sua vita in quel modo! Avrebbe voluto svegliarsi ogni mattina accanto a lui e addormentarsi per sempre sul suo petto. Edward decise di aprirle il suo cuore. Forse più tardi l’avrebbe rimpianto, ma in quel momento voleva che lei sapesse quanto fosse felice grazie a lei. «Grazie per avermi regalato questo momento meraviglioso. Lo serberò per sempre nel cuore.» Ti amo pensò. Questo, però, decise di tenerlo per sé. Di sicuro lei non avrebbe preso bene una dichiarazione d’amore a quel punto della loro conoscenza. Avrebbe pensato al solito fan sfigato convinto di essere innamorato della sua beniamina. Edward sapeva che il sentimento che provava era vero, non si poteva sbagliare perché era da tanto tempo che aspettava di provare quelle emozioni. La cosa, comunque, non cambiava la realtà dei fatti: Bella non avrebbe mai potuto amarlo. Forse se avessero potuto passare del tempo insieme avrebbe potuto imparare ad amarlo come lui sentiva già di amarla, ma entro poche ore sarebbe tornata alla sua vita e l’avrebbe dimenticato velocemente. «Non dev’essere per forza così.» Se non avesse saputo per certo che era impossibile avrebbe creduto che gli avesse letto nella mente. «Cosa vuoi dire?» le chiese poiché non capiva il senso delle sue parole. «Non siamo costretti a ricordare questo momento come l’unico che ci è concesso. Potremmo avere altre mille occasioni per stare insieme.» Per un brevissimo momento immaginò come sarebbe stata la sua vita con lei accanto. Avrebbe affrontato qualunque cosa con entusiasmo, ma subito dopo la realtà tornò a farsi viva e se non fosse stato tanto deluso da se stesso per gli stupidi pensieri fatti, con ogni probabilità si sarebbe messo a ridere. Non poteva certo accantonare le sue responsabilità per vivere un sogno. Quando questo sarebbe finito si sarebbe trovato con un pugno di mosche e non avrebbe condannato Alice ad una vita di stenti per soddisfare il suo ego. Doveva pensare con la testa non con altre parti della sua anatomia particolarmente eccitabili. «Bella, mi piacerebbe vederti ancora, ma la mia vita…» «Unisciti a noi. Suoni in un modo incredibile, i miei fratelli ti adorano, ne abbiamo già parlato anche con mamma e papà e anche loro sono d’accordo. Ti troveresti bene, ormai ci conosci, sai che non ti faremmo sentire escluso. Ti vogliamo con noi.» L’entusiasmo nella sua voce andò affievolendosi guardando la sua espressione fredda e distante. Edward aveva smesso di ascoltarla quasi subito, il suo corpo era diventato di marmo e all’improvviso avvertì tutto il freddo che non aveva sentito sino a quel momento scaldata dalle braccia che la avvolgevano. Edward la guardava negli occhi, ma la sua espressione era completamente diversa da quelle che aveva visto le altre volte, quello era uno sguardo glaciale che indusse Isabella a ritrarsi leggermente senza tuttavia abbandonare i suoi occhi. Quando infine lui parlò, la sua voce risuonò cupa e dura. «Io non lascio Alice. Non abbandonerò mai mia sorella, nemmeno per tutte le lusinghe e le promesse di successo del mondo. Lei è tutta la mia famiglia e quando sarà il momento di crearmene una nuova lei ne farà parte comunque. Se la donna che vorrà me non lo capirà, di sicuro non avrà il mio cuore.» «Edward, io…» «Credo che dovremmo tornare. Rischiamo di tornare tardi per l’arrivo del tuo amico.» Si alzò cominciando a rivestirsi. Isabella non riusciva a capire cosa fosse successo. Un attimo prima erano immersi in una bolla di benessere e dopo pochi secondi erano più lontani di quando si trovava nella sua stanza in quell’albergo di Seattle. «Edward…» «Lascia perdere, ok? Torniamo prima che mandino una squadra di ricognizione a cercarci.» Abbozzò persino un sorriso stentato, ma senza riuscire a nascondere il dolore e la delusione che provava davvero. «Vuoi ascoltarmi, maledizione?» Il ragazzo si bloccò col golfino a mezz’aria colpito dal tono accorato della sua voce mentre lei teneva stretta a sé la coperta che le aveva sistemato addosso. «Come puoi pensare che potrei mai chiederti di separarti dalla tua famiglia? Non significa niente quello che ti ho detto prima? Credi che affermi di amare chiunque? Tua sorella, col suo gesto, mi ha dimostrato che nel mondo esistono ancora persone disinteressate, che pensano al bene degli altri prima del proprio tornaconto; ha donato a tutti noi la possibilità di conoscere persone meravigliose, te per primo, mi ha permesso di…» Edward la guardava emozionato, tentava in tutti i modi di non sperare, non voleva credere che le sue parole portassero a qualcosa che non poteva essere, ma non riuscì a trattenersi dal chiederle di continuare. «Cosa? Che cosa ti ha permesso Bella?» Con un sospirò lei continuò. A quel punto era totalmente inutile tenersi dentro quello che provava. Forse la delusione per un suo rifiuto sarebbe stata troppo grande da sopportare, ma non intendeva indugiare ancora. Era inutile tentare di comprendere l’assurdità di quel sentimento, quindi perché non andare fino in fondo? «Tu credi di aver ricevuto un grande regalo quando ti abbiamo dato la possibilità di passare del tempo con noi, ma la verità è che tu… tu sei l’unico vero dono di questo pazzo Natale. Quando ho letto la lettera di tua sorella ho pensato che fossi una persona meravigliosa, ma mai avrei immaginato che in te avrei trovato anche la possibilità di conoscere quanto amore serbassi dentro di me che aspettava solo di incontrare la persona a cui donarlo. Anche i miei genitori hanno letto la lettera e hanno deciso di farvi diventare parte della nostra famiglia se per voi va bene.» Edward lasciò cadere il maglione avvicinandosi a lei. Una nuova famiglia. Una mamma e un papà per Alice. La possibilità di farle vivere una vita serena e priva di preoccupazioni. Non poteva essere vero. O sì? Perse il suo viso tra le mani, accarezzò gli zigomi coi pollici per poi passarne uno sul labbro inferiore e abbassarsi lentamente a baciarla. Quando si allontanò i suoi occhi erano brillanti e la felicità era palese sul suo viso. «Alice può diventare una Swan se lo desidera, ma io non lo farò.» Prima ancora che la sofferenza prendesse il posto dell’eccitazione negli occhi della ragazza continuò il suo discorso. «Non voglio essere tuo fratello. Voglio far parte della tua vita in tutti i modi possibili, ma non come fratello.» Come reazione ricevette un aggrovigliamento umano intorno al suo corpo. Bella si gettò tra le sue braccia avvolgendogli le gambe intorno ai fianchi. Quando però si rese conto di essere ancora completamente nuda, tentò di allontanarsi esibendo un pudico rossore sulle guance. «Dove credi di andare» le disse trattenendola tra le sue braccia. I minuti seguenti furono un alternarsi continuo di baci e carezze da parte di entrambi. «Sarà meglio tornare indietro adesso. Tu hai un impegno e io non ho altri preservativi con me.» Fecero la strade del ritorno mano nella mano senza lasciarsi nemmeno una volta saliti in macchina. «Bella? Chi è Mark?» Trattenne a stento una risata al tono fintamente indifferente. «È un cameraman. Lavora per una emittente televisiva di New York.» «E cosa viene a fare qui.» «È un amico di famiglia e gli abbiamo chiesto un favore.» «Che genere di favore?» «Lo vedrai più tardi.» Arrivarono poco prima delle sette. Bella chiese a Edward di cambiarsi e si ritrovarono poco dopo nella grande sala. Edward si sorprese di trovare tutti, bambini compresi, abbigliati per le grandi occasioni. Quando il famoso Mark arrivò ci furono calorosi saluti e Edward si trovò a lottare per non prenderlo a pugni quando il nuovo arrivato prese Bella tra le braccia e la fece volteggiare in aria come una bambola. Isabella passò il resto del tempo coi bambini, con le monache, con Alice, rendendosi conto di quanto fossero uniti e si volessero bene. In seguito Edward non avrebbe saputo descrivere con esattezza la girandola di eventi ed emozioni che lo avvolsero. Venne a sapere che la sorpresa che i ragazzi avevano in mente era di riprendere un momento particolare insieme ai bambini per far si che il resto del Paese conoscesse quel posto, i genitori che speravano di trovare un bambino potessero vedere le meraviglie che soggiornavano in quella minuscola città e i finanziamenti arrivassero cospicui. Le monache erano al settimo cielo quando seppero cosa avevano in mente, speravano sempre di trovare una buona famiglia per i bambini e con quella pubblicità sicuramente le richieste sarebbero aumentate notevolmente. Anche la possibilità di ricevere donazioni extra sarebbe stato molto importante per evitare che la curia le costringesse a trasferire i bambini a Seattle impedendo loro di accogliere nuovi arrivati. Quanto a Alice, quando le venne fatta la proposta dai coniugi Swan, reagì né più né meno di Edward: non aveva nessuna intenzione di separarsi da suo fratello. Aveva ringraziato e declinato gentilmente l’offerta; dispiaciuta, ma senza il minimo tentennamento. Molto differente fu la sua reazione quando le venne comunicato che il fratello era parte integrante dell’offerta. Le sarebbe dispiaciuto lasciare Forks, ma era ansiosa di cominciare la sua nuova vita. Intorno alle otto e trenta, coi bambini bene infagottati nei loro cappottini si avviarono alla piazza principale della città. Sistemarono i bambini i semicerchio, le monache appena dietro e i ragazzi a intervalli regolari tra loro. Bella chiese ai piccoli se conoscessero una canzone e tutti coloro che ne erano in grado risposero col titolo della loro canzone preferita del gruppo ad aumentare l’atmosfera elettrizzata che aleggiava tra loro. Bella diede poche istruzioni a tutti su come comportarsi, desiderava che i bambini fossero spontanei e mostrassero tutta la loro allegria. Le luci intorno a loro creavano l’atmosfera magica del Natale, i volti dei bimbi illuminati e splendenti di felicità. Man mano che procedevano nella sistemazione della comitiva improvvisata, i cittadini cominciarono a riversarsi nella piazza per assistere a quell’insolito siparietto. I ragazzi erano tutti emozionati nello scoprire che i loro beniamini si trovavano nella loro piccola città mentre gli adulti tentavano di capire cosa stesse succedendo alla loro tranquillità ormai sedimentata da tanto tempo. Al cenno di Mark, Bella prese in braccio Ethan, un piccolo di appena quattro anni che le avvolse le braccia intorno al collo, si voltò verso la camera e cominciò a parlare: «Buonasera a tutti. Questa sera ci troviamo a Forks, Washington, dove abbiamo trovato una luogo accogliente e un angolo di paradiso dove tanti bambini trovano rifugio e amore. Sto parlando dell’orfanotrofio di Forks. Non avrei mai immaginato di trovare una comunità tanto unita e solidale e delle persone che vivono solo per dare gioia e speranza a piccoli tesori che hanno perso tutto. Questo meraviglioso posto rischia di chiudere a causa dei pochi finanziamenti che ottiene. Questa sera vogliamo farveli conoscere affinché possiate contribuire come potete a tenere viva la speranza di questi bambini, affinché non diventino numeri abbandonati a se stessi. Tutti questi bambini attendono una mamma e un papà da amare a da cui farsi amare. È ciò che vogliono. È ciò che meritano. Guardateli, ognuno di voi può amarli, in un modo o nell’altro. Loro non aspettano che voi.» Mise giù il piccolo e Mark spostò l’inquadramento sul resto della bella compagnia mentre la sua voce fuori campo commentava la scena. «E adesso una sorpresa per tutti voi. Un concerto molto speciale che verrà trasmesso in esclusiva dalla DWH di New York. Aggiungo un piccolo consiglio: non catapultatevi qui se il vostro unico intento è quello di incontrare il gruppo, non siamo in diretta, ma se volete conoscere personalmente i bambini e innamorarvi di loro come abbiamo fatto tutti noi, siete i benvenuti.» La camera inquadrò ogni bambino, le monache, Emmett con in braccio la piccola Kate mentre con l’altro braccio cingeva le spalle di Rosalie, Bella e Edward che si tenevano per mano, Jasper , Jacob, i coniugi Swan in mezzo ai bambini, i volti delle monache emozionati come mai. Bella si voltò verso Edward e cominciò a cantare subito seguita da tutti gli altri. Nessuna musica ad accompagnarli eppure fu un’esibizione magistrale. Alla fine della canzone tutti applaudirono finché, una volta smorzata l’eccitazione, dalle labbra della piccola Kate si levò la flebile intonazione di Silent Nigth a cui fecero seguito le voci di tutti gli altri compresi il resto dei cittadini di Forks. Tutti si abbracciarono creando una delicata onda di corpi che si muovevano all’unisono accompagnando la canzone. Quando, dopo parecchio tempo, la comitiva si sciolse i piccoli erano distrutti dalla stanchezza e alcuni si erano addormentati tra le braccia degli adulti. Renèe guardava tutti quei piccoli bisognosi d’amore senza riuscire a staccarsene. Se avesse potuto li avrebbe portati a casa con loro tutti quanti. La donazione che avevano fatto era cospicua, ma niente avrebbe potuto sostituire il calore di una famiglia. Sperò con tutto il cuore che l’intervento dei suoi meravigliosi ragazzi riuscisse a sortire l’effetto sperato. Bella e Edward si ritrovarono nuovamente in disparte, si scambiarono qualche casto bacio, ma niente di più, in attesa di poter tornare nella bolla di felicità che avevano creato nel posto speciale di Edward. «Fammi capire una cosa: com’è che un cameraman è in grado di organizzare una cosa del genere e riuscire anche a trasmetterla?» Le chiese Edward tra un bacio e l’altro. Bella sorrise radiosa. «Sua moglie è la proprietaria dell’emittente.» «E lui fa il cameraman?» «È così che si sono conosciuti, a lui piace e non vuole che si pensi che l’ha sposata solo per i suoi soldi.» «Dovrebbe fregarsene di quello che pensa la gente.» «Tu lo farai? Riuscirai a lasciar perdere quando diranno che Bella Swan si è fidanzata con un ragazzo appena diciottenne? Perché lo faranno, Edward. Parleranno di noi ancora e ancora. Ci porteranno all’esasperazione se glielo permetteremo.» «Io ti amo. È assurdo e inspiegabile, ma è così. Non mi importa di quello che penserà la gente, non ci conoscono e non possono giudicarci. Sarà difficile, io devo ancora finire il liceo, poi dovrò frequentare l’università e pensare ad Alice…» «Non dovrai più preoccuparti di Alice adesso, ci penseranno mamma e papà.» «Bella, io mi preoccuperò sempre per Alice.» «Sì… no… volevo dire…» «Ti sto prendendo in giro, Bella. Rilassati… Comunque è vero.» «Lo so e so che sarà difficile, ma ti prometto che potrai fare tutto quello che sogni e molto di più. Anche noi continuiamo a studiare anche con tutti gli impegni che abbiamo, è un po’ complicato, ma possiamo farcela.» «Non mi spaventa il lavoro, ma sono talmente abituato a preoccuparmi per mia sorella, per il futuro, per i bambini che mi sembra impossibile che tutto si stia sistemando tanto in fretta.» Le sue dita accarezzarono delicatamente il volto del ragazzo. «Hai dato tanto, Edward, hai cominciato troppo presto a portare il peso di una famiglia. È ora che anche tu abbia un po’ di pace, che viva la vita di un normale ragazzo… con qualche impegno in più.» concluse con un sorriso. «Suonare con noi ti impegnerà parecchio, ma saprai sempre che Alice è in ottime mani e potremo tornare qui ogni volta che vorrai, ma solo se prometti di portarmi ancora nel tuo posto segreto.» Era solo un sogno? Si sarebbe svegliato da un momento all’altro? Non osava sperare che tutto quello che stava accadendo fosse vero. «Sono pessimo se dico che non vedo l’ora di cominciare questa nuova vita? Lascerò sole le monache, loro mi hanno cresciuto e mi hanno fatto sentire amato quando credevo che niente mi avrebbe mai più reso felice. Come potrò abbandonarle? Come potrò voltare le spalle ai piccoli? Loro contano su di me.» «Edward…» Non sapeva come fargli capire che non si stava comportando da egoista. Qualcuno però poteva, qualcuno che aveva ascoltato gran parte della conversazione. Una mano leggera si posò sulla spalla di Edward. Si voltò leggermente trovandosi di fronte la Madre Superiora. «Devi cominciare a vivere la tua vita, Edward. Non ci abbandonerai mai se ci terrai nel cuore.» «Ma i piccoli…» «Anche loro saranno con te, ovunque andranno seguiranno il tuo cammino e i tuoi successi e potranno dire di avere un fratello famoso.» Quel dolce sorriso che lo aveva accompagnato negli anni più difficili della sua vita, così aperto, sincero, generoso, lo portò a dover trattenere le lacrime. «Io…» «Basta così, Edward. Vivi, fallo per noi.» E così fece. Poco dopo Natale si trasferirono a New York. Finì il liceo, si laureò in pediatria e contemporaneamente scrisse e suonò per la band. La storia d’amore con Bella, cominciata come una favola, continuò allo stesso modo; l’amore che riempiva i loro cuori era immenso, incontenibile. Aprirono uno studio medico molto rinomato che utilizzava i soldi versati dalle famiglie abbienti per garantire le cure necessarie a tutti i piccoli che non potevano permettersi le strutture a pagamento. La loro vita era perfetta ai loro occhi e finché l’amore li avrebbe uniti sarebbe stato così per sempre. Fine |

Questa è una di quelle piccole perle che fa sempre piacere rileggere, scalda il cuore ed infonde speranza. Sei troppo dolce e troppo brava.
RispondiEliminaQuesta è bellissima... la lessi a suo tempo e lascia il segno a rileggerla come la prima volta...
RispondiEliminaSei stata bravissima come sempre...
Tu lo sai quanto mi hai fatto emozionare con questa storia........quanto l'ho amata.......E ti ringrazio tanto di averla riproposta!!!
RispondiEliminaPerfetta per il Natale!!!
Ok......perfetta sempre!!!
Un Bacio
JB